S. Chiara - Corpo di Cristo

o Ostia Santa

Dettata da una profonda devozione nei riguardi dell’Ordine serafico, Sancia d’Aragona-Majorca (1286-1345), seconda moglie di re Roberto d’Angiò, patrocinò insieme a lui la fondazione del Monastero delle Clarisse di S. Chiara, talvolta designato nei documenti angioini anche con i titoli del Corpo di Cristo o dell’Ostia Santa. Nel 1312 arrivò la formale autorizzazione pontificia e, nel 1317, quella relativa al contiguo convento destinato ad accogliere i frati deputati all’assistenza spirituale delle clarisse.

Nel 1321 la sovrana stabilì gli statuti monasteriali o Ordinationes, prescrivendo con precisione l’età di ricezione delle monache, le modalità di digiuno, gli oneri liturgici, le regole di governo e tutte le norme necessarie a disciplinare la vita comunitaria. Ma, soprattutto, dotò il monastero di considerevoli beni patrimoniali al fine di assicurare il sostentamento e l’accrescimento della comunità religiosa, che infatti dalle iniziali 100 unità raggiunse il considerevole numero di 380 clarisse nel 1566. Passate dalla Prima alla Seconda Regola, le clarisse napoletane accettarono le integrazioni apportate a quest’ultima da papa Eugenio IV (1431-1447). Margherita di Venafro, a metà del ‘400, tentò inoltre una riforma in conformità ai principi dell’Osservanza, sembra però senza conseguire risultati significativi.

Come in altri monasteri cittadini, anche in S. Chiara si registrò una certa resistenza alla riforma tridentina, accompagnata dalla puntigliosa rivendicazione e difesa di antichi privilegi ed autonomie. Particolarmente decisa fu la resistenza delle religiose ai tentativi di visita del cardinale Filomarino, ostacolato in tutti i modi.  Nel marzo del 1652, il cardinale si presentò a sorpresa alle porte del monastero pretendendo di visitarlo, ma gli furono subito chiuse in faccia e le stesse religiose fecero barriera con i loro corpi. A Filomarino non rimase che stabilire l’interdetto con conseguente divieto delle celebrazioni liturgiche nella chiesa esterna e inibizione della somministrazione dei sacramenti alle monache. Solo nel 1654 le clarisse scesero a più miti consigli consentendo infine la visita.

Come in altri monasteri napoletani, anche a S. Chiara le monache erano suddivise nelle due  categorie delle coriste o signore e delle converse. Le prime, educate fin da piccole nel monastero,  conservavano il cognome nobiliare, sapevano leggere e scrivere, partecipavano alla liturgia nel coro e godevano dell’elettorato, attivo e passivo, e potevano aspirare a far parte del governo del monastero. Le converse, invece, erano designate con il nome e il luogo di provenienza e, in sostanza, svolgevano gli umili compiti di servitrici delle coriste, senza però godere dei privilegi e dei diritti delle prime.

Le coriste disponevano di danaro derivante da rendite e vitalizi. Nella cassa comune erano anche conservate le doti delle novizie che solo all’atto della professione solenne dei voti, da farsi di regola dopo un anno, sarebbero passate in proprietà del monastero e impiegate nell’acquisto di beni redditizi. Per tali motivi, invalse l’abuso, perdurato almeno fino al 1828, di ritardare il più possibile la professione per poter conservare per sé la dote.

Gli elementi costitutivi dello status della corista erano rappresentati dall’assegnazione di converse al proprio personale servizio e dalla cella monacale che spettava solo alle signore già professe da almeno dieci anni. Le coriste assegnatarie non di rado apponevano alla cella o alle balaustre dei balconi i propri stemmi personali; erano tenute a provvedere a proprie spese alla manutenzione ordinaria e straordinaria del locale, sicché ne risultavano in buona sostanza proprietarie. Alla loro morte, al momento della vendita dei beni delle defunta, era talvolta venduta anche la cella che speso era abusivamente occupata da altre monache. Alle converse al servizio della corista era riservato invece il piano inferiore e il sottoscala della cella.

Numerose norme regolamentari vietavano i divertimenti delle monache, ritenuti non conformi alla Regola. In particolare alle clarisse era proibito tenere cagnolini e galline private nel monastero oltre che giocare a dadi e carte. Non mancavano tuttavia, nonostante le restrizioni regolamentari, le rappresentazioni teatrali in costume che venivano tenute in diverse occasioni festive. Ad esempio, per il Carnevale di uno degli anni del badessato di Beatrice Filomarino (1730-1733), si rappresentarono ben cinque operette, un’azione scenica e si svolsero anche alcuni balletti mascherati, accompagnati da sontuose pietanze pubbliche. Più in generale i regolamenti vietavano alle monache di tenere strumenti musicali, eccezion fatta per regale (organo portativo), arpicordo e monocordo. Tali prescrizioni comunque non impedirono alla badessa Delia Bonito (1723) la composizione di una Messa a due voci ed eccessi musicali vengono ad ogni modo segnalati almeno fin dal 1536, ad esempio, in occasione di feste religiose quali quella del Corpus Domini. Questa solennità era festeggiata un tempo con una grandiosa processione che, il giorno successivo all’ottava di Pentecoste, partendo dal Duomo, percorreva il centro della città giungendo fino alla chiesa di S. Chiara dove avveniva la pubblica esposizione del Santissimo, e ciò per espressa autorizzazione pontificia concessa su richiesta dei re Roberto d’Angiò e della moglie Sancia, devoti dell’Eucaristia, come conferma anche la già menzionata intitolazione del monastero al Corpo di Cristo. Un percorso analogo è ancora oggi seguito per la processione delle reliquie di san Gennaro che si tiene il sabato precedente la prima domenica del mese di maggio, quando il miracolo dello scioglimento del sangue si compie nella basilica francescana.

