La sapienza dell’accoglienza. Fare teologia nel contesto del Mediterraneo.

Intervento di Don Mimmo Battaglia al convegno della Sezione San Tommaso della Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale

“Carissimi docenti, carissimi studenti,

grazie per questo vostro invito e grazie perché non vi stancate mai di guardare, da questo luogo meraviglioso della nostra città, alla bellezza di questo mare, andando oltre la semplice e necessaria ammirazione e meraviglia, riuscendo così ad interrogare ciò che ammirate, a raggiungere con la vostra mente e il vostro studio le tante sponde di questo mare, la gente che di esso vive, le speranze, i dolori, le angosce, i sogni di coloro che lo solcano come anche di coloro che costantemente, come la nostra Napoli, ne è profondamente segnato.

Il tema scelto per questo nostro incontro raccoglie più aspetti sotto un’unica espressione: La sapienza dell’accoglienza. Fare teologia nel contesto del Mediterraneo. C’è una prima grande prospettiva, quella della sapienza cristiana che manifesta una sua caratteristica: quella dell’accoglienza. E c’è una seconda prospettiva: quella del fare teologia in un contesto plurale, per cui si potrebbe parlare di tante teologie quante sono le sponde del Mediterraneo; questa prospettiva rappresenta un orizzonte molto vasto che ha bisogno di essere coniugato con il dono della sapienza cristiana.

Permettetemi, però, di dire qualcosa su questa parola sapienza che troppe volte associamo ad un’etimologia ricondotta esclusivamente al sapere, credendo che il sapere sia esclusivamente un esercizio di memoria legato ad un accumulo di nozioni. Vorrei, invece, ricordare a me a ciascuno di voi che la parola sapienza ha una radice comune a quella della parola sapore: sapiente non è colui che sa tanto oppure sa tutto – in questo caso sarebbe un presuntuoso – sapiente è anzitutto colui che sa cosa da sapore alla vita, cosa la rende bella, ricca, piena, degna di essere vissuta! Ecco, credo che sia importante che la teologia guardi a lungo questo mare, si lasci interrogare dalle sue tragedie come dai suoi tanti saperi per comprendere veramente cosa dà sapore alla vita oggi, qual è l’ingrediente che manca e di cui tutti abbiamo bisogno, cosa fare per far comprendere a chi si accontenta della propria minestra insipida che è possibile, invece, un di più di bellezza, condendo la vita di ciò che conta e che non passa. E capite bene che mi riferisco anzitutto all’amore che coincide con quel comandamento nuovo che il nostro Signore e Maestro ci ha lasciato e che ci ha consegnato non solo come strada necessaria alla felicità di tutti e di ciascuno ma anche come segno, unico segno distintivo di riconoscimento. Sì, sorelle fratelli, è l’amore che dà senso alla vita, è l’amore infinito, immenso, tenero e misericordioso del Padre che Gesù di Nazareth ci ha raccontato con tutto se stesso e a cui ci ha chiesto di restare fedeli.

Il gusto dell’amore, il dare sapore alla realtà di ogni giorno diventa la missione del discepolo e, quindi, anche la nostra missione, perché fare teologia non è un esercizio intellettuale ma una modalità concreta di vivere la sequela di Gesù, nel tentativo costante di ricercare nel Vangelo ciò che rende gustosa la vita agli uomini e alle donne del nostro tempo, salvandoli dalla mancanza di senso e di significato. Ecco la missione della teologia: andare al senso della realtà concreta della nostra gente per annunciare Cristo, colui che sempre dona sapore senza mai annullare nessun ingrediente ma esaltando l’originalità di ciascuno! E per fare tutto questo occorre lasciarsi guidare realmente dallo Spirito Santo: quando il credente si apre allo Spirito di Dio, inizia a comprendere la realtà del mondo in modo diverso; si apre agli altri senza pregiudizio, senza opporre barriere culturali, quelle che creano distanza e mostrano gli altri come nemici. Lo Spirito di Dio ci dona proprio quella sapienza che fa superare le nostre naturali ritrosie, perché si ha paura del giudizio altrui. Possiamo affermare con forza che la sapienza cristiana è esperienza di quella croce che ha pacificato il mondo e che non guarda più la differenza, ma fa banchetto con tutti quelli che salvaguardano la dignità dell’essere umano, della creazione stessa. È proprio nel vivere la sapienza che il credente sperimenta il gusto del vivere in pienezza la propria fede in Cristo Gesù. Essere suo discepolo missionario comporta leggere la realtà del mondo, discernere le decisioni per il bene e operare per favorire la crescita di tutti. Il dono della sapienza deve essere costantemente richiesto al Signore; bisogna continuamente aprire il cuore e la mente allo Spirito della sapienza, perché possiamo ancora una volta vedere Cristo in azione nel tempo presente, in noi e nei nostri fratelli e sorelle.

