don Franco Esposito

Cappellano a Poggioreale

Don Franco Esposito, nato nel 1960 a Napoli, è stato ordinato sacerdote nel 1988. Parroco prima ad Afragola e poi per quindici anni al Santuario Eucaristico di S. Pietro a Patierno, attualmente è cappellano al carcere di Poggioreale, parroco del Rione De Gasperi nel difficile quartiere di Ponticelli, assistente del Movimento Apostolico Ciechi e direttore dell’Ufficio Diocesano di Pastorale Carceraria, voluto dal cardinale Crescenzio Sepe. Ha pubblicato di recente “Liberi di pregare”, una guida spirituale ma forse anche un diario dell’anima che don Franco ha premurosamente e amorevolmente preparato per i carcerati e per quanti con essi, in qualche modo, si incontrano e dialogano siano essi familiari, amici, volontari, assistenti, guardie, cappellani. Don Franco, attraverso gli scritti raccolti in “Liberi di pregare” ha dimostrato come e quanto si possano amare le persone detenute, facendo il Cappellano nelle carceri, dopo aver operato una scelta di vita che è impegno pastorale, nel dono di sé..
Riportiamo qui l’intervista di Vincenzo Paticchio, pubblicata sul periodico dei Trinitari in Italia “Trinità e Liberazione” il 20 novembre 2010 :
Don Franco, lei da un po’ di anni, fa il prete in carcere, a Poggioreale. Cosa si attendono i detenuti da un prete?
Anzitutto il prete viene visto non come appartenente al carcere, i detenuti ci vedono più dalla loro parte che dalla parte dell’istituzione, il carcere è purtroppo prevalentemente una struttura repressiva, il cappellano e anche le suore e i volontari in questa struttura sono forse l’unica realtà che richiama alla mente “il mondo libero”. I detenuti dal prete e dalla presenza della Chiesa nel carcere si attendono ancora che qualcuno creda in loro, che ci sia chi gli dia ancora fiducia, e questo vale molto di più di qualsiasi rieducazione. Alla base stessa dell’evangelizzazione che siamo chiamati come Chiesa a incarnare nel carcere, ci deve essere  innanzitutto una risposta a questa attesa di fiducia: solo così si riesce a far breccia nei cuori di tanti di loro per poi iniziare anche un cammino di fede.
Cosa c’è prima e dietro l’eventuale proposta di un cammino di fede? Esistono le conversioni in carcere?
Certamente esistono le conversioni in carcere, ma ogni conversione è un mistero, sappiamo bene che la conversione non dipende dall’operato dei cappellani né dalle attività religiose che si svolgono nel carcere. Queste forse possono spianare la strada all’incontro con Gesù, ma quest’incontro che solo può cambiare la vita delle persone  è ciò che avviene nel segreto, nell’intimo dei cuori. Qualche volta noi cappellani abbiamo la grazia di vedere Gesù all’opera, che trasforma, che converte, ma tante volte questo avviene nel mistero dell’intimo delle coscienze, e solo dopo anni porta frutto.
Quali situazioni difficili vivono oggi i detenuti? Oltre al sovraffollamento, che è una piaga diffusa in molti istituti penitenziari italiani, quali sono gli altri disagi dei carcerati?
Oggi tutti i disagi sembrano provenire  dal sovraffollamento, questo perché si dimentica che il detenuto è persona  come ogni persona porta in sé il desiderio irrefrenabile della libertà della comunione. Solo una risposta positiva a questo desiderio può migliorare l’uomo e può fargli prendere coscienza del male commesso. Quindi, fatta questa premessa, il carcere come luogo di privazione della libertà e di distacco dagli affetti è una istituzione di per sé contro l’uomo ed essendo contro l’uomo è anticristiana. È in questa realtà che noi come Chiesa siamo chiamati a portare l’annuncio della liberazione che inizia sempre dalla liberazione interiore. I disagi dei carcerati nascono, credo, proprio dall’impossibilità di riscoprire il positivo della propria umanità. Questo potrebbe essere possibile attraverso progetti di “socializzazione”: il recupero della persona o avviene attraverso l’incontro vero e disinteressato con l’altro o non avviene. È proprio la mancanza di attività, che costringe a stare chiusi 22 ore al giorno, il primo grande disagio e di conseguenza i problemi psichici, la facile irritabilità, anche il malanno più comune come un mal di testa, o un mal di denti in carcere possono diventare una tragedia.
Altro disagio che io continuo a denunciare ma senza nessun ascolto è quello del vitto. Poggioreale, ma è solo un esempio, ha due sole cucine di cui una serve il vitto quotidiano per 2000 persone (la legge italiana impone ad ogni tipo di struttura una cucina per un massimo di 300 pasti). Di conseguenza il cibo, quando arriva nelle celle ai detenuti, è immangiabile e almeno il primo piatto viene rimandato indietro e buttato; tonnellate di cibo quotidianamente finiscono nella spazzatura questo moltiplicato per tantissime altre carceri che si trovano nelle stesse condizioni. Inoltre c’è da considerare che in carcere cucinano i detenuti senza alcuna qualifica e guidati dalla buona volontà di un agente della polizia penitenziaria che fa “da capocuoco”: i disagi che ne conseguono sono immaginabili.
Il malessere si percepisce in tante maniere. Aumentano i casi di suicidio e di tentato suicidio… Lei, in altre occasioni, ha dichiarato che nelle carceri, così come sono concepite e organizzate in Italia, i detenuti rischiano di diventare più delinquenti di prima. Perché? È vero che la malavita organizzata, è ben strutturata anche dietro le sbarre?
Voglio precisare che il fatto che dal carcere si esce più delinquenti non è colpa della malavita organizzata che anche in carcere detta le sue regole, ma la colpa è di questo carcere che si preoccupa solo di far pagare una pena, e si disinteressa totalmente di tutto il resto.  La realtà è che in questo carcere si entra colpevoli di un reato commesso e si esce arrabbiati e con la consapevolezza di essere vittime  di un reato subito che è quello di essere stati parcheggiati in una situazione disumana per alcuni anni e poi riammessi nella società senza nessuna possibilità di riscatto. Questa è una pena che non finisce con gli anni di carcere. Spesso, purtroppo, è una pena che qualcuno (i più deboli) la risolvono condannandosi a morte.
