Messa Crismale: Giubileo dei sacerdoti e seminaristi

Omelia del cardinale Sepe

     Cari Amici Sacerdoti, Diaconi e Seminaristi    Cari fedeli,          Tra poco  benedirò gli Oli che saranno utilizzati per la celebrazione dei Sacramenti della fede, inserendoci nel mistero pasquale di Cristo e rendendoci partecipi della sua stessa vita divina. L’Olio dei catecumeni, segno della forza divina, darà energia e vigore ai catecumeni perché comprendano più profondamente il Vangelo di Cristo e assumano con generosità gli impegni della vita cristiana; l’Olio degli infermi è destinato a dare sollievo alle sofferenze degli infermi, recando conforto nel corpo e nello spirito liberandoli da ogni malattia, angoscia e dolore; l’Olio del Crisma, frutto della redenzione compiuta da Cristo nel mistero pasquale arricchisce la Chiesa, per opera dello Spirito Santo,  di una mirabile varietà di doni e di carismi, e ci fa diventare più partecipi alla missione profetica, sacerdotale e regale di Cristo stesso.          Oli santi, datici per sostenere la nostra fede e aiutarci a rispondere con impegno e a raggiungere la santità, che è la vocazione di ogni discepolo del Signore. La chiamata alla santità si concretizza se, come ci insegna la Parola di Dio in questa liturgia, accogliamo con cuore umile e sincero, il comandamento nuovo della carità, il dono della sua presenza in mezzo a noi ed esercitiamo il ministero presbiterale come servizio generoso e fedele ai nostri fratelli.          Ne è esempio il Beato Giustino Russolillo le cui spoglie mortali si trovano in questa Cattedrale per rendere più significativa, se così si può dire, questa solenne celebrazione. Il beato Giustino è una figura esemplare di vita sacerdotale che raggiunge la metà della santità attraverso un ministero sacerdotale speso a favore dei poveri, degli ammalati e degli abbandonati: per tutti aveva una parola buona e un sorriso benevolo. Sua grande missione fu quella di suscitare vocazioni sacerdotali e laicali alla santità, per cui fondò la Congregazione dei Padri Vocazionisti e delle Suore Vocazioniste. Anche a noi, oggi, il beato rivolge il suo saluto: “Fatti santo”. Questo invito diventa ancora più attuale per voi sacerdoti e Seminaristi che, in questo giorno santo, avete vissuto la grazia del vostro Giubileo. Continuate ad avere sentimenti di misericordia nella vostra vita. Fonte della nostra santità sacerdotale è Gesù il Cristo, il quale per primo ce ne ha dato l’esempio. Egli “depone le vesti” per farci capire il senso della sua Incarnazione, umiliandosi davanti all’uomo per salvarlo e ridargli il dono della figliolanza divina. È quanto Paolo descrive nella lettera ai Filippesi, affermando che Gesù “spogliò se stesso assumendo una condizione di servo” e, “apparso in forma umana, umiliò se stesso” (2, 7-8).          Egli, perciò, si china e lava i piedi ai suoi discepoli, per prepararli a partecipare alla cena, per renderli “puri” e metterli in condizione di prendervi parte. L’acqua nel catino, con cui lava i piedi dei discepoli, è segno dell’acqua che, poco più tardi, sgorgherà dal fianco del Crocifisso e diventerà un torrente che lava il mondo, il fiume d’acqua viva che sgorga dal corpo di Cristo e si diffonderà fino alle regioni più lontane per guarire e dare frutti ovunque arriva.          Il Signore ci comanda di fare lo stesso e lavarci i piedi  gli uni gli altri perché egli ci viene incontro soprattutto  nei poveri e negli emarginati; e noi lo faremo nelle nostre parrocchie nella prossima celebrazione eucaristica “In Coena Domini”. Ma permettetemi  di richiamare la vostra attenzione su un fatto che è decisivo per la nostra vita e per il nostro ministero sacerdotale, per la santificazione nostra e per quella degli altri.          Nel dialogo con Pietro, il Maestro insiste “Se non ti laverò , non avrai parte con me”. Prima di lavare i piedi degli altri, dobbiamo lasciarci lavare i piedi da Cristo, per purificarci, per prendere parte al banchetto del Regno. Solo così, poi, anche noi saremo in grado di lavare i piedi ai nostri fratelli, come lui ci invita a fare.          Sì, cari fratelli, abbiamo bisogno di essere purificati, di essere perdonati dalle tante colpe che commettiamo sia a livello più profondamente intimo e personale, sia da quei peccati che hanno conseguenze nel vissuto sociale e comunitario e che provocano scandali e sofferenze in tanti . Mi riferisco, in particolare, a quegli atteggiamenti di alcuni che, forse per invidia o gelosia, non fanno altro che criticare e parlare male dei propri confratelli attribuendo loro chissà quali cattive intenzioni o gravi difetti e vizi. Non è degno di un sacerdote, e neanche di un buon cristiano, spargere veleno che uccide la comunione e la fraternità sacerdotale.          Non desidero aggiungere altro a questo doloroso ed umiliante modo di agire, condannato esplicitamente da Gesù e ribadito, in più occasioni, da papa Francesco.          In questo Giovedì Santo, abbiamo il coraggio di chiedere perdono a quel Signore che, sulla Croce, ha perdonato tutti i peccati ed è pronto a lavarci, con l’acqua e il sangue usciti dalla sua ferita sempre aperta, ridandoci la sua amicizia e il suo amore. Questo è il suo comandamento: “che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15, 12).          Affidiamoci alla nostra Madre perché, come Lei presso la Croce, apriamo il nostro cuore alla Misericordia del Figlio e, purificati, possiamo essere strumenti di perdono e di solidarietà nei riguardi dei nostri fratelli e sorelle assetati di carità e di giustizia.          Dio vi benedica e ‘A Maronna v’accumpagna  

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