Il Crocifisso

non solo morte, ma anche resurrezione

La nuova polemica sulla presenza del Crocifisso nelle nostre aule scolastiche mi ha d’un tratto ravvivato un ricordo lontano. In occasione del giovedì santo del 1944 e delle cerimonie di quelli che per tradizione popolare venivano considerati «i sepolcri», mentre ancora infuriava la guerra in gran parte del mondo, e nelle nostre contrade stavano in dolorosa mostra le rovine prodotte dai bombardamenti anglo-americani prima e dalle devastazioni tedesche poi, io poco più che adolescente pubblicai su una piccola ma seria rivista culturale qualche pagina di riflessioni.
 Vorrei, se mi si consente, riportarne qui un frammento.
 «Gesù non è nei sepolcri lucenti, tra la gente distratta. Gesù non c’è. Gli uomini non se ne accorgono, perché non pensano a Lui, perché non per Lui sono venuti…   Perciò non lo vedranno resuscitare… Gesù non è nei sepolcri. E’ là – tra le macerie inerti, tra i rottami convulsi, tra le cose flagellate – dove non è nessuno – dove più intenso è il silenzio, più viva la morte… Gesù è nel deserto, tra la polvere di quello che fu: in mezzo alle cose un tempo vive, ora morte, a cui gli uomini non sono rimasti fedeli… Lassù, squarciata, nell’incertezza dei muri mezzo crollati, una camera morta resiste: un attaccapanni che regge un cappello, un “Cristo morto” a capo d’un letto che non c’è più, un lampadario che sospeso a un brandello di soffitto dondola dondola al vento. Gli uomini l’hanno lasciata, han trovato altre stanze, altri oggetti, altra vita: se ne sono dimenticati. Ma quella camera uccisa resta, e restano il cappello, triste per la testa che non copre più, il lampadario impiccato, il ”Cristo morto”… Quello è il vero sepolcro… [Gesù] sanguina perché l’hanno dimenticato».
 Così, con qualche enfasi, che solo la giovanissima età e la dura semplicità di quei tempi m’indurrebbero oggi a perdonare all’acerbo scrittore che io ero, questi esprimeva lo scandalo della differenza che, rischio di ogni simbolo potente, può scinderne l’identità, metterne l’apparenza contro la sostanza.
  Il simbolo, ogni simbolo potente, offre alle persone un’immagine semplice, in cui esse intravedono i cenni di propri forti sentimenti, esperienze, pensieri, spesso condivisi da un intero gruppo, piccolo o grande che sia. Per la sua potenza il simbolo fa, ogni volta da capo, di una pluralità diseguale una comunità, di una folla d’individui naturalmente diversi, l’un l’altro estranei, un’unità culturale, in cui ognuno riconosce ed è riconosciuto.
 Ma il simbolo resta vero, unificante potenza, solo fino a quando i singoli ne sono appassionati, vi ritrovano l’espressione della loro umanità, lo prendono sul serio: fin quando insomma le loro vite ne sono attuale «testimonianze».
 Il simbolo invece appassisce, appena le persone non ne avvertono più il valore originario, gli diventano insensibili. Sono i casi in cui non lo si vive, ma soltanto lo si usa. Quando ci si «distrae» da ciò che un simbolo significa, e gli si è indifferenti, anzi neppur lo si «vede», allora esso decade a banale distintivo di appartenenza, semplice segno, vuota spoglia: differente dal suo vero sé, magari ormai arma per il potere o futile ornamento, non è più simbolo, pur conservandone l’apparenza.
   Due sono le più gravi patologie della funzione simbolica: o il suo «scendere in campo», caricata di un’impropria potenza d’urto, per la guerra senza quartiere di un simbolo contro l’altro; o il suo ridursi, depotenziata, a prestazione pubblicitaria,   tranquilla sol perché di essa a nessuno importa veramente nulla, né pro né contro. Tanto nell’intolleranza quanto nell’indifferenza la simbolicità viene tradita, negata nella sua stessa essenza.
 L’evoluzione moderna della società pone l’ideale atto di nascita dello Stato nel patto di uomini tutti ugualmente liberi. La logica di questo modello, nella sua formulazione più matura, implica che l’ordine si legittimi per l’onesta pattuizione di regole, poste a tutela dei diritti umani universali e della pacifica coesistenza. I tribunali mediante le loro sentenze non possono nei vari casi non onorarne le regole fondative.     
 Il diritto, in una società seriamente democratica, funziona come oggettiva difesa «passiva» dei simboli di grande rilevanza morale. Esso li protegge cioè da ogni minaccia d’ingiusti attacchi alla loro presenza. Ma ben altra tutela vuole il loro senso.
 Nessuna vistosa patologia della simbolicità, come strumentalizzazioni affaristiche o fanatiche, potrebbe umiliare i grandi simboli morali, se a divorarne le radici non fosse la subdola patologia dell’indifferenza. La loro «verità» perciò non può esser difesa che «attivamente», da coloro i quali con la loro impegnata partecipazione, con la loro operosa fedeltà, insomma con la loro vita operano per farla vivere.
 Ogni forte simbolo morale non veicola, a suo modo, altra «verità» se non una: che solo la pace salva gli uomini, e debbono perciò volerla tutti coloro, la cui «volontà» si dice «buona» appunto perché è volontà di pace.
 Il mio giovanile «Cristo morto» – il cui vero sepolcro è tra i rottami abbandonati di guerre senza quartiere, nell’esposizione all’acqua e al vento, nella smemorata   indifferenza degli uomini, molti dei quali pur si dicono cristiani – mi appare ancor oggi l’unico simbolo «tragico», perciò il simbolo più alto e forte: esso invoca la pace, senza limiti e senza condizioni.
 Di esso, che i furori fanatici non difendono anzi mortalmente tradiscono, l’azione
legale protegge il pari diritto alla presenza, non la sostanza. Questa, non volatile lettera ma significazione essenziale, va «attivamente» difesa non solo dagli stessi cristiani ma da tutti gli uomini di pace. Si tratta d’instancabilmente contrastare e di prevenire con lungimiranza ogni causa di guerra, pubblica e privata.
 Quando tutti coloro che innalzano grandi simboli morali saranno divenuti, come Kant auspicava, «maggiorenni», capaci cioè di giudicare con la propria testa e di agire liberamente, si capirà che in nome di quei simboli non ci si può fare guerra, ma si deve fare a gara nel reciprocamente aiutarsi a servire la pace.
 A questo punto il Crocifisso, il simbolo «tragico» della violenza subìta, della dimenticanza e dell’indifferenza, lascerebbe intendere a tutti che il suo significato non è solo la morte ma anche la resurrezione.
 
Aldo Masullo
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