Ma, attenzione, il Signore è sempre disposto a dare questi doni, il nostro chiederli a lui ha un’intenzionalità anzitutto pedagogica verso noi stessi: prima di chiedere il dono della sapienza dovremmo chiedere a noi stessi se siamo disposti ad accoglierlo, a viverlo, a lasciarci scomodare, cambiare, perfino inquietare da ciò che ci viene donato! E se il titolo del mio intervento fa sposare queste due parole sapienza e accoglienza non posso che riflettere insieme a voi su un dato fondamentale: non può esserci sapienza senza accoglienza e non può esserci accoglienza senza sapienza. Non si tratta di un gioco di parole o di una frase ad effetto. Per lasciarsi toccare nel profondo dal dono della sapienza occorre avere anzitutto un cuore disposto all’accoglienza, in cui l’io non sia l’unico padrone, in cui le certezze rappresentino fondamenta su cui costruire continuamente edifici aperti, dalle vedute larghe, senza mai diventare massi di cemento impossibili da rimuovere. Tante volte non siamo disposti ad accogliere la sapienza che viene da Dio perché siamo troppo pieni della nostra sapienza umana, delle nostre certezze, delle nostre abitudini, dei nostri convincimenti, del nostro si è sempre fatto così, si è sempre pensato così, si è sempre detto così. La sapienza, invece, ha necessità di luoghi larghi, di spazi ancora disabitati, di sguardi capaci di andare oltre lo steccato per raggiungere l’ampiezza dell’orizzonte, abitandola continuamente con un cuore da mendicanti che invocano sempre e in ogni circostanza un di più di vita e di speranza. Allo stesso modo, il processo dell’accoglienza richiede sempre un esercizio di sapienza. Accogliere l’altro, con le sue luci e le sue ombre, così com’è e non come vorremmo che lui fosse non è un semplice esercizio intellettuale o politico, ma è piuttosto frutto del convincimento profondo che senza l’altro non posso andare da nessuna parte, che senza l’altro non posso spiccare il volo nella vita, che senza l’altro il mio cuore, per quanto grande, resterà un piccolo orticello incontaminato tanto bello da vedere ma scomodo da abitare. Per questo il movimento dell’accogliere inizia sempre con un atto profondo, rivoluzionario per il nostro ego, di grande sapienza: perché si tratta di insegnare a noi stessi che quando siamo soli la nostra vita ha meno sapore, che quando diventiamo autoreferenziali la nostra esistenza diventa insipida, che quando abbattiamo i ponti e costruiamo i muri il nostro procedere diventa meno ricco e incapace di andare oltre.

Importa poco se nell’esercizio sapiente dell’accogliere ci sembrerà di confrontarci con situazioni difficili se non assurde: le assurdità, i paradossi, sono proprio il fondamento della sapienza cristiana, del vivere in pienezza il vangelo di Gesù. I primi cristiani, nella Lettera a Diogneto, sono indicati per il loro paradossale modo di vivere. Chi vede un cristiano vede un uomo o una donna che vive in modo paradossale – o in modo assurdo come dice Silone – perché ama i nemici, ama i poveri e gli offesi, ama e accoglie gli stranieri, quelli di altre religioni come suoi fratelli e sorelle. La Sapienza incarnata insegna che proprio gli ultimi, gli indifesi, gli oppressi da ogni schiavitù, rappresentano la presenza di Dio. Sono essi i paradossi, le assurdità che il mondo indica e che i discepoli missionari di Cristo hanno come amici e fratelli.

Ecco, è con questi pensieri che rivolgo a tutti voi il mio più grande augurio per questi giorni di convegno. Che possiate abitare la bellezza dei paradossi, che possiate non temere i rischi degli ossimori, che possiate inabissarvi nel dolore di questo mare e attraversarlo fino a tornare alla luce, alla luce della sapienza, luce che ci indica nell’accoglienza, nella fraternità, nella convivenza pacifica una via possibile di resurrezione per tutti i popoli del Mediterraneo, per questo nostro mondo desideroso più che mai di pace e di giustizia.”

Qui trovi il Programma del Convegno.

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