“ABBIAMO BISOGNO DI TE, AMORE RISORTO”

Lettera di Pasqua 2026 di Don Mimmo Battaglia

Sorelle, fratelli, un’altra Pasqua si affaccia alla finestra della nostra vita. Una Pasqua che domanda di essere vissuta, attraversata, in questo cielo di primavera illuminato da una luce piena, antica e ostinata, che sembra contrastare con la terra che continua a soffrire sotto il peso di troppe croci. E noi siamo qui, nel mezzo: con il cuore che conosce il canto e conosce il pianto, sospesi tra la ferita del Venerdì e il respiro trattenuto di un sepolcro che attende ancora di esplodere di vita.

Un cuore che a volte è leggero. Leggero perché, nonostante tutto, continua a innamorarsi. Perché si lascia sollevare da desideri che non si arrendono al cinismo. Perché si lascia scaldare da mani che si cercano, da legami che ogni giorno, con pazienza ostinata, scegliamo di costruire e custodire.

Ma è anche un cuore pesante. Pesante perché questo tempo ci attraversa e ci ferisce. Perché ci sono immagini che non riusciamo più a scacciare, nomi che restano incisi dentro, storie che ci abitano e ci tolgono il respiro. Penso alla morte di tanti innocenti, alla precarietà di tante famiglie, penso alle guerre che divorano la terra e la rendono irriconoscibile, penso a questo mondo che sembra smarrire sempre più il senso dell’umano, inghiottito nei gorghi dell’odio e dell’indifferenza.

Eppure è proprio qui, dentro questi scenari feriti, che siamo chiamati a una scelta. Non quella di chiudere gli occhi, non quella di fuggire, ma quella – più difficile e più vera – di tornare ai colori della primavera dello spirito. Tornare all’amicizia con Cristo. Tornare a quella relazione viva che non ci sottrae al mondo, ma ci restituisce al mondo con un cuore più capace di sperare. Perché la speranza, quella vera, non è evasione. È resistenza. È una forma di lotta mite e tenace che genera storia. È il seme nascosto di rivoluzioni silenziose, capaci di cambiare il volto delle cose senza fare rumore, ma cambiando tutto.

Vorrei condividere con voi, in questo tempo pasquale, una piccola confidenza, una cosa semplice che nasce nella preghiera. Prendetela così, come si accoglie la parola fragile di un fratello. A volte, quando leggo la Scrittura, mi accade di fermarmi su una parola: “Dio”. È una parola immensa, sacra, necessaria. Eppure, in certi momenti, sento che rischia di diventare per molti lontana, come un titolo alto che non riesce più a toccare la nostra carne ferita. Allora provo un piccolo esercizio. Quasi un azzardo. E provo a chiamare Dio con il suo nome più vero: Amore.

In realtà mi sento autorizzato a farlo. Perché non è un’invenzione mia. È piuttosto la consegna più luminosa che ci ha lasciato il Vangelo: Dio è Amore. E quando, leggendo, al posto di “Dio” pronuncio “Amore”, succede qualcosa. Le parole cambiano temperatura. Si avvicinano. Diventano abitabili. Non restano più sospese nel cielo, ma scendono dentro la polvere delle nostre strade, dentro le pieghe della nostra vita.

Questo accade soprattutto quando la notte si fa più fitta. Quando le notizie parlano di guerre senza fine, di violenze che sembrano non avere limite, di fratelli che alzano la mano contro altri fratelli. Dire “Amore” in quei momenti ci impedisce di pensare a un Dio spettatore. Ci obbliga a cercarlo lì, dentro il fango, dentro le macerie, dentro le lacrime. Come presenza che non fugge, come luce ostinata che continua a brillare anche quando tutto sembra perduto.

Davanti al dolore degli innocenti, chiamarlo Amore cambia anche il nostro grido. Non è più solo protesta. Diventa invocazione. Diventa riconoscimento di una presenza che non osserva da lontano, ma abita la ferita, la attraversa, la porta con noi. E questo vale anche per le nostre notti personali. Quelle che non fanno rumore, ma scavano dentro. Le relazioni che si spezzano, i fallimenti che ci umiliano, i silenzi che fanno male, quella stanchezza dell’anima che a volte ci toglie il respiro. Anche lì, dire “Dio è Amore” non è una formula. È un calore. È una vicinanza che non ci lascia soli.