Che cosa dovrebbero inventarsi le Istituzioni per consentire ai detenuti che scontano la pena di prendere davvero coscienza degli errori commessi e avviare concreti processi di ricostruzione e di recupero personale?
Se lo Stato vuole dare una vera risposta alla giusta domanda di sicurezza che chiede la società civile, deve anzitutto superare l’idea che il carcere così com’è sia la soluzione al problema della delinquenza comune. I tossicodipendenti autori di reati dovrebbero stare nelle comunità di recupero, non certo parcheggiati per 22 ore al giorno per alcuni anni in una cella con altri 10 e più persone, per poi essere ributtati in strada. Gli autori di reati minori (furti, scippi, reati contro il patrimonio, ecc.) dovrebbero essere in strutture o centri sociali che li riabilitino anche attraverso attività che abbiano come obbiettivo la riparazione del danno commesso.
Se il denaro speso per mantenere i detenuti in carcere (circa 300 euro al giorno) fosse investito in strutture diversificate secondo i reati commessi non solo si risponderebbe, veramente, alle esigenze di sicurezza ma si risolverebbe anche il problema del sovraffollamento
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Quale ruolo ancora più efficace di quanto non lo sia già, può avere il volontariato carcerario?
Il volontariato se vuole avere un ruolo sempre più incisivo e importante in questa realtà complessa che è il mondo penitenziario, deve anzitutto organizzarsi in rete: non è più il tempo del singolo volontario che va in carcere per compiere la sua opera buona. In carcere il volontariato è chiamato ad essere un ponte tra il dentro e fuori le mura, deve essere per il detenuto un punto di riferimento positivo, al quale rivolgersi per confrontarsi e trovare ascolto. Proprio per questo il nostro centro diocesano di pastorale carceraria ogni 2 anni organizza un corso di formazione per coloro che desiderano svolgere questo servizio. E per tutti i volontari si tengono incontri di spiritualità e di verifica.
In quale maniera con l’Ufficio diocesano di pastorale carceraria, a Napoli sostenete le famiglie dei detenuti? In qual modo tentate di coinvolgere le comunità parrocchiali?
La pastorale carceraria tende a coinvolgere la comunità cristiana in un percorso di attenzione verso la realtà del carcere per sentirla come parte integrante del cammino della Chiesa diocesana; nello stesso tempo tende a far sentire il detenuto inserito pienamente nella famiglia della chiesa locale attraverso iniziative e cammini di fede che devono incarnare nella situazione la pastorale della diocesi. Il soggetto della pastorale carceraria, come di ogni pastorale, è la comunità cristiana tutta, sotto la guida del suo pastore. Non può quindi essere delegata alla sola persona del cappellano o a qualche gruppo e associazione di volontariato, ma deve nascere dalla comunità e coinvolgere la comunità stessa nelle sue diverse espressioni, dentro e fuori le mura del carcere. La Chiesa è sempre stata molto impegnata nel mondo del carcere e lo è ancora. È presente istituzionalmente con i cappellani, con qualche gruppo di volontariato, suore e associazioni che si occupano dei carcerati, vengono promosse anche alcune iniziative… ma questo impegno, ancora limitato ai soli addetti ai lavori, non è partecipato da tutta la  chiesa, non è certamente sufficiente per far fronte alle richieste e alle esigenze. La comunità in genere è insensibile e indifferente culturalmente, è contraria al mondo del carcere, alla riconciliazione e all’accoglienza della persona detenuta. Il carcere non è un isola, anzi, rappresenta quella realtà di Chiesa che soffre a causa del male, del peccato, e lì dove un membro soffre tutto il corpo soffre. Il cristiano e le nostre comunità sono chiamati a guardare a questa realtà con occhi diversi da chi giudica con il metro della giustizia umana (spesso vendicativa e farisaica), ma con occhi di misericordia: ciò non significa assolutamente addolcire il male o cercare di giustificarlo, ma andare alle radici, per scoprire dove ha origine, dov’è la fonte della malattia di cui spesso il condannato ne rappresenta solo il sintomo.
I Trinitari da sempre si occupano anche della pastorale nelle carceri e hanno nel loro carisma il ministero della “liberazione”. È un servizio ancora attuale?
Certamente, un carisma così bello come quello della “liberazione” è sempre attuale soprattutto nella nostra  società dove le nuove schiavitù hanno diverse sfaccettature. Occuparsi oggi del problema penitenziario significa incarnare quest’annuncio di liberazione non solo nel carcere, dove il detenuto attraverso un cammino di fede può prendere coscienza del male e iniziare un percorso di redenzione. Ma significa anche creare quelle strutture di accoglienza fuori dalle mura dove la persona potrebbe,vivendo in una dimensione comunitaria con l’apporto delle misure alternative al carcere che la legge prevede, riscoprire il senso della legalità non come costrizione o pena da pagare, ma come un vero cammino di liberazione che parta dall’interiorità per poi allargarsi al vivere  ivile e così prepararsi ad un reinserimento nella società come uomo nuovo. In questa prospettiva credo che il carisma dei padri Trinitari sia più che attuale e possa dare un notevole contributo alla pastorale carceraria.

per contattare don Franco Esposito : f.esposito@chiesadinapoli.it.
 
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