Intervista rilasciata dal Cardinale Sepe al giornalista Antonio Manzo

Il Mattino 24 Marzo 2013

1)  Come cambia il domani della Chiesa con l’elezione di Papa Francesco?
R. Non cambia la Chiesa, anche quando cambiano le persone che ne interpretano e rappresentano il messaggio e la presenza nel mondo. Cambia piuttosto il modo di rapportarsi ad essa e di identificarla attraverso i sentimenti e le emozioni che i singoli uomini di Chiesa, a partire dal Santo Padre, sanno suscitare nel popolo di Dio e nel mondo secolare.2)  In queste ore (sabato ora di pranzo) si stanno incontrando a Castel Gandolfo un Papa che ha rinunciato e scelto la via della clausura ed un Papa appena eletto, che ha già folgorato l’umanità. Qual è il segno ecclesiale della continuità e quale quello della discontinuità?
R. La continuità è data dal Vangelo di Cristo e dal messaggio di salvezza che la Chiesa missionaria è impegnata a trasmettere alle genti. La discontinuità è data dal carisma e quindi dal modo del tutto personale di esercitare il Magistero Petrino. Cambiano il linguaggio, i gesti e i comportamenti, ma resta l’essenza della Parola a rendere identici i due Papi che sono entrambi grandi ma diversi per la loro diversità di etnia, di lingua, di tradizione e di cultura, ma anche in ragione del vissuto e della esperienza maturata nel contesto umano in cui è stato esercitato il proprio ministero a servizio di Cristo e della Chiesa.3)  In un tempo di crisi non solo economica, in che senso è rivoluzionario il linguaggio e il comportamento di Papa Francesco?
R. Certo, la crisi economica globalizzata e persistente cambia i modelli di vita, i rapporti, i convincimenti, le esigenze e le attese. Ma tutto questo è avvenuto e avviene, purtroppo, all’interno di una società che il sociologo polacco Bauman già da diversi anni ha visto e descritta come espressione di una modernità “liquida”: Una società che per tanti aspetti è alla deriva, nella quale sono posti in discussione valori, certezze, riferimenti, ideologie, sentimenti. Siamo, insomma, in una società disorientata, dubbiosa e fragile che va alla ricerca di una umanità smarrita, alla ricerca di senso,  per cui le persone, la comunità, in ragione delle sensibilità di ciascuno, si ritrova e si lascia ispirare e guidare dal teologo o dal pastore. E’ lo Spirito Santo a illuminare i indirizzare la mano, l’agire e il destino dell’uomo, per cui diciamo che la scelta e l’elezione del Papa è quella giusta per il momento storico in cui avviene.
Se ci riferiamo, pertanto, alla realtà di oggi scopriamo e vediamo che la gente, senza rinnegare o tradire niente e nessuno del passato recente e,quindi, anche delle sue impressioni e dei suoi sentimenti,  in Papa Francesco, nella sua umanità, nella sua semplicità, nella sua umiltà, nei suoi gesti e nelle sue riflessioni ha ritrovato se stessa.
Sentire parlare della povertà dilagante, della tenerezza e della bontà, dell’amore innanzitutto per i bambini e gli anziani, che sono i più fragili della società, del potere come servizio, della custodia del creato e delle sue bellezze, del perdono e della misericordia di Dio non solo riempie i cuori e li apre alla speranza ma significa anche percepire una dimensione umana in concetti teologici rappresentati in maniera semplice dalla massima Autorità della Cristianità. E’ questa la rivoluzione di cui lei parla e che viene dal coinvolgimento non emotivo ma antropologico e razionale della gente. Si avverte, insomma, un cominciare a ritrovare e rivivere valori riproposti usando il linguaggio della gente comune.4) Benedetto XVI, durante il suo viaggio in Portogallo, disse: «Spesso ci preoccupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò che purtroppo è sempre meno realista». Poi ha convocato un anno della fede.
Non è che diamo tutti, troppo per scontato che la fede c’è nel mondo moderno?
