Festa del lavoro

-le parola del Cardinale Sepe

Carissimi Lavoratori e care Lavoratrici,
Carissimi Dirigenti Sindacali,
Illustri Autorità,
A tutti rivolgo il mio affettuoso saluto e la gratitudine sincera per aver voluto condividere questo incontro, che è stato promosso dagli Uffici diocesani del Lavoro e dei Migrantes, in sinergia con le Autorità portuali e la Direzione dei Cantieri del Mediterraneo.
Sentiamo tutti il bisogno, spirituale, morale e sociale, di celebrare, nella Eucaristia, la Festa del Lavoro, per esaltare il valore e la dignità del lavoro, per ricordare tutti i lavoratori, per confortare quelli che il lavoro l’hanno perduto, per incoraggiare quelli che il lavoro ancora l’aspettano e soprattutto i giovani, per fare memoria di quanti hanno perduto la vita o sono rimasti invalidi a causa del lavoro, per invocare la misericordia di Dio per quelli che, sopraffatti dall’angoscia e dalla disperazione per mancanza di lavoro e di reddito, hanno rinunciato alla vita.
Un pensiero particolare e commosso vogliamo tutti rivolgere, in questa Eucaristia, al caro Carabiniere ucciso e al suo commilitone ferito a Maddaloni, ai Carabinieri rimasti gravemente colpiti a bruciapelo davanti al Palazzo del Governo, a Roma. Il nostro ricordo, in questo momento, va anche a tutti gli appartenenti alle Forze dell’Ordine, che in tante altre circostanze sono stati vittime innocenti di atti di violenza criminale nell’espletamento dei loro compiti istituzionali. Alle famiglie di tutti rivolgiamo parole di conforto e di vicinanza nel dolore, elevando preghiere al Signore perché assicuri il divino conforto a coloro che sono nella sofferenza e nel lutto.
Vogliamo pregare oggi per tutte le famiglie che vivono il dramma della crisi economica e, di conseguenza,  incontrano gravi difficoltà nel governo del nucleo familiare e nella crescita ed educazione dei figli.
Mi domando, ma forse ce lo domandiamo tutti, ha senso celebrare la festa del lavoro in un’epoca in cui, purtroppo, il lavoro non c’è, scarseggia e va finendo, mentre le prospettive di un trend diverso sono legate soltanto alla speranza?
Come si fa a spiegare ai ragazzi che la Costituzione all’articolo uno afferma solennemente che il lavoro è talmente insostituibile che su di esso si fonda la Repubblica Italiana, mentre vedono che genitori, fratelli ed anche conoscenti e parenti sono senza lavoro?
Ha senso lo sforzo delle Organizzazioni Sindacali per difendere i diritti dei lavoratori e promuovere sempre nuove e più dignitose condizioni di vita  lavorativa, mentre vengono chiuse aziende ed esercizi commerciali per cui il numero degli occupati si assottiglia sempre di più?
Sono dubbi atroci e paradossali che vengono dettati dalla  ragione umana, dal toccare con mano la sofferenza di tanti, dal veder crescere in maniera esponenziale e paurosa l’indice di povertà, dall’incontrare tanti giovani pieni di capacità e voglia di fare ma sfiduciati e preoccupati.
Questi interrogativi dobbiamo porli, innanzitutto per non risultare distratti e indifferenti il che già sarebbe colpa grave, ma soprattutto per sentirci tutti comunque impegnati a determinare il cambiamento, nonché per richiamare la responsabilità della politica e dei governanti rispetto al dovere primario di dare risposte, mettendo in campo idee, misure e progetti che creino e promuovano condizioni e opportunità di lavoro.
Vogliamo e dobbiamo porci queste domande, che possono essere anche fastidiose e fuori luogo, per invocare e sollecitare il rispetto del diritto al lavoro, che non è una pretesa e meno che mai può rappresentare una concessione o un favore.
E’ questo diritto, del resto, che esalta la dimensione e la dignità stessa dell’uomo, perché il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro.
