Sabato 24 Agosto 2019
versione accessibile  |  mappa del sito  |   contatti
newsletter
 Rassegna Stampa  Rassegna Stampa : da 'Avvenire' del 30 giugno 2011  
Rassegna Stampa : da 'Avvenire' del 30 giugno 2011    versione testuale
Con la Nazionale voglio in campo anche il Csi.
Con la Nazionale voglio in campo anche il Csi.
(per il presidente di Libera don Luigi Ciotti “le partite per i diritti, la giustizia sociale e la democrazia si vincono tutti insieme o si perdono”)
 
DI ANDREA DE PASCALIS
 
Dopo l’invito rivolto da don Luigi Ciotti ai ragazzi di Prandelli, in occasione del meeting Us Acli a Bologna, abbiamo incontrato il presidente di Libera, associazione di cui il Csi è cofondatore. Inevitabile porgli qualche domanda sull’intreccio tra sport e legalità.
 
Don Ciotti, accogliendo la sua propo­sta la Figc ha promesso di fare allena­re la Nazionale di calcio su un terreno confiscato alla ’ndrangheta in Cala­bria. Cos’altro può fare lo sport nel suo insieme per contrastare “l’eclissi della legalità”?
 
«La scelta della Figc è importante.
 
Specie ora, di fronte ai tentativi - non nuovi - dei gruppi criminali di bloccare con le intimidazioni quei percorsi di riscatto etico, sociale e culturale costruiti grazie ai beni confiscati.
 
Proprio in Calabria, nei giorni scorsi, un incendio doloso ha distrutto diversi ettari di uliveti gestiti da una cooperativa di Libera. L’arrivo degli Azzurri in quelle terre non deve essere un gesto di semplice solidarietà, ma di responsabilità. Quella responsabilità che chiede anche al mondo dello sport di mettersi in gioco, e sfruttare al meglio la sua incredibile capacità di coinvolgere le persone e influenzarne i comportamenti. Per gli atleti significa dimostrarsi campioni anche fuori dal campo, nella vita, trasmettendo modelli positivi di trasparenza e impegno».
 
Lei ha ricordato più volte di essere “nato” nel Csi torinese, quindi conosce molto bene l’associazione, che ha cooperato spesso anche con il “Gruppo Abele”. Quali priorità di impegno sociale attraverso lo sport indicherebbe al Csi nel contesto odierno?
 
«Le priorità sono le stesse di sempre.
 
Anni fa sono stato dirigente del Csi a Torino, e mi ricordo bene i campi di formazione che facevamo, sulle regole e sull’etica sportiva. Ecco, l’impegno non è cambiato: alimentare quella dimensione etica senza la quale ogni competizione - non solo atletica ­rischia di degenerare in “conflitto”, anche violento, e il legittimo desiderio di vincere trasformarsi in un fine che giustifica qualsiasi mezzo, compresi quelli illegali, dal doping alla corruzione».
 
Con Libera, di cui il Csi è uno dei “padri”, di recente si è molto impegnato sul fronte del contrasto al doping. Da cosa si origina questa attenzione al fenomeno sportivo? Quale legame tra sport e società?
 
«Lo sport non è “un mondo a parte”, ma una realtà educativa che ha un’enorme ricaduta sociale.
 
Soprattutto per i giovani, può diventare una splendida palestra di relazione e di cittadinanza. Ma questo solo se si tratta di uno sport vero, pulito, che insegna la fatica dell’impegno e non le scorciatoie ­pericolose - del doping, la passione per le sfide ma anche il senso dei propri limiti, la soddisfazione di misurarsi correttamente con gli altri prima che di sconfiggerli».
 
Si torna a parlare di calcio truccato, di invadenza della malavita nell’economia del grande sport. La domanda è d’obbligo: l’eclissi della legalità sta oscurando anche lo sport?
 
Come e in che misura?
 
«Il calcio, sempre più spesso, è soprattutto un gioco di interessi, che rischia di diventare anche gioco criminale. Un gioco che ha avuto sempre un’enorme popolarità, assorbendo, nel bene e nel male, i cambiamenti sociali di questi anni. Al di là degli scandali giudiziari e degli appetiti mafiosi, c’è un evidente problema culturale ed educativo. Nel calcio è emerso, amplificato, quell’individualismo esasperato che si è tradotto in insofferenza alle regole e sete di affermazione ad ogni costo. La mercificazione del gioco in “spettacolo”, e il peso sempre maggiore del fattore economico, hanno fatto il resto. Ma sarebbe un errore credere che il calcio, e lo sport, sia del tutto “marcio”: esistono società virtuose, giocatori coraggiosi, esperienze positive da valorizzare. Mi piacerebbe che si parlasse più spesso anche di quelle».
 
Dopo la Nazionale, don Ciotti convocherà in campo anche il Csi?
 
«Ma il Csi è già in campo con noi: da tempo giochiamo “nella stessa squadra”! Che è la strada della legalità, dell’uguaglianza, del rispetto, di uno sport trasparente, dove gli obbiettivi e le speranze del “noi” vengono prima dell’ambizione dell’“io”. La strada di chi sa che certe “partite” - quella per i diritti, per la giustizia sociale, per la democrazia - o si vincono insieme oppure le perdiamo tutti».
 
stampa questa pagina invia ad un amico