R. Questo è un rischio reale, anche perché spesso  si confonde la fede con il devozionismo, la pietà popolare, una religiosità che diventa fanatismo. Quanto mai propizia, pertanto, è stata l’intuizione di Papa Benedetto XVI nell’indire e avviare l’Anno della Fede, un anno di meditazione e di riflessione per comprendere profondamente che la fede è l’incontro con Cristo che dà alla vita un nuovo senso, un diverso orizzonte, la direzione giusta. La fede è un dono da riscoprire, da riscoprire giorno dopo giorno, da testimoniare con la propria vita e con i propri comportamenti.5)  Come si perde la fede? Quale strada per la riconquista?
R.  La fede si perde quando ci si allontana da Cristo, quando si vuole seguire e servire Dio e mammone, quando si perseguono falsi idoli e falsi modelli, quando si vive senza amore per sé e per gli altri, quando non si pratica la carità, quando ci si immerge nell’egoismo, quando non si ha rispetto per l’altro e per il diverso, quando si pratica la violenza e si procura la morte, quando si viene meno ai doveri del proprio stato e delle proprie responsabilità.
Conseguentemente, la fede può essere riconquistata avvicinandosi a Cristo, seguendo il suo esempio e i suoi insegnamenti, ispirando la propria vita al Vangelo che ci offre parole di rispetto dell’uomo e della sua dignità, di giustizia e di pace.6) A ottobre scorso, negli stessi giorni del Sinodo dei Vescovi convocato da Benedetto XVI, lei scrisse parole nette di condanna per quanto nella Chiesa non va, per capirci quello che lo stesso Benedetto XVI definì, nel 2005, sporcizia nella Chiesa. Secondo lei in che misura ha inciso questa “sporcizia” nel gesto di rinuncia di Benedetto XVI?
R. Erano parole pensate e pesate quelle pronunciate all’epoca da Papa Benedetto XVI, alle quali anche io ho ispirato la mia riflessione nei mesi scorsi, perché non si può restare indifferenti o ciechi di fronte a comportamenti che sanno troppo di miseria umana e hanno poco del cristiano o addirittura del sacerdotale. Del resto, non si può sfuggire al dovere della denuncia anche per favorire il ravvedimento e il cambiamento. Quello di Ratzinger è stato un alto gesto di coraggio e di responsabilità per il bene della Chiesa.7)  Costruire, camminare, confessare. Tre verbi del programma di Papa Francesco. Da dove cominciare?
R. Credo sia importante e fondamentale aprirsi al mondo, uscire dal chiuso dei “palazzi” e andare tra la gente. C’è sempre più bisogno di una Chiesa missionaria, di una Chiesa fatta di uomini per accompagnare l’uomo di oggi con i suoi interrogativi ma anche con i suoi valori e le sue aspettative.8)  La Chiesa italiana. Vigilia di Conclave molto intensa. Come esce la Chiesa italiana dal Conclave che ha eletto Papa Francesco?
R. Dal Conclave è venuta fuori una Chiesa italiana unita nel nome di Papa Francesco. E’ la Chiesa di Cristo nella universalità del messaggio evangelico.9)  Chiesa e Mezzogiorno. Cosa rimprovererebbe alla Chiesa di non aver fatto?
O di dover fare?
R. Forse c’è stata una Chiesa che, per cultura o per tradizione, è stata troppo chiusa nelle sacrestie e, quindi, poco presente nella società e poco severa alle incapacità, alle inefficienze e alla irresponsabilità di quanti avrebbero dovuto fare e non hanno fatto o hanno fatto male per elevare la qualità della vita sociale della comunità.
Bisogna stare, pertanto,tra le gente per interpretarne le sofferenze e le attese, risvegliando le coscienze e le responsabilità nella ricerca del bene comune.10)  Dicono in molti, anche suoi colleghi cardinali: non è più solo questione di fede, ma questione antropologica. Cioè la Chiesa dovrebbe rimodulare il suo messaggio alla luce del cambiamento dell’uomo. E’ d’accordo?
R. Concordo pienamente. In fondo, è quello che ho inteso dire in questa intervista ed è quello che cerco di fare nella mia azione pastorale a Napoli.

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