L’uomo senza lavoro è un’anima morta, un qualcosa che non ci appartiene, che non accettiamo e che è offensivo, perché l’uomo è fatto a immagine di Dio, come abbiamo ascoltato dalla prima Lettura, e ne testimonia l’opera creatrice proprio con il lavoro, costruendo una società viva, dinamica, fatta quindi a dimensione umana.
Scopo del lavoro, dunque, è l’uomo, per cui il lavoro è eticamente  giusto se è rispettoso della dignità umana. Un ragionamento inverso determina una vera e propria ingiustizia, come avviene quando l’uomo è considerato semplicemente un mezzo di produzione o quando al lavoro non corrisponde una giusta remunerazione.
E’ attraverso il lavoro che si realizza l’uomo ed è attraverso il lavoro dell’uomo che si costruisce il bene comune in una società autenticamente libera e giusta.
Come cristiani e uomini di buona volontà dobbiamo sentirci impegnati a realizzare un tempo nuovo, caratterizzato da un sostanziale cambiamento dei rapporti umani.
Per questo gridiamo oggi in maniera chiara e forte: Non più mancanza di lavoro, che drammaticamente affligge la nostra società e mina nelle fondamenta la famiglia, la quale si presenta svilita, trasformata e impotente, e grida disperatamente “Dove possiamo comprare il pane?”, come scrivevo in una mia Lettera Pastorale, già nel 2009, paventando la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro.
Sappiamo che non ci possono essere soluzioni miracolistiche, ma con forza diciamo che, anche a partire dal nuovo Governo, debbono venir fuori  idee e misure concrete che diano forza alla speranza e la rendano manifesta e praticabile.
Tanta, troppa gente fa fatica ad andare avanti, mentre va crescendo il numero di quelli che si fanno sorprendere e sopraffare dalla disperazione. Per molti, ogni giorno che passa è la difesa, se non la conquista, di un altro giorno di vita; il che li trasforma in eroi di sopravvivenza e, vorrei aggiungere, anche di resistenza alle lusinghe e alle profferte mortali di una malavita sempre in agguato e infame, ma purtroppo ancora prospera e pronta a offrire lavoro dietro il quale, però, si cela una prospettiva di carcere o di morte.
A fronte di questa dura realtà, in quest’area portuale, dove il lavoro è fatica vera e dura, vogliamo far sentire la voce di chi non vuole arrendersi, di quelli che rischiano di soccombere sotto il peso dei sacrifici e della povertà; di chi vuole difendere la dignità del lavoro e dei lavoratori; di chi sta dalla parte delle famiglie che rischiano di frantumarsi; dalla parte dei disoccupati, dalla parte dei giovani che chiedono di essere aiutati a realizzare le proprie aspirazioni; dalla parte di chi concretamente dimostri che la politica è servizio per realizzare una società giusta e una Repubblica fondata sul lavoro, passando dagli annunci ai fatti.
Non vogliamo e non dobbiamo fare oggi una celebrazione rievocativa o nostalgica, ma, onorando la memoria e il lavoro di quelli che con la loro vita hanno fatto grandi il nostro popolo e la nostra Nazione, vogliamo scrivere una pagina che dia certezza di un diritto che è sacro per tutti.
  Tantissime famiglie sono ormai alla povertà e alla fame e interrogano la coscienza di ogni persona di buona volontà e di ogni cristiano, perché a nessuno è consentito di allontanare lo sguardo dal fratello che soffre, che vive nell’indigenza, che è senza lavoro, che ha bisogno di aiuto anche materiale.
Per tutti é arrivato il momento di cambiare atteggiamento e l’approccio alla realtà, aprendo innanzitutto il cuore agli altri e avvertendo pienamente il peso della responsabilità e dei doveri connessi ai ruoli nella società.
Chiediamo a San Giuseppe, il falegname che, con il suo lavoro, ha sostenuto la famiglia di Nazareth, Gesù e la Madre Maria, a confidare sempre nell’aiuto di Dio che, come nostro Padre, ci ha chiamati a essere cooperatori della sua creazione.
Maria Santissima che, come Madre, ha collaborato alla crescita della sua famiglia, ci assista e ci protegga sempre.
 
‘A Maronna v’accumpagna!
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