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 Rassegna Stampa  Rassegna Stampa : da 'Nuova Stagione' del 26 giugno 2011  
Rassegna Stampa : da 'Nuova Stagione' del 26 giugno 2011    versione testuale
La povertà è figlia dell’indifferenza.
La povertà è figlia dell’indifferenza.
(il Card. Sepe interviene all’incontro della Comunità di Sant’Egidio su “Il dono e la speranza: amici dei poveri a convegno”)
 
 
Apprezzamento debbo esprimere per
 
aver promosso questa grande riflessione
e discussione sul tema della
povertà, che non può essere considerata marginale
tra le grandi questioni che impegnano
i protagonisti della scena nazionale e internazionale
e che, comunque, resta centrale dal
punto di vista cristiano e umanitario, nonché
ai fini dello sviluppo globale e della indispensabile
stabilità dei rapporti e degli equilibri
tra i Paesi del mondo.
E’ noto, del resto, che non c’è pace senza
giustizia e non c’è giustizia senza la concreta
lotta alla povertà attraverso una più equa distribuzione
delle ricchezze che pochi uomini
e Nazioni pretendono di controllare e governare
in nome di una superiorità e di un diritto
che, in alcuni casi, si traduce in sfruttamento,
violenza, offesa alla vita e alla dignità
della persona umana, profittando di uno stato
di debolezza che non è soltanto sociale ma
anche fisica e, in tale caso, porta e riduce veramente
alla marginalità.
Chi, come me, ha avuto l’occasione e il
privilegio di girare per il mondo, per motivi
di ufficio, sa perfettamente quanta povertà vi
sia in tante aree del pianeta e quanto essa sia
strutturale. Non pochi Paesi presentano una
realtà triste e drammatica, di dimensioni
enormi che essi non sono in grado di fronteggiare
da soli, senza la solidarietà e la cooperazione
internazionale. In tantissimi di questi
Stati, attanagliati da crisi politica, economica
e alimentare, la Chiesa, in obbedienza
al comandamento di amore ricevuto da Gesù
Cristo, da sempre si è dato come suo compito
quello di alleviare la miseria delle persone
bisognose, intervenendo - certamente senza
la pretesa di dare soluzione al problema nella
sua vastità - attraverso l’impegno, premuroso
e generoso, del volontariato cattolico e
dei missionari, apostoli di Cristo e, senza
dubbio, anche apostoli dell’umanità.
Sappiamo che questo non basta, che c’è
bisogno di altro e che, come ammonisce Papa
Benedetto XVI, occorre combattere l’opulenza,
gli sprechi, le speculazioni, che costituiscono
le pre-condizioni della povertà, di cui
la fame è il segno più crudele e più concreto.
Si rende, pertanto, necessaria e urgente una
solenne manifestazione di volontà e di responsabilità
da parte delle potenze e dei Paesi
maggiormente sviluppati e ricchi.
Non sono sufficienti – evidentemente - dichiarazioni
di principio e vaghi annunci, ma
bisogna fissare
obiettivi puntuali,
scadenze precise, indicazioni
certe e
stanziamenti sicuri
e rapidi tali da consentire
di salvare
qualcuno di quei
tanti bambini che,
ogni 6 secondi,
muoiono di fame
nelle aree povere del
pianeta.
Non bisogna dimenticare
che la
mancanza di generi
di prima necessità,
la fame, la povertà
guidano la mano e la
mente degli uomini,
i quali evidentemente
lottano per la sopravvivenza
e vanno
alla ricerca di migliori
fortune e nuovi
orizzonti, facendosi protagonisti e, talvolta,
anche vittime, purtroppo, di esodi di massa,
avventurosi e tragici. Occorre, per questo,
una rinnovata presa di coscienza per un diverso
approccio a questa grande questione
umanitaria, partendo dalla consapevolezza
che la vita di tutti gli esseri umani è sacra e
che l’umanità non si salverà se non c’è solidarietà
e se non si mette l’economia al servizio
dell’uomo.
Papa Benedetto XVI, nell’Enciclica
Caritas in veritate, scrive che la fame non dipende
tanto da scarsità materiale quanto
piuttosto da scarsità di risorse sociali, la più
importante delle quali è di natura istituzionale.
E allora, come lo stesso Pontefice ha osservato,
per sconfiggere la fame è necessario
ridisegnare gli assetti internazionali, stabilendo
un rapporto prioritario tra Paesi che si
trovano in un differente grado di sviluppo.
Il criterio della comune appartenenza alla
famiglia umana universale è l’unico, in nome
del quale si può chiedere ad ogni popolo
e, quindi, ad ogni Paese di essere solidale.
In fondo, la povertà è figlia dell’egoismo e
dell’indifferenza, prima ancora di essere determinata
o accentuata da situazioni contingenti.
Una regola, questa, che riguarda e
coinvolge anche le nostre realtà, il mondo occidentale,
i Paesi più progrediti, se è vero, come
è stato detto, che pure negli Stati Uniti,
nonostante l’opulenza, ci sono ben 49 milioni
di persone che soffrono la fame.
Anche noi, gente del Sud, come nei tanti
Sud del mondo, viviamo il dramma della povertà,
una povertà ormai globalizzata che
colpisce più pesantemente le persone maggiormente
deboli. Anche nelle nostre realtà
registriamo una povertà in qualche modo
strutturale, che è quella palese, denunciata,
conclamata, che si manifesta agli angoli delle
strade, sotto i porticati e all’ingresso delle
chiese, per la quale si mettono in atto forme
 
