Mercoledì 21 Novembre 2018
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Storia della Chiesa di Napoli   versione testuale
Sintesi dalle origini ai giorni nostri
 Le più antiche fonti agiografiche, non anteriori al IX secolo, attribui­scono la fondazione della Chiesa di Napoli a San Pietro. Egli, provenen­do da Antiochia e diretto a Roma, si sarebbe fermato a Napoli e vi avrebbe battezzato e consacrato il primo Vescovo Aspreno o Asprenate. La presenza di una comunità cristiana, nel II secolo, è attestata con cer­tezza dalle testimonianze archeologiche del complesso catacombale di Capodimonte. Che la Chiesa di Napoli, poi, fosse già fiorente al IV secolo lo lascia intendere il Liber Pontificalis romano,in cui si legge che l’imperatore Costantino, sotto il pontificato di Papa Silvestro (314-335), fece costruire a Napoli una basilica, alla quale offrì preziosi donativi.

La serie dei Vescovi di Napoli viene solitamente divisa in quattro pe­riodi: il primo, dalle origini all’erezione della Chiesa a sede metropo­litana; il secondo, dall’erezione ad Arcivescovado allo scisma di Avignone; il terzo è costituito dal tempo dello scisma; il quarto, infine, va dalla fine dello scisma ai tempi odierni. Per il periodo che va dalle origini alla metà del IV secolo, il Liber Pontificalis registra dieci nomi: Aspren(as), Epitimius, Maro, Probus, Paulus, Agrippinus, Eustathius, Ephebus, Fortunatus e Maximus. In que­sto periodo Napoli non ha martiri indigeni, però si diffonde il culto per il Vescovo beneventano Gennaro, martirizzato a Pozzuoli († 305). Tra il IV e il V secolo, poi, fiorisce a Napoli la vita religiosa: il Vesco­vo Severo (363-409) eresse un monastero intitolato a San Potito, martire dell’Apulia, e un altro a San Martino, mentre un altro dei primi mona­steri fu eretto da Gaudioso, Vescovo africano di Abitine e profugo della persecuzione vandalica. Questi cenobi, insieme a numerosi altri anche di origine greca, vengono menzionati da Papa Gregorio Magno.

Nell’VIII secolo Napoli riscoprì un ruolo importante nella lotta antiiconoclasta, di cui furono campioni i Vescovi Sergio (718-747), Paolo II (762-767) che per due anni non potette entrare in città a causa delle opposizioni e dovette risiedere presso la catacomba extra moenia,e Stefano II (767-800). Nel 966, Napoli non era ancora Arcivescovado, ma nel 990 Sergio era già chiamato Arcivescovo. È probabile che ciò sia avvenuto non mol­to tempo dopo l’identica elevazione di Capua (966) e Benevento (969). Ma la Chiesa napoletana, fino a quando non divenne capitale di un grande regno, subì, con i rimaneggiamenti territoriali, le stesse sorti del Duca­to Napoletano, soffocata e spesso mortificata dai principi di Capua e Benevento. Per l’epoca il Liber censuum indica come suffraganee di Na­poli le diocesi di Aversa, Nola, Pozzuoli, Cuma e Ischia.

A partire dall’evo carolingio la Chiesa napoletana visse un significativo sviluppo culturale. Già il Vescovo Stefano II aveva inviato a Montecassino membri del suo clero alla scuola di Paolo diacono; un secolo dopo, invece, si stabilirono a Napoli, profughi da Roma, i due letterati Ausilio e Vulgario, e alla scuola del primo si perfezionò Giovanni diacono, il più grande storico delle antichità medievali napoletane. La cultura letteraria si estese al campo agiografico e, per il IX e X secolo, si ricordano figure come Paolo diacono, il Vescovo Atanasio II, Guarimpoto, Pietro suddiacono, il prete Orso, l’arciprete Leone. Il grande risveglio culturale durò a lungo. Non è un caso, infatti, che a Napoli per tutto il XIII e XIV secolo prosperò uno dei maggiori Studi europei, sotto il patrocino angioino e per l’interessamento di studiosi di grande valore come San Tommaso d’Aquino, Michele Scoto, il Beato Giacomo da Viterbo e tanti altri.

