Giovedì 22 Agosto 2019
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Quale lavoro per Napoli ?
QUALE LAVORO PER NAPOLI ?

Il nostro gruppo ha orientato la riflessione lungo due direttrici: come creare il lavoro, come vivere il lavoro ed ha provato ad immaginare anche delle linee d’azione per una nuova pastorale del lavoro.
Come creare lavoro
1. Il Rapporto SVIMEZ e quello della Banca d’Italia parlano di un tasso di disoccupazione per la Campania più elevato di quello nazionale. Per Napoli rilevano una situazione ancora più preoccupante con un tasso del 17% ed una spontanea riduzione dell’offerta di forze lavoro per effetto dello scoraggiamento a cercare lavoro.
2. Ancora peggiore il quadro dipinto per le donne. Il tasso di disoccupazione femminile è di circa 7 punti superiore a quello maschile ed il tasso di attività (al 34,6 per cento) risulta al penultimo posto tra le regioni italiane.
3. In presenza di questi dati si registra una crescita del lavoro nero ed una triste  e pericolosa ripresa dell’emigrazione. Sempre secondo i dati SVIMEZ circa il 21% dei nostri laureati è costretto ad emigrare. Triste perché si spezzano o almeno si allentano i legami familiari, pericolosa perché si impoverisce il capitale umano, sociale ed economico della nostra provincia e della nostra regione. Questo mentre sempre più la Campania e Napoli diventano territorio di immigrazione stanziale e oltre il 60% dei residenti stranieri è rappresentato da donne con minori a carico.
4. Un sistema di collocamento pubblico inefficiente, un collocamento privato inesistente, e ancor prima, un sistema di formazione e di istruzione che non riesce ad arginare la dispersione e tanto meno a qualificare i nostri giovani sono aggravanti e concause della mancanza di lavoro.
5. Infine il lavoro esistente è molto spesso un lavoro precario e per di più non sicuro: secondo i dati Inail la Campania contende alla Puglia il triste primato dei morti sul lavoro (quanto alle province, invece, Caserta batte Napoli).
6. La mancanza di opportunità di lavoro alimenta il declino verso la criminalità organizzata, verso una povertà crescente che ha raggiunto il 27% delle famiglie napoletane e dunque mina alla base la coesione sociale ed economica della comunità. Con Giovanni Paolo II (Labor exercens, 1981) allora ribadiamo che “il lavoro umano è una chiave, e probabilmente la chiave essenziale, di tutta la questione sociale”, il lavoro costituisce una dimensione fondamentale dell'esistenza dell'uomo sulla terra ed è non solo un bene «utile» o «da fruire», ma un bene «degno», cioè corrispondente alla dignità dell'uomo, un bene che esprime questa dignità e la accresce.
Tuttavia i laici della Sua comunità, Eminenza, non intendono fermarsi alla denuncia ma, animati dalla forza della preghiera e di quella speranza che si fa forza attiva, come Lei stesso ha ricordato, provano anche ad indicare se non la soluzione almeno dei possibili correttivi.
1. Innanzitutto occorre un maggiore coinvolgimento delle istituzioni e delle parti economiche e sociali per eliminare le barriere all’ingresso e creare condizioni di eguaglianza nei punti di partenza per tutti, indipendentemente non solo dal genere, dalla generazione, dalla razza ma anche dal territorio in cui si vive. Si parla ormai di municipalità, ma la realtà della periferia, come luogo di degrado culturale e materiale, persiste. Del pari anche occorre anche aumentare le opportunità con politiche ed interventi volti a creare condizioni stabili e non episodiche di sviluppo.
2. La dispersione scolastica deve essere seriamente arginata in tutte le aree della città e la formazione professionale deve essere riformata affinché finalmente risponda alle esigenze e alle aspettative dei discenti e non dei formatori.
3. Una burocrazia efficiente capace di rispettare i tempi e di agevolare anziché ostacolare gli investimenti (vedi il caso della Rinascente che sta abbandonando Napoli). A tal fine è necessario il miglioramento della rete di comunicazione tra i diversi settori della pubblica amministrazione affinché il risultato finale non sia compromesso dalla mancanza di dati presso un ufficio ma occorre anche il coraggio di prevedere controlli e sanzioni per gli operatori poco solerti.
4. Occorre semplificare il sistema delle regole e delle autorizzazioni e potenziare, anche qui, il sistema dei controlli prevedendo magari, oltre alle sanzioni, anche premi ed incentivi per i cittadini e le aziende virtuose.
5. Lodevole l’iniziativa di razionalizzare gli incentivi e soprattutto di attivare il credito di imposta per l’occupazione e gli investimenti. Tuttavia in presenza di menti brillanti, ma povere di capitali per l’avvio di un’iniziativa imprenditoriale, è auspicabile che sia attivato un programma di microcredito. Questo potrebbe partire anche senza una legge regionale ma con la costituzione da parte del Comune di un fondo di garanzia, con un moltiplicatore che può crescere man mano che rientrano i prestiti, per avviare, dapprima in forma sperimentale, iniziative di microcredito erogate da banche convenzionate (a breve - medio termine) per soggetti privi di garanzie proprie. Tale programma, come avviene già in altre realtà, potrebbe non solo finanziare nuove attività ma anche consentire prestiti alle famiglie o ai giovani a tassi accettabili per finanziare gli studi, l’acquisto di una casa etc.
