S. Gregorio Armeno

S. Ligorio

Nell’attuale via di S. Gregorio Armeno, intorno all’VIII secolo, sull’area che, secondo la tradizione aveva visto edificato il tempio di Cesare Attica, veniva fondato il monastero di S. Gregorio Armeno, conosciuto anche come S. Ligorio, ad opera di un gruppo di monache dell’ordine di san Basilio, fuggite da Costantinopoli poco dopo il 726 in seguito allo svilupparsi della persecuzione iconoclasta portata avanti dall’imperatore Leone III Isaurico.

Incontrato il favore del popolo napoletano, sempre aperto ad accogliere nuove forme di culto e devotissimo alle reliquie dei santi, le monache avevano trovato ospitalità nell’antica diaconia di S. Gennaro all’Olmo e vivevano, secondo l’uso greco, in cenobi, simili a piccole cittadelle, composti da molte abitazioni, ciascuna recintata da mura e abitata da una singola monaca e dalla sua servitù, completata da una o più cappelle e circondata da un piccolo orto.

Nel 1025, con decreto di Sergio, duca di Napoli, il cenobio, ufficialmente intitolato al santo vescovo di Armenia, veniva unito al monastero prospiciente e coevo dedicato al Salvatore e a S. Pantaleone, abbracciando la regola benedettina. Fu creato un passaggio tra i due monasteri a tipo cavalcavia sul quale poi nel XVII secolo sarebbe stato innalzato il campanile.

Il monastero che, tra l'altro, custodiva la catena ferrea utilizzata per il martirio di san Gregoro ed era ritenuta efficace nel liberare i posseduti dal demonio, aveva incontrato, sin dagli inizi, sia il favore popolare che quello delle classi aristocratiche e le badesse erano scelte tra le esponenti delle grandi famiglie napoletane (Pignatelli, de Sangro, Minutolo, Caracciolo).

In seguito alla riforma dei monasteri avviata dal concilio di Trento, il monastero aveva bisogno di ristrutturazioni. Vennero così edificati un nuovo corpo di fabbrica, proprio di fronte all’antico edificio, senza aperture esterne, ma con inferriate che chiudono le antiche aperture, a testimonianza del rigido regolamento claustrale.

Durante i lavori del 1572-1577, diretti da Vincenzo della Monica, furono costruite quaranta stanze con loggia, affacciate sul nuovo chiostro, cosa nuova per le monache che, sino ad allora, erano state abituate a vivere in appartamenti del tutto separati. Fu la badessa Lucrezia Caracciolo in persona a dare il buon esempio alle recalcitranti monache, smantellando con le proprie mani la propria abitazione interna al monastero, al fine di ottemperare alle disposizioni tridentine. Al pari del monastero, la chiesa fu completamente ricostruita, su progetto di Giovan Battista Cavagna, tra il 1574 ed il 1580 e le antiche vestigia bizantine vennero distrutte. La chiesa fu inoltre spostata dal centro del monastero sulla strada, con un impianto a navata unica lungo i lati della quale si aprivano quattro profonde cappelle.

Le risoluzioni adottate dal concilio di Trento in materia di clausura scossero profondamente lo stile di vita e le abitudini delle monache. Il loro regime di vita, la libertà di cui godevano in virtù della loro appartenenza alle più illustri famiglie aristocratiche napoletane (una libertà che consentiva loro di partecipare agli eventi mondani organizzati in città nonché a gestire rendite e proprietà) subirono un radicale traumatico mutamento, di cui abbiamo testimonianza dagli scritti di Fulvia Caracciolo, autrice del famoso Breve Compendio. Il cambiamento di rotta fu di tale portata da indurre ben 17 monache a rinunciare ai voti pur di non sottomettersi a tali restrizioni.

Nel 1576 parte delle monache del soppresso monastero di S. Arcangelo a Baiano si unì a quelle di S. Gregorio Armeno; altrettanto fecero, quelle del monastero di S. Maria Donnarómita e, nel 1864, le monache di S. Patrizia. Risultato di un sì cospicuo accorpamento fu l’accresciuto numero delle reliquie di santi che entrarono a far parte del tesoro del monastero, non ultima le spoglie della stessa santa Patrizia e il suo sangue, la cui liquefazione si verifica il 26 agosto di ogni anno.

Tra le curiosità è da segnalare il permanere, lungo il lato occidentale del chiostro, dell’antico forno. Le monache di S. Gregorio Armeno erano note, da tempo immemorabile, per la grande abilità culinaria. Abilissime nel preparare dolci di ogni sorta, tra i quali primeggiavano le sfogliatelle, i tagliolini e particolari qualità di pane e di vino, godevano del permesso di avvicendarsi nell’uso del forno per preparare ogni sorta di prelibatezze.

San Gregorio Armeno possiede inoltre uno dei più importanti fondi musicali monastici, a testimonianza dell'importante vita culturale e artistica che svolgeva soprattutto nel'700.

Il fasto del periodo barocco conobbe una crisi profonda nell'800. Nel 1864, grande scalpore provocò la pubblicazione di Enrichetta Caracciolo che, nel suo libro Misteri del chiostro napoletano, analizzava la propria vita di claustrata in San Gregorio, denunciando la chiusa e oppressiva vita conventuale.

Con le soppressioni napoleoniche, San Gregorio Armeno avrebbe subìto lo stesso destino di altri monasteri. Grazie, però, alla lungimiranza dell'ultima badessa, Giulia Caravita, il monastero trovò nuova vita. Per evitare il cambio di destinazione d'uso con la conseguente dispersione dei beni artistici, Caravita, infatti, ha assicurato la sopravvivenza del monastero affidandolo alla congregazione delle Suore Crocifisse Adoratrici dell’Eucaristia. Queste, entrate il 4 dicembre 1922, a tutt'oggi lo abitano, ne custodiscono la memoria e lo mantengono vivo, anche attraverso opere educative ed assistenziali.

Il monastero corre lungo la via che porta il suo nome, celebre in tutto il mondo per le ancora attivissime botteghe presepiali.

a.v.

Fotografie di Velo, Pedicini


📍Quartiere: San Lorenzo, Via S. Gregorio Armeno, 1

 ☨  Tipologia: Monastero benedettino

📅 Data di fondazione: IV secolo, Sopp. 1808

⛪ Regola monastica: Basiliana, poi Benedettina.
Dal 1922, suore crocefisse adoratrici dell'eucarestia

👩🏻 Fondatrici: Monache basiliane

👑 Presenze nobiliari: Seggi di Capuana e Nido più rami delle famiglie Brancaccio, Caracciolo, Carafa

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