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 Rassegna Stampa  Rassegna Stampa : da 'Nuova Stagione' del 26 giugno 2011  
Rassegna Stampa : da 'Nuova Stagione' del 26 giugno 2011    versione testuale
Chi salva un uomo salva il mondo intero.
Chi salva un uomo salva il mondo intero.
(ampi stralci della relazione di Andrea Riccardi agli Stati Generali dei poveri promossi da Sant’Egidio)
 
 
 
Grandi o piccole storie di solidarietà con i poveri, tutte grandi
 
per l’amore, anche se piccole perché di piccoli e segnate dalla
limitatezza dei mezzi. Siamo in questa Napoli, grande, capace
di generosità e, allo stesso tempo, segnata da profonde povertà; nel
cuore di Napoli, in un centro storico non svuotato e ripulito come in
altre città italiane, ma pulsante di sangue e vita: bello, monumentale,
ma abitato da tante antiche, incrostate e nuove sorprendenti miserie.
Il Cardinale Sepe, che ringrazio per la generosa ospitalità, all’inizio
del suo ministero, che sta liberando Napoli da una coltre di rassegnazione,
si interrogò sui luoghi di speranza in questa città difficile.
Lo fece con una bella lettera “Il sangue e la speranza”, che, “ per fede
e tradizione, sono le due colonne…”.
Ognuno di noi, per la sua amicizia con i poveri, ha la speranza nel
sangue ma, allo stesso tempo, è provato nella speranza. Sono luoghi
di speranza quelli della prossimità ai poveri. Ognuno di noi è testimone
della speranza.
La speranza è messa alla prova dalla condizione di tanti poveri che
peggiora: per lo smantellamento del sistema sociale e per la crisi economica
che non passa e che pagano i poveri. È messa alla prova dal
fatto che aumentano i poveri. Ma anche dal fatto che i poveri sono
sempre meno interessanti nella scala d’interessi generali e per un’opinione
pubblica che non si accende più per loro, anzi è abituata al loro
soffrire. Infatti, ed è un’altra prova, c’è una crisi della cultura e della
pratica della solidarietà, non più di moda. Viviamo in una società
che non vede futuro. In questo orizzonte di paura, i poveri appaiono
poco interessanti, anzi fantasmi inquietanti. E divengono, paradossalmente,
bersaglio dell’insicurezza diffusa.
Oggi, la grande questione non è la difesa dei poveri, ma diventa la
difesa dei cittadini e delle città dai poveri. Così si guardano preoccupati
i senza fissa dimora come chi imbratta i quartieri e danneggia il
turismo. I rom danno luogo a spropositate campagne, malgrado il loro
ridotto numero, come un cancro delle città. I mendicanti appaiono
un attentato al decoro urbano. Non c’è spazio per i poveri nelle nostre
città. Gli anziani sono considerati figure imbarazzanti con la loro
lunga vita, quasi togliessero spazio alle famiglie nelle case, ai giovani
nel mercato del lavoro. La condizione del malato è difficile da vivere
in una società in cui si è soli, in cui la famiglia si sfilaccia, in cui
la sanità è alle prese con le ragioni del bilancio.
Bisogna difendersi dai poveri? Gli sbarchi degli ultimi mesi dal
Mediterraneo sono visti come un’invasione, immemori che altri Paesi
europei e l’Italia hanno già accolto larghi contingenti di immigrati. La
predicazione del disprezzo o dell’odio è pericolosa in una società caratterizzata
dallo spaesamento: marginalizzando o eliminando figure
fragili si starà meglio.
Ma perché difendere i poveri o dedicarsi a loro? È una domanda
a cui rispondere, non fosse che per dare ragione della speranza che è
in noi. Non possiamo accontentarci di continuare tenacemente il nostro
servizio ai poveri. Dobbiamo dire la bellezza umana dell’amicizia
con i poveri e, ancor di più, rimetterli al centro dell’attenzione generale.
L’amicizia con i poveri non può essere considerata la tendenza privata
di alcuni: la solidarietà, per i cristiani e i laici, è una realtà decisiva
che ha qualificato la vita del Paese nelle sue varie stagioni.
In un mondo materialista, il gratuito, com’è l’affetto per i poveri,
ha appena la dignità di hobby o di tendenza soggettiva. Ne soffrono i
poveri. Ne soffre una società in cui gli spazi del gratuito (la famiglia,
l’amicizia, la solidarietà) sono corrosi e assediati.
Il servizio gratuito ai poveri, quel volontariato che negli anni
Settanta e Ottanta sembrava un movimento di massa, ha conosciuto
notevoli flessioni. È divenuto un’occupazione retribuita. Si è motivato
come professione. Spesso è invecchiato. È finita una mentalità per
cui, sia nella cultura di sinistra che cattolica, la solidarietà era costantemente
riproposta.
Così l’amicizia per i poveri resta un luogo assediato: affidata a chi
ha particolare vocazione o tendenza alla generosità. Insomma un angolo
marginale della vita sociale, se non ecclesiale. Quando diventa
solo un angolo nella vita della Chiesa è triste.
Nonostante si sia parlato dei poveri costantemente, nonostante i
cristiani oggi in Italia siano i più vicini ai poveri, dobbiamo riconoscere
che c’è stato un modo di parlare del servizio ai poveri, che non
è risultato attrattivo, talvolta spento, amministrativo, talvolta politicizzato
o sociologizzato, incapace di espressioni comunicative e vitali.
Se i poveri sono periferici nella società, non possono esserlo nella
Chiesa e nella vita cristiana. Partire dai poveri è partire dal cuore dell’esperienza
cristiana.
L’incontro con chi è povero è un fatto “sociale”? Certo innegabilmente,
ma è anche una realtà mistica e spirituale. Il teologo ortodosso
Olivier Clément, grande maestro di umanità e sapienza, affermava
l’esistenza di un “sacramento del povero”. È la teologia di
Crisostomo: “il povero è un altro Cristo”. Sacramento del povero e
sacramento dell’altare stanno radicalmente insieme.
 