Questa è la scommessa della Pasqua: credere che l’Amore non sia una parola fragile, ma una forza concreta, capace di attraversare la storia e di aprire varchi dove tutto sembra chiuso. Credere che l’Amore non sia sconfitto dalla morte, ma la attraversi e la trasformi. La Pasqua è questo rovesciamento inaudito. È il momento in cui l’impossibile entra nella storia senza chiedere permesso. Dove tutto sembrava finito, la vita ricomincia. Dove la violenza pensava di aver detto l’ultima parola, nasce un linguaggio nuovo. Dove la pietra sembrava definitiva, qualcosa la sposta.

La tomba non riesce a trattenere la vita. L’ingiustizia non riesce a sigillare la speranza. Il male non riesce a bloccare il futuro. E allora la Pasqua diventa questa notizia disarmante: nulla è impossibile all’Amore. Nulla. Perché è l’Amore che risorge. È l’Amore che non si rassegna alla chiusura. È l’Amore che cerca e trova sempre un varco, anche quando tutto sembra perduto.

Questo riguarda il mondo, certo. Riguarda i popoli, le guerre, le ingiustizie, le grandi ferite della storia. Ma riguarda anche ciascuno di noi. Perché ognuno di noi conosce i propri sepolcri. Non sono fatti di pietra, ma sono veri. Sono ferite che non si chiudono, relazioni interrotte, paure che ritornano, notti in cui il cuore si sente senza appoggio. Sono luoghi interiori dove pensiamo che tutto sia finito.

E proprio lì, davanti a quei sepolcri, la Pasqua cambia il nostro sguardo.

In questi giorni mi porto dentro una domanda che non mi lascia: e se il sepolcro non fosse soltanto una fine? E se fosse anche un inizio nascosto? E se fosse un grembo?

Un grembo oscuro, silenzioso, invisibile. Ma un grembo. Un luogo in cui qualcosa, senza fare rumore, sta già germogliando. Perché nella storia di Dio l’Amore ha sempre scelto i luoghi improbabili. Ha fatto nascere vita nel deserto. Ha aperto strade nel mare. Ha acceso futuro dentro storie segnate dalla fine. Allora forse anche i nostri sepolcri non sono solo luoghi di morte. Forse sono spazi misteriosi in cui l’Amore sta già preparando una vita nuova.

Fratello, sorella, ascolta: nulla è impossibile all’Amore. Nulla è impossibile all’Amore Crocifisso e Risorto. Ed è con questa certezza, fragile e tenace insieme, che ti auguro di attraversare la Pasqua. Come un esodo interiore. Dalla paura alla fiducia. Dalla chiusura alla relazione. Dalla stanchezza alla vita.

E che ciascuno di noi possa scoprire, proprio lì dove pensava di trovare soltanto una tomba, un grembo che pulsa. Il grembo dell’Amore Risorto, che ancora oggi continua, ostinato, a far nascere la vita:

Abbiamo bisogno di te, Amore Risorto, per imparare che la vita è più forte della morte.

Abbiamo bisogno di te, Amore Risorto, per credere che la concordia e la riconciliazione possono germogliare anche nei campi ora occupati dalla guerra.

Abbiamo bisogno di te, Amore Risorto, per custodire la speranza quando il cuore si stanca.

Abbiamo bisogno di te, Amore Risorto, per trasformare le nostre ferite in sorgenti di compassione.

Abbiamo bisogno di te, Amore Risorto, per non smettere di scommettere sulla bontà quando il mondo sembra invece premiare la durezza.

Abbiamo bisogno di te, Amore Risorto, per rialzarci ogni volta che la vita ci fa cadere e che i pezzi della nostra storia sembrano andare in frantumi.

Abbiamo bisogno di te, Amore risorto, perché le nostre tombe interiori diventino grembi di vita nuova e dalle notti bellicose e terribili di questo mondo nel caos possa nascere l’alba di una nuova giustizia e di una pace vera. Per tutti. Per sempre.

Amen

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