Lo spirito del Giubileo nell’esodo pasquale

Fratelli e Sorelle, inizia la Quaresima, tempo dello Spirito, la santa con-vocazione del popolo di Dio chiamato alla conversione e al rinnovamento della vita. La divina liturgia sostiene la nostra preghiera e la tensione spirituale verso la conversione: «In questo tempo di Quaresima tu ci chiami nella tua bontà alla conversione per liberarci da ogni smarrimento e aprirci al mistero della nostra salvezza; e noi, ritrovata con gioia la luce, esulteremo di sentirci rinnovati» (Liturgia ambrosiana).
Il Giubileo diocesano, appena concluso, ci ha come introdotti nel clima spirituale della Quaresima, quando il 14 dicembre scorso, abbiamo celebrato “La Giornata del Perdono”. La Chiesa di Napoli ha chiesto perdono a Dio per i peccati compiuti e con un atto di umiltà ha confessato i propri peccati.
Ricordando i peccati commessi, la nostra Comunità ecclesiale ha chiesto perdono assumendo l’impegno di intraprendere insieme un cammino di conversione. Con il Giubileo, la Chiesa di Napoli si è fatta compagna di viaggio di tutti gli uomini e le donne di buona volontà, per invitare tutti ad abbandonare i sentieri dell’egoismo e dell’individualismo, per aprirsi alla logica della solidarietà, guardando a Cristo nostro unico Salvatore e unica speranza per costruire insieme la civiltà dell’amore.
Come non mai la Comunità diocesana si è fatta carica dei peccati dei suoi figli e ha invocato il perdono e la misericordia del Padre. Nell’abbraccio e nel bacio del Crocifsso, da me compiuto a nome di tutta la Comunità diocesana nella Basilica mariana del Carmine Maggiore, abbiamo ottenuto misericordia e perdono, ma abbiamo anche capito dove abbiamo sbagliato, dove abbiamo mancato come Comunità cristiana.
Ora, il Giubileo che abbiamo simbolicamente chiuso aprendo, nello stesso tempo, le porte della nostra Cattedrale, è dinanzi a noi, deve diventare “pane quotidiano” per le nostre comunità, tradursi in un «rinnovato impegno nella prospettiva di una “nuova evangelizzazione”, obiettivo primario del Piano pastorale della Diocesi» (Lettera pastorale “Per amore del mio popolo”, p. 11).
L’impegno per tutti, specie in questo itinerario quaresimale verso la Pasqua, è di tradurre nel feriale lo spirito giubilare, interpretare, cioè, la novità, superando coraggiosamente uno stile pastorale che sa di routine. Questo, però, non significa moltiplicare a dismisura le attività, ma fare meglio e fare insieme.
Questo obiettivo si raggiunge attraverso la conversione pastorale, da intendere, come ho scritto nella Lettera pastorale, «come una pastorale con spirito nuovo, più vicina alla vita delle persone, meno affannata e complessa, meno dispersiva e più unitaria» (p. 12).
La conversione pastorale, però, presuppone la conversione spirituale. Non ci può essere pastoralità senza spiritualità. La spiritualità, difatti, non è una parte o una dimensione dell’azione pastorale ma è la condizione senza la quale la stessa azione pastorale è inefficace e non credibile. Solo se il tralcio rimane legato alla vite traendone linfa e vitalità, sarà fecondo e produrrà molti frutti (cfr. Gv 15, 1 ss).
Proprio questa è la splendida impostazione che del problema pastorale il beato Giovanni Paolo Il ha offerto alla Chiesa all’inizio del terzo millennio. Più volte ha ripetuto con singolare chiarezza che la santità è l’elemento essenziale e qualificante di ogni programmazione pastorale: «E in primo luogo non esito a dire che la prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale è quella della santità. Non era forse questo il senso ultimo dell’indulgenza giubilare, quale grazia speciale offerta da Cristo perché la vita di ciascun battezzato potesse purificarsi e rinnovarsi profondamente? Finito il Giubileo, ricomincia il cammino ordinario, ma additare la santità resta più che mai un’urgenza della pastorale». (Novo millennio ineunte, n. 30).
E ancora: «È ora di riproporre a tutti con convinzione questa ulteriore misura alta della vita cristiana ordinaria: tutta la vita della comunità ecclesiale e delle famiglie cristiane deve portare in questa direzione» (Novo millennio ineunte, n. 31).
La nostra Comunità diocesana è ricca di Santi e di Sante, spesso presentati alla considerazione della nostra gente solo per aumentare la devozione, trascurando, talvolta, di sottolineare il loro grande impegno sociale.
Sono da ricordare le opere di carità a favore dei poveri, dei malati e dei diseredati, ai quali, ancora oggi si deve annunziare il Vangelo della misericordia e della speranza.
Come non ricordare San Gaetano Thiene (offre la sua vita per salvare Napoli), il Beato Giovanni Marinoni (ideatore del Banco per i Poveri), Santa Giovanna Antida Thouret (per il recupero dei fanciulli poveri) e Maria Longo (Fondatrice dell’Ospedale degli Incurabili). Che dire, poi, di San Giuseppe Moscati e del Beato Ludovico da Casoria, veri giganti della carità nella nostra Città. E tanti altri.
