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S. Maria Egiziaca
(1° Decanato )
 S. Maria Egiziaca  Info  La parrocchia 

La parrocchia   versione testuale

storia

La Chiesa di Santa Maria Egiziaca all'Olmo o a Forcella, è autentico gioiello dell'arte e dell'architettura tardo barocca napoletana, che rischia quasi di passare inosservata.
Non restano tracce del suo originario impianto che risale al 1342, allorché venne fondata per volere della regina Sancia assieme ad un monastero destinato, come era uso del tempo, ad accogliere le cosiddette donne traviate, a contenere le quali si era rivelato insufficiente il monastero della Maddalena, anch'esso fondato dalla pia moglie di Roberto d'Angiò. Sancia volle dedicare chiesa e monastero a Santa Maria Egiziaca che era stata "peccatrice" come la Maddalena e che aveva poi trascorso quarantasette anni di asprissima vita eremitica nel deserto d'Egitto. Per volere della Regina al monastero dell'Egiziaca venne assegnata la consistente rendita di 150 once d'oro l'anno oltre un donativo di 3000 once d'oro, nonché la terza parte dei territori regi di Bosco e Selva Mala, presso Torre Annunziata. Col tempo il monastero perse gradualmente il suo carattere assistenziale e ospitò "oneste donzelle" e figlie della nobiltà cittadina ingrandendo considerevolmente il suo patrimonio.
All'inizio del Cinquecento la chiesa venne ricostruita, secondo le fonti con architettura di Gabriele d'Angelo, poco nota figura di architetto ricordato dal De Dominici, a cui le antiche guide assegnano anche Palazzo Gravina. Dal 1595 ai primi anni del 1600 il convento e la chiesa ebbero un ulteriore intervento di restauro diretto dal maestro fabbricatore Giacomo Antonio Palese e che interessò il refettorio e l’“intempiatura”. In tale fase si colloca la bella tavola del Rosario commissionata nel 1606-7 a Fabrizio Santafede e posta nella seconda cappella a sinistra. Allorché nel 1639 alcune monache vollero allontanarsi dal monastero per vivere secondo una regola più rigorosa, fondandone a Pizzofalcone uno nuovo, anch'esso dedicato all'Egiziaca, la chiesa assunse la denominazione di Santa Maria Egiziaca Maggiore, detta popolarmente Santa Maria Egiziaca all'Olmo per il grande albero, sotto il quale si raccoglievano i negozianti del luogo, che sorgeva nell'antistante piazza, snodo di vitale importanza nella intricata rete viaria della zona, scomparsa a seguito dei lavori del "Risanamento". Nel 1683 le monache dell'Egiziaca all'Olmo decisero di rinnovare la chiesa e il convento e si rivolsero a Dionisio Lazzari, architetto e decoratore tra i più attivi in quel tempo a Napoli. La nuova chiesa costituisce uno dei più avanzati raggiungimenti dell'attività del Lazzari che articolò l'unica navata, coperta da una volta costolonata, su pianta ovale con cinque vani per lato di cui tré destinati a cappella. Adottando questo originale impianto Lazzari si rifaceva non solo alle recenti esperienze romane del Borromini ma si ricollegava in particolare alla tradizione napoletana degli edifici a pianta ovale che ebbe uno dei più originali interpreti nel geniale Fra' Nuvolo, attivo tra la fine del Cinquecento e i primi anni del secolo successivo. Nel novembre del 1683 la chiesa era già completata nella struttura, lo stuccatore Giuseppe Troise eseguiva gli stucchi nella zona del coro, mentre l'intagliatore Nicola Schisano e il mastro di squadra Filippo Bruno realizzavano un altare di legno che fu poi sostituito dall'attuale, di "preziosissimi marmi", realizzato da Gennaro Ragozzino e datato sul retro 1713. Il Bruno compare ancora in un pagamento del 1685, relativo all'esecuzione dei coretti della chiesa;
mancano d'altronde altri documenti sul ricco arredo in legno intagliato, argentato e dorato a mecca, costituito dai due organi, dai due coretti sospesi e dalla elaborata gelosia del coro delle monache. E' da supporre comunque che la complessa decorazione di marmi commessi, stucchi e dorature già prevista dal Lazzari sia stata svolta in conformità del suo progetto iniziale.
