La città depredata

Al Teatro Salvo D'Acquisto il secondo "Dialogo con la città"

Carissimi,
i “Dialoghi con la città” rappresentano per me un importante appuntamento per incontrare tante persone che, con il loro lavoro quotidiano, rendono grande la nostra Napoli. Sono felice, perciò, di essere stasera in questo popoloso, vivace e dinamico quartiere, il Vomero, che taluni considerano “una città nella città”.
Guardando le strade, con bei negozi ed eleganti palazzi, ci si sente un po’ a disagio a parlare della città depredata come previsto. Non è detto, però, che il Vomero sia soltanto quello che appare: luccicante e alla moda. Tra l’altro, per i collegamenti della Metropolitana, non è molto lontano dai quartieri dove la povertà è stabilmente “di casa”, insieme a tutti gli altri problemi derivanti dall’emarginazione. In un mondo ormai globalizzato nessuno può essere un’isola e sono sicuro che i vomeresi, a maggior ragione, non si considerino “abitanti dell’isola” in questo difficile Avvento 2011, nel quale ancora una volta la nostra città, oltre che l’intera Italia, è tesa ad affrontare un delicato momento di sacrifici economici.
1. Ci accompagnano nella nostra breve riflessione alcuni versetti del capitolo 51 del profeta Isaia, che esprimono la sollecitudine di Dio verso la città della sua dimora, Gerusalemme, colpita da varie calamità: desolazione e distruzione, fame e spada. La città con i suoi abitanti, infatti, ha sperimentato quanto sia sgradevole bere la coppa dell’ira divina e il calice del castigo, meritato per le sue iniquità.
Si tratta della triste esperienza dell’occupazione operata dai babilonesi nel lontano 587 a.C., alla quale si aggiunse il saccheggio dei palazzi dei nobili, della reggia e, fatto ancora più doloroso, la distruzione del tempio. Aggiungiamoci, poi, che molte persone furono deportate nella pianura mesopotamica, in esilio.
Alla domanda perché Dio permetteva tutto ciò, i profeti risposero che la colpa doveva essere addebitata al popolo e in particolare ai capi, che non hanno saputo governare la città: «Nessuno la guida tra tutti i figli che essa ha partorito; nessuno la prende per mano tra tutti i figli che essa ha allevato» (v. 18). Il castigo non è altro che la conseguenza di scelte sbagliate, di ingiustizie commesse, di errori che si perpetuano di generazione in generazione.
2. La Parola di Dio, però, offre sempre uno spiraglio di speranza. Sono confortanti, infatti, gli imperativi che leggiamo al versetto 17: «Svégliati, svégliati, àlzati, Gerusalemme». A una città umiliata, depredata, sventrata, e alla sua popolazione ormai assopita e rassegnata, il Signore indirizza l’invito a destarsi e ad alzarsi, cioè a riprendere il cammino, a scrollarsi di dosso i segni della distruzione, a riprendere finalmente tra le mani il proprio destino con fiducia ed energia.
Anche se mancassero coloro che devono prendere l’iniziativa della rinascita, sarà «il tuo Dio che difende la causa del suo popolo» a provvedere e a portargli consolazione, sottraendogli la coppa dell’ira, che sarà posta, invece, nelle mani dei nemici. Quella Gerusalemme che aveva piegato la schiena di fronte ai suoi potenti avversari, ora può drizzarsi perché è finito il tempo del disonore e dell’umiliazione e si affaccia un periodo di pace e di ricostruzione. È la speranza che riesce a muovere le braccia e le gambe, le intelligenze e i discorsi, nonostante ci siano attorno soltanto macerie e rovine. È la speranza che fa immaginare il futuro, fa progettare e lavorare tenacemente, per consegnare ai posteri una città bella laddove c’era una città depredata.
3. La visione di una Gerusalemme che è invitata a svegliarsi e ad alzarsi non può non riguardare anche la nostra città di Napoli, che può ben dirsi depredata e avvilita da chi non ha saputo proteggerla e riscattarla.
 Quanta “fame” si è accumulata in tutti questi anni? E quanti tipi di “fame”? «Avevo fame e non mi deste da mangiare»: tali parole rivolgerà il Figlio dell’uomo, Gesù, alla fine della storia a chi teneva le leve del potere e non le ha usate per il bene comune.
È certo, ad ogni modo, che si è sviluppata in questi ultimi anni una crescente fame di legalità e di diritti, di vivibilità e di pulizia, di istruzione e di cultura. Non dobbiamo dimenticare, però, l’atavica fame di lavoro di questa terra che sta assistendo ancora una volta, e con grande dolore, alla partenza dei suoi figli migliori, che esportano le loro intelligenze e competenze mettendole a servizio di luoghi che nulla hanno investito per la loro formazione e che, non raramente, esprimono pure fastidio per la loro presenza e intraprendenza. Anche questo significa saccheggiare una città già depredata in varie maniere.
4. Tutto si può depredare, ma non la speranza! Partiamo un po’ svantaggiati, ma sono persuaso che possediamo le risorse per recuperare, come ci sta dimostrando il Giubileo che stiamo vivendo. Quanti esempi eccellenti, non solo di cattolici, di collaborazione, di partecipazione attiva e concreta, di corresponsabilità, stanno a dimostrarlo in tutti i campi; da quello della cultura a quello lavorativo, dai luoghi di sofferenza (ospedali, carceri) a quelli di professionisti; tutti, però, privilegiano i giovani. Occorre, perciò, proseguire su questa strada giubilare, irrobustendo questa importantissima leva della speranza, con la quale possiamo risollevarci. Non è un caso se faccio tali discorsi nei giorni di Avvento, il tempo liturgico della speranza, che c’insegna ad attendere nell’operosità la venuta del Messia, Gesù, che trasformerà la Gerusalemme depredata nella sposa adorna e perfetta che scende luminosa dal cielo.
In quella Gerusalemme non ci saranno lutto, pianto macerie e fame, perché tutti saremo ospiti al banchetto che il Signore ci sta preparando. Nel frattempo, con gli occhi puntati verso il “compimento”, chiediamo la forza dello Spirito per lavorare all’edificazione di una Napoli più accogliente, più solidale e più desiderosa di vivere il futuro da protagonista.
   
A tutti un Santo Natale e
 ‘A Maronna c’accumpagna
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