Venerdì 26 Novembre

“Occorre un forte risveglio delle nostre coscienze”

L'intervento di Don Mimmo Battaglia al Convegno ‘La Città e la Camorra – Napoli e la questione criminale’ promosso dall'Università Federico II

L’Arcivescovo Don Mimmo Battaglia ha partecipato a ‘La Città e la Camorra – Napoli e la questione criminale’ incontro che si è tenuto nell’Aula Magna Storica dell’Ateneo Federico II.

L’evento, durante il quale sono state  presentate le mappe investigativo – giudiziarie della presenza camorrista a Napoli, elaborate dalle Forze dell’ordine e dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, è stato aperto dai saluti di Matteo Lorito, Rettore della Federico II, Dora Gambardella, Direttrice Dipartimento di Scienze Sociali – Federico II, Domenico Battaglia, Arcivescovo di Napoli e Gaetano Manfredi, Sindaco di Napoli.
 All’ introduzione affidata al Procuratore della Repubblica di Napoli Giovanni Pio Melillo, sono seguiti gli interventi dei rappresentanti delle Forze dell’Ordine, oltre al contributo di Luciano Brancaccio, Lirmac Università Federico II, Ernesto Galli della Loggia, Scuola Normale di Pisa, Gabriella Gribaudi, Lirmac Università Federico II, Isaia Sales, Università Suor Orsola Benincasa e Marcelle Padovani, Giornalista.
Di seguito il video integrale e il testo del Saluto di Don Mimmo Battaglia.

 

Ecco il testo del Saluto di Don Mimmo Battaglia:

“Egregi relatori e convegnisti e autorità tutte, sono felice di essere qui con voi ad aprire un momento di dibattito e di confronto sulla situazione della nostra città, così ferita dalla “questione criminale”. È importante che ci si confronti su questo tema in una sede prestigiosa come quella dell’Università Federico II. Come è altrettanto importante far convergere su un tema così delicato l’attenzione di tutta l’opinione pubblica cittadina. La questione criminale infatti è anche una questione educativa, comunitaria, sociale. Una questione che riguarda tutti e rispetto alla quale nessuno può voltarsi dall’altra parte.

Vedete, se una collina scivola verso il basso producendo una pericolosa frana, non basta innalzare una potente muraglia. La frana, più forte del cemento armato, la spezzerà. Piantando tanti albarelli lungo la dorsale, rispettandoli senza bruciarli, lentamente le radici si abbarbicheranno al terreno e impediranno alla collina di scivolare. Due stili interagenti. La forza pubblica costruisce la muraglia. L’università, la Chiesa, la scuola, la famiglia, piantano coscienze rinnovate. Mille alberelli per una forza che vince il male. Segni piccoli che non fanno rumore. Ma cambiano la storia. Perché capaci di una purificazione socio culturale, di creare una nuova mentalità. Iniziando dal non pensare e progettare più in termini di assistenzialismo. Se tutto aspettiamo dagli altri, nulla mai faremo e nulla costruiremo per il futuro nostro e dei giovani nè saremo più capaci di opporsi a chi, con la forza della violenza, vuole mangiare sugli appalti, speculare sulla cooperazione, organizzare il controllo del territorio.

Occorre un forte risveglio delle nostre coscienze, non alimentando più l’iniquità del male, opponendoci alle richieste estorsive, denunciando l’usura, denunciando l’arroganza e le ingiustizie. In questo scenario non posso non fare mie le parole di un combattente per la giustizia, Martin Luther King: “Non mi spaventa il rumore dei violenti, ma il silenzio degli uomini onesti”. La prima mafia si annida nell’indifferenza, nella superficialità, nel puntare il dito senza far nulla e girarsi dall’altra parte. L’omertà uccide.

Occorre anche una purificazione politica ed economica. È importante infatti che le istituzioni stiano accanto alla gente, ascoltandola, non tagliando la spesa sociale, evitando di trasformare le ferite della città in una cancrena sociale, che la camorra, astutamente e perfidamente, utilizzerà per i suoi iniqui scopi! La politica deve dimostrare che lo Stato c’è. Non solo la magistratura e le forze dell’ordine a cui va la nostra gratitudine, ma gli investimenti e il lavoro lo dimostreranno realmente. Don Milani con i suoi ragazzi scriveva: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politicasortirne da soli è l’avarizia”. E l’avarizia porta alla morte sociale mentre l’amore generoso per il bene comune conduce alla fioritura della comunità. Credo che lavorare alla fioritura della nostra terra sia ora più che mai un dovere per tutti, a cui nessuno può sottrarsi, qualsiasi sia la sua idea politica o il suo orientamento partitico. E credo che per farlo occorra ripartire da una rinnovata cultura della cura. Prenderci cura gli uni degli altri. Riscoprirci tutti feriti e al contempo tutti samaritani. Tutti smarriti e tutti ritrovati dall’amore dell’altro. Per l’altro. Ecco cos’è la politica, lasciarsi interpellare dall’altro con amore. E proprio per questo non può ridursi a semplice gestione dell’esistente, ma è e deve diventare, progetto, tensione, sogno e profezia. La politica è chiamata a farsi prossima della storia delle persone, vicina al senso del vivere, per essere capace di dare senso alla vita. Tutto questo significa spostare l’attenzione dalla “sicurezza”, intesa come mero ordine pubblico, alla sicurezza sociale che nasce dalla capacità di dare un nome ai bisogni e una forma concreta ai diritti. Quando questo non avviene si mortifica il sociale e si dimentica che la solidarietà è inscindibile dalla giustizia, rischiando così di cadere in una cultura corrotta e mafiosa in cui si dà per carità ciò che spetta alla gente per giustizia! Se la politica è lontana dalla strada, dai problemi concreti della gente, dalle sue ferite e dalla sua fatica, allora la politica, paradossalmente, è lontana da se stessa, divenendo una politica lontana dalla politica.

Il Sud, questa terra, hanno bisogno di un riscatto. Senza retoriche. Ora. Non possiamo rimandare questo riscatto. Ne va di mezzo soprattutto delle nuove generazioni. Incidere sul sistema educativo, con un patto forte, per rimettere al centro la sfida educativa, facendo soprattutto rete, creando un sistema di comunità, coinvolgendo famiglie e scuola, università e maestri di strada, comunità cristiane, istituzioni, terzo settore, il mondo delle associazioni e del volontariato, come anche tutte le realtà educative presenti sul nostro territorio, in una sorta di villaggio educativo globale. Le nuove generazioni non sono il nostro futuro ma il nostro presente! Non vanno né illuse né deluse. Perciò il tempo della responsabilità costruttiva è ora. E non dobbiamo lasciare nessuno indietro. E a tutti dobbiamo dire che è idolatrico ogni messaggio di morte, ogni segno che calpesta l’uomo, ogni simbolo posto per marcare un dominio. E a questi simboli nessuno deve chinarsi. Chi è credente si inginocchia solo dinanzi a Dio e chi non lo è, lo fa solo dinanzi alla dignità dell’uomo e alla maestosità della creazione. Il resto è idolatria. E l’idolatria nasce da un io che serve solo sé stesso, che conosce solo le proprie ragioni, che non si cura dell’altro. E questa dinamica dà vita alla violenza e alla criminalità. Ai segni idolatrici della violenza e del dominio, dobbiamo opporre quelli della riconciliazione, i segni del dominio del territorio devono essere superati da quelli che esprimono la custodia vicendevole, che narrano della cura dei più fragili. Questi segni vanno posti innanzitutto per e con i più piccoli, per e con i giovani. Io, noi, ci siamo. Oggi e domani.

Buon convegno a tutti!”

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