La relativa pace e floridezza della città al tempo degli Angioini permise la rapida espansione sul territorio dei nuovi ordini mendicanti e di stretta osservanza. Fu così che, mentre si edificava una nuova chiesa cattedrale (1294) in sostituzione dell’antica costantiniana Basilicadi Santa Restituta, già ricostruita dopo un incendio da Stefano I (499-501), sorsero altri monumentali edifici di culto. I Frati Predicatori costruirono la chiesa di San Domenico Maggiore sulla chiesa benedettina di San Michele; i Frati Minori avviarono la costruzione del complesso di Santa Chiara, una certosa sorse sul colle di San Martino; e nella città vecchia si costruì San Lorenzo Maggiore, in gotico provenzale, sui resti di una basilica paleocristiana fatta innalzare dal Vescovo Giovanni il Mediocre, intorno alla metà del VI secolo. Vanno pure ricordate le chiese di Sant’Eligio Maggiore, dell’Incoronata, di San Pietro a Majella, di Santa Maria Donnaregina. Appartengono a questo periodo le cosiddette Costituzioni orsiniane, il primo organizzato corpus disciplinare diocesano,dovuto all’arcivescovo Giovanni Orsini (1327-1358) per regolare la liturgia, il calendario, le norme funerarie e i costumi del clero nella Chiesa napoletana. Durante lo scisma d’Occidente, però, gli eventi storici ebbero gravi e anche durature ripercussioni sulla Chiesa napoletana, legata a fasi alterne alle sorti del papato sia romano che avignonese attraverso le dinastie d’Angiò e Durazzo.

Nei tempi moderni, fino a oggi, la storia della Chiesa di Napoli si presenta ricca di avvenimenti importanti e di uomini illustri. Tra questi ultimi vanno certamente ricordati i Vescovi che la famiglia Carafa ha dato alla diocesi: Alessandro Carafa (1484-1503), che nel 1497 trasportò il corpo di San Gennaro, Patrono della città, da Montevergine a Napoli; Oliviero Carafa (1503-1505); Vincenzo Carafa (1505-1541); Francesco Carafa (1542-1544); Gian Pietro Carafa (1551-1555), poi Papa Paolo IV; Alfonso Carafa (1557-1565), che subito dopo il Concilio di Trento tenne il primo Sinodo Diocesano dei tempi moderni (1565) e dette prova di larghezza di vedute e di fermezza di propositi nel restaurare la disciplina ecclesiastica; Mario Carafa (1565-1576), che in ossequio alle norme tridentine eresse il Seminario Urbano (1566). Nel clima della Controriforma, ma ancor più come risposta a reali esigenze del paese, non tardarono a insediarsi a Napoli gli ordini religiosi di recente fondazione. La Compagnia di Gesù si dedicò prevalentemente alla educazione dei giovani, mentre i Chierici Regolari di San Gaetano da Thiene organizzarono l’assistenza e la carità (e teatino fu pure il Beato Paolo Burali d’Arezzo, Arcivescovo dal 1576 al 1578). Barnabiti e Scolopi aprirono collegi e scuole, senza rifuggire dai ministeri pastorali.

La situazione economica e sociale del Regno di Napoli, ridotto dal 1503 a vicereame spagnolo, precipitò nel corso del XVII secolo, sia per la cosiddetta «rivoluzione di Masaniello» (1647), sia per la peste del 1656 che decimò la popolazione della capitale. La Chiesa napoletana in quelle occasioni subì momenti di seria crisi, superata, però, grazie alle qualità del clero, guidato dall’Arcivescovo Ascanio Filomarino (1642-1666). Della vitalità della diocesi è testimone, oltre all’elezione a Sommo Pontefice dell’Arcivescovo Antonio Pignatelli (1685-1691), diventato Papa Innocenzo XII, la nascita di varie congregazioni diocesane di sacerdoti missionari.

Dopo due secoli, nel 1734, Napoli tornò a essere capitale di un regno autonomo con i Borbone. Fu l’inizio di un periodo di floridezza, caratterizzata nella politica religiosa dalle rivendicazioni anticurialistiche di Carlo di Borbone e del suo ministro Bernardo Tanucci. Non mancò, comunque, il favore dei Sovrani agli eruditi ecclesiastici che il Settecento produsse a Napoli. Ne godettero in modo particolare Alessio Simmaco Mazzocchi e il suo discepolo e biografo Nicola Ignarra, entrambi storici e archeologi, a cui andò anche l’appoggio dell’illuminato Arcivescovo Giuseppe Spinelli (1735-1754), ideatore di una decorosa Accademia Ecclesiastica. 
In questi floridi tempi nacque la congregazione del SS.mo Redentore, voluta da Sant’Alfonso M. de Liguori per una nuova e più popolare dimensione del ministero pastorale.