6. Occorre potenziare la rete dei servizi, e in particolare gli asili nido e quelli di assistenza domiciliare di anziani e di diversamente abili, in modo da migliorarne la qualità della vita e conciliare i tempi di lavoro e di vita delle donne favorendone la partecipazione al mondo del lavoro.
7. A tal proposito sono previsti contributi per la costruzione e ristrutturazione di asili nido e forse, in futuro, anche di residenze per anziani. Tuttavia risultati più immediati potrebbero venire se fossero previsti contributi per le imprese che attivano convenzioni con associazioni e cooperative che svolgono già questi servizi in luoghi prossimi a quelli dell’azienda.
8. Quanto ai settori di attività, nonostante l’emergenza attuale faccia pensare che lo sviluppo turistico sia, se non compromesso, quanto meno rallentato, noi continuiamo a credere che la valorizzazione delle risorse naturali e culturali sia una fonte preziosa di lavoro. E’, quindi, opportuno procedere ad un censimento dei beni, anche di proprietà della Chiesa, che potrebbe essere agevolmente restaurati e messi a disposizione di cooperative di giovani competenti e volenterosi capaci di valorizzarli adeguatamente. Così come sarebbe utile recuperare i vecchi mestieri dal momento che in un mondo meccanizzato e massificato il prodotto artigiano può essere venduto molto bene se la produzione viene sostenuta da un’adeguata e moderna rete distributiva.
9. Infine, mi piace sottolineare la voglia e la consapevolezza da parte dei componenti del laboratorio di dover farsi carico dei problemi a livello di comunità territoriale mettendo a sistema innanzitutto le risorse umane presenti. Infatti è stato proposto che, a livello di decanato con la partecipazione di tutti, venga individuata un’idea potenzialmente capace di produrre lavoro: per esempio la trasformazione di un bene culturale in museo o in laboratorio teatrale o musicale, oppure la realizzazione di un centro polivalente. Dopodiché verranno individuati anche i giovani che dovranno realizzarla e, prima ancora, gli anziani (per esempio professionisti e dirigenti di azienda in pensione) che possono aiutare a trasformare l’idea in progetto, in business plan. E, per quanto riguarda il finanziamento, oltre che alle istituzioni, si guarderà ancora una volta prima all’interno della comunità in modo da convincere le imprese esistenti sul territorio ad investire una parte dei loro profitti secondo la filosofia dell’economia di comunione.    
Come vivere il lavoro
1. Occorre dare contenuto al proprio dichiararsi lavoratori cristiani con comportamenti conseguenti. In una società in cui i modelli proposti sono quelli del tutto e subito, e con l’imbroglio o quanto meno con la scorciatoia, occorre diffondere l’etica del dovere e del  risultato che presuppone impegno, competenza e amore per la comunità. Occorre ritrovare un’etica del lavoro orientata al bene comune ed una dimensione di diritto-dovere, nel senso che ciascuno deve svolgere in modo responsabile ed onesto i propri compiti, deve rinunciare a svolgere un secondo e terzo lavoro quando non sono dichiarati. Diversamente si cade nell’illegalità e si toglie ad un’altra persona la possibilità di un’occupazione. La dimensione del diritto-dovere, però, è collegata anche a quella del merito: è necessario che le competenze siano riconosciute e premiate e venga finalmente rifiutata ad ogni livello la logica clientelare delle raccomandazioni. Un’etica del lavoro, un senso del dovere che deve ispirare il semplice lavoratore come il funzionario, il dirigente o l’imprenditore che, riscoprendo l’amore cristiano, deve rinunciare all’extraprofitto e trasformare il lavoro precario in lavoro stabile.
2. Sarà bene studiare anche una conciliazione dei tempi del lavoro con quelli della preghiera e quindi affrontare il problema delle aperture domenicali.

Alcune linee per una nuova pastorale del lavoro
1. Ripensare il progetto Policoro proposto con generosità dalla Cei e dalla Pastorale del Lavoro tenendo conto non solo della giusta necessità di creare piccole occasioni di autoimpiego attraverso la cooperazione ma guardando alla condizione del giovane lavoratore alle prese con una flessibilità non sostenibile e da un precariato stabile. Pensare alla costruzione di luoghi di accoglienza del giovane , luoghi di informazione, formazione e prima tutela.
2. Lanciare una campagna per il lavoro sicuro nella consapevolezza della dignità umana del lavoratore. Nella Campania della disoccupazione ci sono morti e invalidi del lavoro da far impressionare le statistiche del nord industriale. Creare luoghi di accoglienza e di formazione. Nella giusta mercede c'è anche la sicurezza.

 
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