Una notizia singolare è riferita ancora dalla Cronaca di Notar Giacomo che, nel 1507, attesta l’abitudine delle monache, in occasione delle festività natalizie, di abbigliarsi «all’usanza seculare» indossando le gonnelle ed ostentando catene (collane), maniglie (bracciali), gioielli e ricchi abiti in raso prestati dalle parenti. La Cronaca precisa inoltre che le celle erano all’epoca riccamente arredate e colme di beni, soprattutto miele, zuchari e specellaria (dolci, spezie e medicamenti) che venivano venduti ai laici traendone profitto. Le monache in particolare erano rinomate per la loro maestria nel preparare «marasche sciroppate, le perette in barattoli, i mostaccioli, le lasagne, le frittelle chiamate zeppole».

Oltre che per consentire il commercio di questi beni, le norme della clausura erano in realtà applicate con una certa elasticità considerando che al monastero femminile avevano frequentemente accesso medici, chirurgi, cavasangue, ingegneri, artisti, manovali, operai, artigiani ed avvocati, secondo le necessità, oltre ovviamente sacerdoti e confessori. Se non era difficile entrare nel monastero femminile neppure era impossibile uscirne. Nel 1536 sono attestate alcune fuoriuscite delle monache per visite a genitori e parenti, con o senza ritorno al monastero, o per motivi di salute. Frequente era, tra l’altro, il caso che le clarisse si fingessero a questi scopi spiritate per poter uscire. Secondo una diceria, presa peraltro piuttosto sul serio dal cardinale Filomarino, infine, in occasione di un furto avvenuto intorno al 1650, oltre a sacchi di grano, i ladri avrebbero asportato anche sacchi contenenti … monache.

Le monache di S. Chiara furono sempre particolarmente attente a curare l’aspetto della grande chiesa esterna, del monastero e del chiostro grande, ma soprattutto nel secolo XVIII profusero ingenti risorse finanziarie nei lavori di abbellimento del complesso monastico. In particolare il chiostro, in occasione di feste religiose o di visite di personaggi di rilievo, veniva addobbato con arazzi allo scopo di nascondere allo sguardo gli scorci meno gradevoli delle antiche fabbriche gotiche. Sembra che le prime sollecitazioni ad un abbellimento del chiostro stesso, secondo il gusto tardo-barocco, siano venute dalla regina Maria Amalia di Sassonia, moglie di re Carlo di Borbone che aveva frequentemente visitato il monastero. La progettazione della nuova decorazione in maiolica del chiostro e della più moderna sistemazione del giardino-orto fu affidata all’architetto Domenico Antonio Vaccaro, mentre alla concreta realizzazione delle piastrelle di maiolica attesero i maestri Donato e Giuseppe Massa. I lavori si svolsero nel corso del triennio di badessato di suor Ippolita Carmignano e si conclusero il 23 marzo del 1742 con la realizzazione di sedili e pilastri rivestiti di piastrelle di maiolica policroma dipinta con scene di vita quotidiana ed allegorie.

Alla felice stagione del prestigio e degli agi, durata sostanzialmente dalla fondazione fino al secolo XVIII, fece seguito, con la soppressione napoleonica (1808-1815), il tempo della pezzenteria, durante il quale le monache, private dell’ingente patrimonio immobiliare, sopravvissero solo grazie alle pensioni statali. Nel 1928 le ultime clarisse passarono dal monastero femminile a quello maschile, ancora oggi abitato da alcune di loro. Attualmente, il complesso monumentale accoglie dunque un convento maschile nei locali che furono sede dell’antico monastero delle clarisse e il monastero femminile, al quale si accede dalla Piazza del Gesù.

Il complesso monumentale di S. Chiara ha purtroppo subito molti rifacimenti a seguito del terremoti del 1456, degli incendi del 1508 e del 1561 e, soprattutto, dei bombardamenti del 1943 che richiesero un radicale restauro della chiesa, condotto nel tentativo di riportare l’edificio alle originarie forme trecentesche.

Attualmente ospita, oltre all’Archivio e alla Biblioteca, un piccolo Museo monastico dove sono custoditi preziosi esempi di manufatti, arredi liturgici e testimonianze scultoree, commissionate dai reali patroni oltre che dalle stesse monache.

Mario Gaglione

Fotografie di Marcello Erardi


📍Quartiere: San Giuseppe, Via Santa Chiara, 49/C

 ☨  Tipologia: Monastero di Clarisse

📅 Data di fondazione: 1312, Sopp. 1818

⛪ Regola monastica: Clarisse

👩🏻 Fondatrice: Sancia d’Aragona

👑 Presenze nobiliari: Famiglie: Caracciolo, Carafa, de Ponte, d’Afflitto, Comite, Muscettola, Capece

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