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 Rassegna Stampa  Rassegna Stampa : da 'Avvenire' del 30 giugno 2011  
Rassegna Stampa : da 'Avvenire' del 30 giugno 2011    versione testuale
Ranghelli: «Prima la parità. Poi ragioniamo sui requisiti»
Ranghelli: «Prima la parità. Poi ragioniamo sui requisiti»
(per la responsabile del Coordinamento donne delle Acli “vanno assicurati interventi per la conciliazione tra lavoro e famiglia”)
 
 
DI ANTONELLA MARIANI
Equità, non discriminazione tra uomi­ni e donne. Tutto giusto. Ma perché i­niziare proprio dall’ultimo passaggio, cioè dalle pensioni, e non dall’inizio, cioè dall’accesso al lavoro, dalla parità di stipen­dio, dalla giusta tutela della maternità? Se lo chiede Agnese Ranghelli, da gennaio responsabile Coor­dinamento donne delle Acli.
 
Signora Ranghelli, dunque dite no all’innalzamento del­l’età pensionabile delle don­ne?
 
In linea di principio non sia­mo affatto contrari. Se ne può parlare. Ma insieme parliamo anche della conciliazione di vita e di lavoro. L’origine del­lo 'sconto' pensionistico di 5 anni alle donne stava nella maggiore esposizione di queste ultime al lavoro di cu­ra. Non mi pare che questo dato di fatto sia cambiato.
 
Non è un caso se le politiche di conciliazione previste dal­le legge 53 del 2000 siano an­cora imperniate sulle donne.
 
E sappiamo che quando la donna è impie­gata all’esterno della famiglia in realtà fa un doppio lavoro: su di lei grava gran parte del­la gestione della vita familiare. Certo, ci so­no segnali positivi, ma siamo ancora ben lontani da un reale coinvolgimento del part­ner.
 
Dunque, per le Acli se ne può parlare, ma sul tavolo di una eventuale trattativa cosa metterebbe?
 
Partirei dal garantire l’uguaglianza tra uo­mo e donna nei percorsi di accesso al lavo­ro. Poi parlerei di politiche di welfare, che supportano la donna nella scelta di lavora­re: asili, assistenza all’handi­cap e agli anziani. Infine par­lerei di trattamenti salariali, oggi sbilanciati a favore degli uomini. Ecco da dove inizie­rei il dibattito sull’equità...
 
Un innalzamento dell’età pensionabile delle donne a­vrebbe anche riflessi sull’or­ganizzazione sociale?
 
Sicuramente, perché sappia­mo che oggi la donna quan­do lascia l’impiego retribui­to non va veramente in pen­sione né si può dedicare agli hobby come invece capita spesso agli uomini. Sempre più di frequente subentrano lavori di cura dei genitori o di altri familiari molto an­ziani, oppure dei nipoti. La donna, insomma, porta con sé la sfera della cura alla famiglia, e se la a­straiamo dal suo contesto familiare non fac­ciamo un’operazione di uguaglianza ma di negazione dei due orizzonti che per lei so­no ugualmente e socialmente rilevanti: la famiglia e il lavoro.
 
 
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