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 Rassegna Stampa  Rassegna Stampa : da 'Avvenire' del 6 luglio 2011  
Rassegna Stampa : da 'Avvenire' del 6 luglio 2011    versione testuale
Ma sul sommerso è buio fitto.
Ma sul sommerso è buio fitto.
(per Vittorio Glassier, responsabile del servizio salute e disabilità dei patronati Acli, occorrono nuove garanzie contro il lavoro nero)
DA ROMA
 
 
Il mondo del sommerso è sfac­cettato e complicato, per con­trastarlo però si potrebbe ipo­tizzare «una legge, sulla falsa riga di quella messa in atto per le tratta del­le schiave, in cui si danno garanzie ai lavoratori in nero che denuncia­no » gli aguzzini. Vittorio Glassier, re­sponsabile del servizio salute e di­sabilità dei patronati Acli, non usa giri di parole per dire che alla base della persistenza del lavoro irrego­lare c’è la reticenza delle persone a denunciare i datori di lavoro 'fur­betti' per la paura di perdere l’oc­cupazione.
 
L’omertà è dunque la benzina del­l’illegalità?
 
Quando i cittadini arrivano ai nostri uffici hanno gravi infortuni e la­mentano di non saper come fare con l’assicurazione, con la sanità, per ot­tenere l’indennizzo. Se hanno ferite di lieve entità, infatti, continuano a lavorare anche con le bende per il ti­more di essere mandati a casa. Ci chiedono un aiuto, ma quando en­tri nel merito sui dettagli dell’infor­tunio inventano scuse e storie inve­rosimili. Nessuno dice che si è fatto male sul lavoro, poi dopo la visita medi­ca si comprende che la frattura, ad esem­pio dall’alto, è in­compatibile con la loro versione. La paura più grande degli irregolari è non potersi pre­sentare il giorno dopo al cantiere perché sanno che in un minuto sa­ranno sostituiti.
 
Cosa fate allora in questi casi?
 
Parliamo loro a lungo spiegandogli i diritti, la possibilità che hanno di a­vere tutele anche se sono lavoratori in nero, di avere comunque un in­dennizzo che ti puoi portare dietro in qualsiasi Paese del mondo tu an­drai. Il problema è che il passo co­raggioso di dire con chi stavano la­vorando e dove non lo fanno quasi mai, perché in primis non riescono a provare che hanno avuto un infor­tunio sul lavoro, se non per indizi e senza testimoni, che non ci sono mai. Inoltre va considerato che l’uf­ficio di collocamento del sommerso è un sistema ben oliato e codificato sul territorio. Questo significa che non solo sai dove e quando trovare i 'caporali', ma anche che se de­nunci uno sfruttatore a Roma, tu non lavorerai più non solo lì, ma nemmeno altrove in Italia.
 
Allora come fare per contrastare l’u­niverso del sommerso?
 
Un’idea potrebbe essere una norma simile a quella attuata per la tratta delle prostitute; a chi denuncia do­vrebbero essere date in sostanza al­cune sicurezze co­me un lavoro, un permesso di sog­giorno. Sono le uni­che cose che chie­dono.
 
Il lavoro irregolare riguarda solo gli im­migrati?
 
Certamente no, l’il­legalità è in ogni set­tore, anche se è mol­to alta in agricoltura, edilizia e nei servizi alla persona, e in ogni regio­ne. Ovunque vige la legge dell’eco­nomicità, quindi si sceglie chi è più disponibile e costa meno. Il nume­ro di incidenti 'invisibili' ipotizzato dall’Inail (165mila) è verosimile, an­che se è difficile capire quanto inci­da su questa cifra la contrazione del­l’occupazione per la crisi. Resta il fat­to che lavorare nel nostro Paese è an­cora troppo insicuro e pericoloso.
 
Alessia Guerrieri
 
 
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