Non minore vivacità mostrò l’Arcidiocesi di Napoli nel XIX secolo. Non sempre pronta – è vero – a rispondere alle sollecitazioni unitarie del Risorgimento, essa, tuttavia, partecipò e visse con impegno gli avvenimenti della Chiesa universale (primo fra tutti il Concilio Vaticano I) e vide fiorire vari movimenti culturali. Ricordiamo il canonico Gaetano Sanseverino, che, in collaborazione con altri sacerdoti, diede vita al periodico La Scienza e la Fede (1841-1888) e a un’Accademia filosofica, che in Italia furono il vessillo della ripresa neo-scolastica nel campo degli studi filosofici e teologici (nel 1849, per opera dei Gesuiti, nasceva, sempre a Napoli, La Civiltà Cattolica);mentre il canonico Gennaro Aspreno Galante avviò una scuola archeologica napoletana.

Arcivescovi in quegli anni furono il Servo di Dio Sisto Riario Sforza (1845-1877), che ospitò Pio IX durante il breve esilio napoletano del ’48 e fu egli stesso protagonista di un violento braccio di ferro con il nuovo regime unitario; il benedettino Guglielmo Sanfelice (1878-1897), attivo collaboratore al programma di “risanamento” urbanistico della città all’indomani dell’Unità d’Italia, insieme al sindaco Nicola Amore; il Servo di Dio Vincenzo Sarnelli (1897-1898).

Quando iniziò il Novecento, da due anni era Arcivescovo Giuseppe Prisco (morto nel 1923), discepolo di Sanseverino ed egli stesso tomista di buona fama. Gli successe per pochi mesi Michele Zezza e dopo di lui Alessio Ascalesi (1924-1952), che resse l’Arcidiocesi durante il venetennio fascista, il drammatico secondo conflitto mondiale e il primo avvio della ricostruzione. Arcivescovi del dopoguerra furono Marcello Mimmi (1952-1957) e Alfonso Castaldo (1958-1966).

È stato merito del Cardinale Corrado Ursi (1966-1987) guidare saggiamente la nuova stagione ecclesiale seguita al Concilio Vaticano II. E sulle sue orme ha proseguito il Cardinale Michele Giordano (1987-2006), rendendo esecutivo quanto disposto nel corso del XXX Sinodo diocesano e organizzando la visita apostolica di San Giovanni Paolo II a Napoli (9-12 novembre 1990). 
Oggi, il Cardinale Crescenzio Sepe è il 122° Vescovo della Chiesa napoletana.

Sarebbe assai lunga l’elencazione qui dei tanti cristiani di riconosciuta santità che la diocesi di Napoli ha dato alla Chiesa dal primo Vescovo Sant’Aspreno a Sant’Agrippino, a San Gaetano Thiene, a Sant’Alfonso M. de Liguori, a Santa Giovanna Antida, a Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, a San Giuseppe Moscati, fino ai Beati Vincenzo Romano e Nunzio Sulprizio. Tra gli ultimi canonizzati vi sono San Filippo Smaldone (2006), fondatore delle Suore Salesiane dei Sacri Cuori; San Gaetano Errico (2008), fondatore dei Missionari dei Sacri Cuori di Gesù e Maria; Santa Caterina Volpicelli (2009), fondatrice delle Ancelle del Sacro Cuore; Santa Giulia Salzano (2010), fondatrice delle Suore Catechiste del Sacro Cuore; il francescano San Ludovico da Casoria (2014), fondatore dei Frati Bigi e delle Suore Elisabettine; la Beata Maria Cristina di Savoia (2014).

Nella Chiesa napoletana, a partire dal XVI secolo, sono stati celebrati trenta Sinodi Diocesani e tre Sinodi Provinciali. 
Attualmente sono suffraganee della Chiesa metropolitana di Napoli le sedi arcivescovili di Capua e Sorrento-Castellammare, le diocesi di Alife, Aversa, Teano-Calvi, Caserta, Ischia, Nola, Pozzuoli, Sessa Aurunca e la prelatura di Pompei. 

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