L'effetto complessivo che si ricava da questo ambiente è più quello profano di una sala da concerto che quello di un tempio. Il terremoto del 1688 e la successiva morte del Lazzari nel 1689 segnarono una battuta d'arresto nei lavori della chiesa che continuarono poi durante la prima metà del Settecento sotto la direzione di Nicola Tagliacozzi Canale e di diversi altri ingegneri che si avvicendarono negli anni successivi. Oltre all'altare realizzato dal Ragozzino nel 1713, venne in quello stesso anno messo in opera da Domenico Attanasio il pavimento in maiolica e cotto con al centro il simbolo agostiniano, andato malauguratamente distrutto durante i lavori di restauro del 1965. Un tempo, come ricorda il D'Ambra, anche gli altari erano in legno dorato e intagliato e furono poi sostituiti dagli attuali modesti altari marmorei datati 1847. Negli anni 1738-40 i marmorari Ferdinando de Ferdinando e Gennaro Cimafonte, diretti dal Tagliacozzi Canale, completavano la decorazione marmorea della chiesa. Tra il 1756 e il 1790 le monache dell'Egiziaca curarono i lavori di restauro del monastero, potenziando particolarmente gli spazi destinati alla formazione delle monache; al 1765 si data la costruzione del nuovo chiostro e del nuovo ingresso, dove sono i tre busti in stucco di Sant'Agostino, San ta Monica e di Santa Maria Egiziaca, che è tuttora l'unico ambiente rimasto integro del monastero dopo il suo adattamento a sede dell'ospedale Ascalesi.
La decorazione pittorica della chiesa ne documenta le principali fasi costrutti ve a partire dal XVII secolo. Già si è ricordata la tavola del Santafede con la Madonna del Rosario nella seconda cappella di sinistra. Al secondo Seicento risale la tela di Giacomo Farelli con San Nicola di Bari che salva il fanciullo coppiere, nella prima cappella a sinistra. Nella cena dell'altare maggiore è un dipinto della maturità di A. Vaccaro, datato 1668, la Comunione di Santa Maria Egiziaca, dove è raffigurata la santa morente comunicata dall'abate Zosimo. E' questa opera tipica della maniera accademizzante del pittore attorno agli anni sessanta del Seicento. Alle pareti laterali del presbiterio sono due altissimi raggiungimenti dell'ultima fase del Giordano: le due grandi tele raffiguranti Santa Maria Egiziaca ha la visione della Vergine e La fuga della Santa nel deserto. La scena in questo dipinto e ambientata in una zona al di fuori della città di Napoli con i mandriani al pascolo nei pressi delle mura cittadine e la facciata della chiesa con il portico antico e l'albero dell'olmo. In queste due tele, datate della critica intorno al 1702 e passate quasi inosservate, Giordano si esprime con toni di un tenebrismo pretiano e drammatico adottando luci mobilissime fendenti in diagonale. Questa pittura austera si pone come alternativa al barocchetto aereo e luminoso del Trionfo di Giuditta, affrescato dallo stesso Luca nel la cupoletta del Tesoro della Certosa di San Martino. A Giordano si deve anche il quadro con Santa Anna che presenta all'Eterno la Vergine, replica della tela realizzata dal pittore per la chiesa romana di Santa Maria in Campitelli. L'opera, un tempo nella seconda cappella destra, fu rubata nel 1993 allorché vennero trafugati anche i dipinti delle pareti laterali delle cappelle, opere della bottega di Solimena. A Francesco Solimena si devono le altre due grandi pale d'altare: la Madonna del Carmine con i Santi Angelo e Chiara da Montefalco, firmata e datata 1696, nella terza cappella a destra, e la Madonna con i Santi Agostino e Monica, posta nella cappella di fronte, della quale a seguito del restauro si è potuta leggere la data 1690. Ambedue i dipinti sono caratterizzati da una meditata composizione in cui ogni gesto dei personaggi assume una precisa collocazione. Solimena riprende qui i motivi esterni del barocco giordanesco e, come fa notare Ferdinando Bologna, "Vi racchiude in un ordine compositivo, i cui termini stanno diventando sempre più vistosamente di indole classicista, già per molti aspetti aulici, con più che un presentimento di accademia". L'importanza di questo insieme di dipinti evidenzia il forte impegno della committenza religiosa tra la fine del Seicento e i primi decenni del Settecento, fase che si conclude nel 1739 con la decorazione dei peducci su tela della cupola dove sono raffigurati i quattro Evangelisti, di P. de Majo .
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