spontanee e volontarie di assistenza umanitaria.
Accanto a questa c’è una nuova e crescente
povertà, che risente certamente della crisi
economica internazionale ma è propria dei
Sud del mondo, di quelle aree che, per ragioni
storiche e non solo, sono rimaste vittime di
uno sviluppo incompiuto o errato. E’ una povertà
silente, vissuta spesso nel chiuso della
famiglia, non rumoreggiante, ma grave e
preoccupante perché in crescita, perché colpisce
i giovani e le donne, i padri e le madri di
famiglia. E’ la povertà di quelli che un lavoro
non l’hanno mai avuto e di quelli che il lavoro
l’hanno perduto o lo stanno perdendo. E’
la povertà dei nuclei familiari che, anche se
fortunati beneficiari di un solo reddito, non
riescono a coprire le spese e le necessità dell’intero
mese. E’ la povertà che non consente
a tanti bambini di frequentare l’asilo o la
scuola dell’obbligo perché privi di quanto è
indispensabile. E’ la
povertà che ha provocato
la morte del
piccolo Elvis e, successivamente,
della
sua povera mamma,
a causa delle esalazioni
di un braciere
cui avevano fatto ricorso
dopo aver subito
l’interruzione
dell’alimentazione
elettrica per morosità.
Ho indugiato nel
tratteggiare questa
sorta di casistica –e
me ne scuso- soprattutto
per offrire uno
spaccato della nostra
realtà sociale a
Voi, che affronterete
il tema della povertà
sotto diverse angolature
e, poi, sarete
impegnati ad elaborare indicazioni e proposte
in vista dell’Anno Europeo per la lotta alla
povertà e all’esclusione sociale.
Una realtà, napoletana e meridionale,
sulla quale tutta la Chiesa del Sud ha riflettuto,
insieme ad autorevoli studiosi ed esperti
laici, perché venissero riaccesi i riflettori su
quella che, con lessico politico, veniva definita
questione meridionale, ormai superata
nella terminologia e, purtroppo, anche nelle
varie agende, ma ancora viva nella sua gravità
e complessità, nonché nella povertà crescente.
Parliamo di una povertà che va al di là della
pura assistenza e che, con il superamento
della crisi economica internazionale, richiede
interventi organici di politica del lavoro,
politica di sostegno alla famiglia, politica per
gli anziani, politica per l’inserimento dei giovani
nel mondo della ricerca, delle professioni,
del lavoro. Si tratta, in fondo, di diritti disattesi
o negati, che comunque sono propri
della persona umana per la quale si sente
fortemente impegnata tutta la Chiesa,
questa Chiesa di Napoli, attraverso l’incarnazione
del messaggio evangelico, per smuovere
le coscienze e riorganizzare la speranza.
Per questo, di fronte ai tanti che chiedono
come procurarsi il lavoro e il pane necessario
alla propria famiglia, abbiamo pensato di attivare
un sistema di microcredito, a costo zero,
per il finanziamento di progetti lavorativi
autonomi, validati da un Gruppo tecnicoscientifico.
Si tratta di una iniziativa che tende
anche a valorizzare risorse umane, vocazione,
genialità e capacità progettuale.
E’ assistenzialismo? No! Non lo sollecitiamo,
anzi lo respingiamo. Una scelta, questa,
che ci ha guidati anche quando abbiamo promosso
la realizzazione della “Casa di Tonia”,
una residenza per accogliere giovani mamme
con bambini, abbandonate dalle famiglie e
lasciate sole a vivere la maternità voluta. A loro
abbiamo deciso di assicurare innanzitutto
il calore di una casa, ma abbiamo voluto offrire
anche la possibilità di utilizzare l’annesso
asilo nido e di lavorare nella gestione e
conduzione di una lavanderia aperta al territorio.
Ci muoviamo, come Chiesa di Napoli, in
punta di piedi, senza interferire e senza la
pretesa di risolvere problemi che vanno al di
là delle possibilità e dei ruoli, sapendo che
non abbiamo soluzioni tecniche e non ne siamo
capaci, ma avvertendo il dovere, nel nome
di Cristo, di stare accanto a chi soffre, a
chi vive il disagio e la privazione, per riaffermare
e difendere la dignità dell’uomo, al di là
delle sue condizioni sociali e naturali.
Vogliamo essere costruttori, con gli altri,
di un percorso di speranza, che non è immaginazione,
illusione o sogno, ma è rappresentazione
e costruzione, sin da oggi, di un futuro
diverso, fatto di giustizia e di pace, cui ciascuna
persona ha il diritto di tendere, in nome
del diritto alla vita, che è sacro e irrinunciabile.
Rivolgo queste mie considerazioni a chi il
compito di valutazione e di proposta, mentre
auspico, anche io insieme a tanti, che ci possano
essere, rispetto al grave problema della
povertà, della fame e dell’esclusione sociale,
indicazioni precise e proposte concrete che
tutti abbiamo il dovere di esprimere in ragione
delle singole responsabilità, dei ruoli e delle
competenze, nel nome di quella cultura e di
quella civiltà che l’hanno resa legittima e autorevole
protagonista nei secoli passati.
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