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Lettera alla Diocesi: "Dico questo per amore della verità"   versione testuale

Cardinale Crescenzio Sepe

Cari fratelli e sorelle,
è  a voi della mia amata Chiesa di Napoli  che sento di dovermi rivolgere, perché un pastore deve rendere conto, in ogni momento, delle speranza che deve sorreggere la comunità a lui affidata.  Fondamento di ogni speranza è la verità. Ora il pastore della vostra  Chiesa  si trova a essere interpellato, come  ampiamente riportato in questi giorni dai mezzi di comunicazione, sul fronte di una vicenda giudiziaria, che nella sua essenza, per la fiducia che si deve alla giustizia e per il rispetto  al valore della legalità,  impone procedure e chiarimenti per i quali mi sto attivando nelle sedi opportune. 
Ma prima di consegnarla, nei modi dovuti, nelle mani della giustizia, vorrei che  questa verità passasse  da una verifica ancora più impegnativa che riguarda il rapporto, anzi il legame,  del vescovo con la sua gente. Voi avete il diritto di chiedere e di sapere; a me resta il dovere di esaudire le vostre richieste.
Tre sono gli addebiti che mi vengono fatti, per la responsabilità che ho avuto in quanto Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide, e riguardano la gestione del patrimonio immobiliare che ho cercato di inventariare, recuperare e valorizzare per rispetto a quanti nel tempo ne sono stati i donatori e per tutelare le finalità, rappresentate dal sostegno alle attività missionarie nei Paesi più poveri e dimenticati della terra.
Il primo caso riguarda la concessione in uso di un alloggio al dott. Guido Bertolaso, la cui esigenza mi venne rappresentata dal dott. Francesco Silvano. In prima istanza, gli feci avere ospitalità presso il Seminario, ma mi furono rappresentati problemi di inconciliabilità degli orari, per cui incaricai lo stesso dott. Silvano di trovare altra soluzione, della quale non mi sono più occupato, né sono venuto a conoscenza, sia in ordine alla ubicazione e sia in ordine alle intese e alle modalità.
Altro coinvolgimento concerne la vendita all’on. Lunardi di un palazzetto in via dei Prefetti. Ebbene, si trattava di un immobile che presentava, in maniera evidente e seria, segni di vecchiaia e di precarietà, rappresentati più volte anche dagli stessi inquilini. Fu disposto un sopralluogo ricognitivo eseguito dai tecnici della Congregazione, i quali fecero anche una valutazione dei lavori necessari, preventivando anche la spesa che fu ritenuta troppo onerosa per le casse della Congregazione, per cui venne presa in considerazione l’opportunità della vendita. Gli stessi tecnici ne stimarono il valore, tenendo conto, evidentemente, delle condizioni dello stabile e del fatto che era occupato da inquilini il che, di per sé, comportava una sensibile decurtazione, come è noto. Fu detto che l’on. Lunardi aveva espresso il proprio interesse all’acquisto e fu avviata una trattativa che si concluse sulla base della valutazione fatta  e di quella che si aggiunse attraverso il coinvolgimento di un istituto di credito, per la concessione di un mutuo. La somma, incassata peraltro immediatamente, fu quella riportata dalla stampa e che venne trasferita all’APSA (Amministrazione Patrimonio Sede Apostolica), perché fosse destinata a tutta l’attività missionaria nel mondo.
La terza questione interessa i lavori di messa in sicurezza statica di un lato del Palazzo di Propaganda Fide in Piazza di Spagna a Roma, che aveva subito una modificazione strutturale, nel senso che era stato registrato un notevole distacco della parete determinato, secondo gli accertamenti tecnici effettuati, da infiltrazioni di acqua sotto il fabbricato e dalle continue vibrazioni causate dal passaggio della vicina metropolitana. Fu accertata la competenza dello Stato Italiano e furono eseguiti lavori di ripristino e ristrutturazione, con onere parzialmente a carico della pubblica amministrazione.
