Commemorazione Fedeli Defunti

2 Novembre 2012 -l'Omelia del Cardinale Sepe

Signor Sindaco e distinte Autorità civili e militari
   Cari fratelli e sorelle tutti,
 
         Come ogni anno, la Chiesa ci convoca per commemorare tutti i fedeli defunti, per pregare per loro, anche per i nostri parenti, amici e benefattori, per rinnovare la nostra fede e la nostra speranza in Colui che è il Signore della vita e della storia.
         Mistero della vita e della morte: due facce della stessa medaglia che rappresenta la vita di ogni uomo in tutti gli istanti della sua esistenza, dal primo apparire al mondo fino a ciò che sarà la sua morte. La commemorazione, perciò, non è solo ricordare chi ci ha preceduto, ma è anche l’occasione per soffermarci sulla nostra vita, su ciò che può illuminare il nostro quotidiano, evitando così il rischio che tutto scivoli senza dare senso ai nostri giorni, alla nostra storia.
          In che cosa crede il cristiano? La morte, pur nella sua drammaticità, non è l’ultima spiaggia, non è l’ultimo orizzonte della vita perché Cristo, con la sua morte, ha vinto la morte e ha aperto orizzonti nuovi, nuovi cieli e nuova terra. Certo la vita dell’uomo è un tempo che scorre, che passa e degrada: “panta rei”, dicevano i greci antichi; ma, oltre questa visione temporale, c’è una realtà infinita e definitiva: l’eternità.
         La porta che apre il tempo all’eternità è Cristo: il Figlio di Dio che è venuto dall’eternità per farsi uomo, tempo e storia, e per ricondurre gli uomini del tempo all’eternità.
         La morte, quindi, non è solo giorno di distacco e di abbandono, ma anche “giorno di nascita” (cfr il dies natalis della morte dei santi). È quanto ci insegna la liturgia di questa Celebrazione eucaristica, nella quale, pur nella mestizia, risuona una nota chiara e inconfondibile di gioia e di ringraziamento. Così, ad esempio, la seconda lettura che abbiamo ascoltata, tratta della lettera di S. Paolo ai Romani, ci aiuta a comprendere come la morte possa assomigliare alla nascita di una nuova creatura. La morte, come distacco dall’utero di madre terra, provoca dolore e lacerazione ma, nello stesso tempo, come ingresso nel mondo nuovo della salvezza, produce una gioia senza limiti. È come un nuovo parto nel quale si uniscono il dolore e la gioia del neonato al suo ingresso nel mondo.
         È questo il senso cristiano della morte. Cristo ha inaugurato una nuova vita, la vita che non avrà termine. Lo ha detto un giorno a Marta, come leggiamo nel Vangelo, e lo ripete a ciascuno di noi. Egli è la vita chi crede in Lui ha trovato quella vita contro la quale la morte del corpo non può nulla. Ma la vita futura inizia già in questa vita terrena se, come ci invita il Vangelo, sapremo camminare sulla strada della carità e della giustizia, sapremo aprirci agli altri, come se fossero Cristo stesso, se ci impegniamo a costruire una società nella quale ciascuno si rende protagonista indispensabile del futuro della propria vita e dell’intera comunità. Saper scorgere Dio nascosto nei volti di chi soffre e nelle situazioni di disagio materiale e spirituale di quanti chiedono di essere aiutati a vivere la propria dignità nella libertà del proprio agire, significa contribuire alla costruzione di quella civiltà dove regnano la solidarietà, la giustizia e la pace, riflesso di quel paradiso che godremo per l’eternità. Nutrire, dissetare, sfamare, vestire, visitare: è su questo che saremo giudicati: venite, benedetti, entrate e prendete parte al banchetto che Dio ha preparato per voi.
         Noi viventi, ancora pellegrini sulla terra, affidiamoci a Colei che ci ha preceduti nella fede, perché ci insegni a vivere secondo gli insegnamenti di Cristo Gesù per poter meritare di entrare nella vita nuova e godere per sempre della comunione con Dio e con i nostri defunti.
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