Come ho scritto nella Lettera Pastorale sono modelli di «una santità incarnata» (p.
13), uomini e donne che, docili all’azione dello Spirito, hanno seguito il Signore nel mistero della sua morte e risurrezione, incarnando la stupenda pagina di Matteo: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi» (25, 35-36).
Se l’obiettivo è rendere nuovo il volto della nostra Chiesa perché in quest’anno il nostro amore è cresciuto, il Giubileo, allora, è appena iniziato. Per analogia si può dire che esso, come la Messa, diventa operativo, si fa vita, proprio quando finisce: «Ite missa est…Ite iubileum est». «La Messa è finita andate… Il Giubileo è finito andate». Andate a portare, a testimoniare, a vivere l’evento celebrato. Il Giubileo, dunque, deve essere portato, deve divenire operativo, desidera farsi cultura, incarnandosi in tutte le espressioni pastorali che rendono missionaria la nostra Chiesa.
Questo spirito giubilare deve anzitutto rinnovare il volto e rivestire di novità le parrocchie e i Decanati. Ogni decanato deve individuare, secondo la specificità del proprio territorio, come tradurre le iniziative realizzate a livello diocesano quest’anno. Come ho scritto nella Lettera Pastorale: «Si tratta, cioè, di trasferire, nel modo più adeguato, lo spirito del Giubileo tra le case e le strade del proprio territorio parrocchiale e decanale, coinvolgendo tutte le strutture che vi sono presenti. Nella continuità del Giubileo, pertanto, nessun luogo della città deve sentirsi estraneo di fronte a un evento che, seppure formalmente concluso, non può coniugarsi con i verbi del passato» (p.
25).
Gli Uffici della Curia devono supportare l’azione dei decanati e delle parrocchie, valorizzando alcune iniziative sperimentate in quest’Anno Giubilare. In quest’opera di traduzione dello spirito giubilare nessuno deve sentirsi escluso, siamo tutti mobilitati per annunziare coraggiosamente e gioiosamente il Vangelo della speranza alle Città della nostra Diocesi: religiosi e religiose, associazioni, gruppi e movimenti ecclesiali. Tutti, in questa Quaresima 2012, dobbiamo porre la tenda dove vive la gente che soffre, ama e spera:«Dobbiamo, cioè, uscire dalle nostre mura e andare nelle strade per condividere le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, soprattutto dei più poveri» (Lettera,p. 14).
Come catechista itinerante ed evangelista della speranza, continuerò durante il tempo quaresimale ad andare incontro agli uomini e alle donne di buona volontà, anch’io
«uscirò dalle nostre mura» per condividere le gioie e i dolori del mio popolo. Con spirito missionario presiederò nelle Domeniche di Quaresima le Stazioni quaresimali nelle diverse zone della Diocesi, la Lectio divina nei mercoledì di Quaresima e infine la solenne Via Crucis del Venerdì Santo al Rione Scampia.
Il tempo di Quaresima è favorevole per rendere operative le sette opere di misericordia corporale e spirituale che hanno accompagnato il nostro itinerario giubilare. La carità, difatti, è una delle piste privilegiate del tempo quaresimale e di conseguenza la pratica della misericordia verso i poveri, i privi di sussistenza, verso coloro che sono privati della libertà, i ciechi che non godono la bellezza della luce, e quanti vivono nell’angoscia e nella tristezza (cfr. Lc 4, 18-19; Is 61, 1-2).
Il Beato Giovanni Paolo II, nella enciclica
“Dives in misericordia”, scrive: «Soprattutto nei riguardi di questi ultimi il Messia diviene segno particolarmente leggibile di Dio che è amore, diviene segno del Padre. In tale segno visibile, al pari degli uomini di allora, anche gli uomini del nostro tempo possono vedere il Padre» (n. 3).
Il Giubileo, attraverso la pratica delle opere di misericordia, ci ha insegnato a cogliere la dimensione corporea della carità, nel senso che dare significato al corpo vuol dire, in concreto, dare significato all’uomo. Il corpo è l’uomo (cfr. Lc 10, 25-37). Le opere di misericordia sono il segno della cura e dell’attenzione che la Chiesa ha per l’uomo, fatto di corpo e di spirito; la cura del corpo e dello spirito trova l’elemento unificante nella carità operosa: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 31-35).
L’Eucaristia domenicale, partecipata e vissuta, sarà il nostro Giubileo ebdomadario, dalla mensa della Parola e del Pane di vita attingeremo nuovo vigore per dare continuità alle opere che lo Spirito ha suscitato nella nostra Comunità ecclesiale e far germogliare i semi di speranza seminati a piene mani dal Signore, il Seminatore delle buone opere.
Ci accompagni la protezione di San Gennaro, nostro Patrono, e la materna intercessione della Beata Vergine Maria, Madre e Regina di Napoli, che da sempre hanno mostrato una particolare predilezione per tutti noi.
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