In tutta questa attività e rispetto ai casi sopra indicati, come pure in altre situazioni precedenti o successive, mi sono sempre avvalso della consulenza specifica di tre persone che avevano titoli ed esperienza per assicurarmi, in ragione della loro attività professionale, un qualificato contributo di pensiero e di soluzione: il dott. De Lise, magistrato; il dott. Balducci, all’epoca  Provveditore alle Opere Pubbliche del Lazio; il dott. Silvano, amministratore dell’Ospedale Bambin Gesù, mio collaboratore già durante il Giubileo.
Tutto ho fatto, comunque, nella massima trasparenza, avendo i bilanci puntualmente approvati dalla Prefettura per gli affari economici e dalla Segreteria di Stato, la quale, con una lettera, inviatami a conclusione del mio mandato di Prefetto, volle finanche esprimere apprezzamento e stima per la gestione amministrativa.
Dico questo per amore della verità, nella consapevolezza di avere sempre agito secondo coscienza, avendo come unico obiettivo il bene della Chiesa.
Questi i fatti, come li ricordo. Ma neppure una vicenda giudiziaria può giustificare una così fredda elencazione di eventi, senza mettere in campo una serie di altri elementi essenziali, primo fra tutti, il percorso di una vita sacerdotale, nel quale la Croce non è mai un intoppo ma il segno della appartenenza a Cristo.
Accolgo così, in tutta umiltà,  la prova che oggi mi tocca; ma accanto ad essa avverto anche la forza di una serenità che  non può nascere a caso, maturata via via attraverso i diversi passaggi che da sacerdote, nel servizio diplomatico alla Santa Sede, prima in Brasile poi come assessore in Segreteria di Stato,  mi hanno condotto all’ordinazione episcopale, con la nomina a segretario della Congregazione per il Clero. Ho poi vissuto l’esaltante  esperienza del Grande Giubileo dell’Anno Duemila, uno straordinario  evento ecclesiale, nella scia aperta dal Concilio Vaticano II.  Giovanni Paolo II lo volle come un evento profetico, passaggio tra due millenni, annuncio del Vangelo nel cambiamento del mondo. L’esperienza della gioia vissuta in quel grande evento l’ho portata nel mio servizio a Propaganda Fide, nei tanti viaggi internazionali, nei continui contatti con i Vescovi,  nell’accoglienza di chiunque avesse avuto bisogno di incoraggiamento e di aiuto nel ministero missionario. Infine la chiamata a Napoli,  la terra che il Signore aveva scelto per il mio ministero pastorale di Padre.  Il Santo Padre Benedetto XVI mi disse che, da più parti, si indicava il mio nome per Napoli e mi chiedeva che ne pensassi. Chiesi un po’ di tempo per riflettere e poi diedi  la mia risposta: “Santità, il mio cuore già batte per Napoli! Vorrei, Santo Padre, che gli ultimi anni della mia vita fossero al servizio della Chiesa nell’azione pastorale, tra la gente!  Il Papa mi ricordò che avrei potuto svolgerlo ancora nella curia romana, ma io ero felice di aver scelto di ubbidire allo Spirito che mi inviava in questa nostra amata terra. Felice resto di quello che con voi, sacerdoti e fedeli,  ogni giorno riesco a vivere in obbedienza alla verità di Cristo, al servizio degli ultimi, nel proclamare la giustizia. Ma non posso dimenticare che questo viaggio,  brevemente  ripercorso, nasce dall’esempio di mio padre e mia madre, gente di sudore e di terra che conosce il patire e la parola data , che mi hanno insegnato l’onore e il coraggio della verità. Se a loro debbo tanto, innanzitutto la vita, a loro debbo consegnare la fedeltà a quella verità che oggi, senza paura, professo e testimonio.
Perciò, carissimi, vado avanti con serenità, accetto la Croce e perdono, dal profondo del cuore, quanti, dentro e fuori la Chiesa, hanno voluto colpirmi.
Guardo, con rinnovata fiducia a Cristo che servo, senza risparmiarmi, nella sua santa Chiesa, sempre perseguitata.
La verità vincerà!
Sono convinto che da questa inattesa prova usciremo tutti più forti, per continuare a compiere insieme la missione che Cristo ci ha affidato!
Chiedo a tutti di sostenermi con la preghiera e, con amore di Padre, vi benedico!
‘A Maronna c’accumpagna!

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