Niente ha potuto recidere il legame tra poveri e cristiani. Ne sono
testimoni tanti, noti e ignoti. Ne siete voi testimoni. Penso al grande
lavoro svolto dalla Caritas con fedeltà e efficacia. Ma bisogna avere
oggi l’audacia di riportare i poveri nel cuore della Chiesa, facendo lievitare
la coscienza del valore cristologico della loro presenza.
Benedetto XVI, mangiando con loro alla mensa della Comunità di
Sant’Egidio, ha detto: “come non sentirsi davvero amici di quelli in
cui il Signore si riconosce? E non solo amici, ma anche familiari”. Ed
ha concluso: “Siete il tesoro prezioso della Chiesa”. Sì, lo sono davvero!
Dice Crisostomo: “Scacciamo la disumanità, tendiamo la mano
all’elemosina e confortiamo i poveri non solo con il denaro, ma anche
con le parole per sfuggire alla punizione dovuta per le ingiurie…”
Spesso non si riconosce ai poveri quello che si concede a tutti: il
bisogno di amicizia, di umanità, di parlare, di essere chiamati per nome.
La nostra società disprezza sempre più i poveri. Ma il cristianesimo
genera amicizia verso di loro. C’è un aspetto umano insopprimibile
nel rapporto con i poveri. La solidarietà passa attraverso l’amicizia,
perché i poveri –in un certo senso- sono parte della famiglia
allargata. La presenza del povero è misteriosamente e umanamente
potente: cambia più di un discorso, insegna la fedeltà, aiuta a conoscere
la fragilità della vita, a pregare per e con loro.
Oggi, tra politica e società, siamo in un tempo in cui mancano le
visioni. La rassegnazione ci invade come una coltre triste. C’è un dirompente
segno dei tempi che fa maturare una visione del futuro: il
numero dei poveri e la povertà crescono.
Troppi soffrono. Ci sono tante povertà. La povertà ha infiniti volti
da scoprire. Vedere i poveri fa nascere un grande bisogno di speranza
e di visioni del futuro. Insegna Crisostomo, fine umanista: “Se elimini
i poveri, elimini la grande speranza della nostra salvezza”. Dalla
vicinanza ai poveri sgorga un sentire umanistico. Questo è avvenuto
nella storia del cristianesimo con il movimento francescano, che ha
umanizzato un tempo duro.
Un movimento di amici dei poveri, complesso e variegato, libero
ed impegnato, mostra come i poveri sono belli e come il loro posto dà
la misura dell’umanità nella nostra società. I poveri sono rivelatori
della bellezza della gratuità. Il particolare del povero apre all’universale.
I poveri sono la misura dell’universalità. Per essere umana, una
vita, anche una politica o una cultura, deve essere dei poveri. Un umanesimo
amico dei poveri ha in sé un senso di universalità: riguarda
tutti, preserva la società intera dall’imbarbarimento. Dobbiamo dare
voce ai poveri e all’amicizia con loro: ne scaturisce un messaggio davvero
umano e di umanesimo per tutti.
L’amore dei poveri nasce e cresce per strade che abbiamo liberamente
e carismaticamente intrapreso. Ma, forse, gli amici dei poveri
debbono essere più amici: questa più intensa amicizia può far germinare
una visione della società in cui i poveri siano più al centro, parlino
come possono e sanno fare, attraggano, profetizzino.
C’è una potenza dei poveri. Sì, la povertà deve essere accettata e
capita dal mondo ricco: chiama a ridurre il suo stile di vita e far spazio
ai poveri ma anche chiede di impegnarsi a lottare perché i poveri
siano meno poveri. Vogliamo scrivere la storia, forzando un tempo
nuovo. Qualcosa deve cambiare, perché si soffre troppo. La povertà è
una violenza (insegnava Gandhi). Povertà economica e marginalità
generano violenza. Camorra e mafia sono anche la risposta violenta
e alternativa all’assenza dello Stato, di un minimo di giustizia e solidarietà,
di istituzioni degne. Ma il contatto con i poveri muove l’intelligenza
a cercare le vie del possibile e il cuore a non rassegnarsi mai
alla violenza della povertà.
*Ampi stralci della relazione introduttiva
del fondatore della Comunità di Sant’Egidio
 
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