Ordinazioni Diaconi Transeunti

S. Chiara – 6 ottobre 2013 -Omelia del Cardinale Sepe

Care Eccellenze, Sacerdoti, Religiosi, fedeli laici
 Cari Ordinandi“Cantiamo al Signore … Accostiamoci a lui per rendergli grazie, a lui acclamiamo con canti di gioia”. Così abbiamo cantato nel salmo responsoriale, che esprime bene il rendimento di grazie e la gioia della nostra Chiesa napoletana la quale, tra poco, accoglierà nel suo grembo materno questi 18 giovani che hanno chiesto di diventare diaconi e che sono stati giudicati degni di ricevere il sacramento dell’Ordine, nel suo primo grado.
 La Parola di Dio, che abbiamo ascoltato, ci illumina sul fondamento della scelta radicale fatta da questi nostri giovani: la fede. La chiamata gratuita al ministero diaconale, non basata su alcun merito personale, richiede una risposta libera e definitiva di piena e totale donazione a Cristo, alla Chiesa, a tutti gli uomini e donne tra i quali si svolgerà l’apostolato.
 Ma qual è la “forma” con la quale un discepolo, un apostolo, un diacono svolge la sua “missione”? Ce lo insegna Gesù nel brano evangelico che abbiamo ascoltato: “Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”. Pertanto, chi vuol essere ministro (diaconos) di Cristo deve vivere come un servo-schiavo inutile e svolgere il ministero sapendo che non ha nulla da rivendicare né davanti a Dio né davanti ai fratelli. Il suo lavoro non deriva  da lui ma dalla grazia che gli è stata data. Il suo ministero porta frutto in forza di una parola gratuita che egli è chiamato a portare, che ha ricevuto e di cui non è padrone, ma solo servitore; l’esito del suo ministero non è garantito dalle sue strategie pastorali o comunicative, ma dall’azione gratuita dello Spirito che agisce liberamente nel cuore degli uomini. Paolo ha compreso bene questo insegnamento e lo ha applicato al suo ministero. Così, scrivendo ai cristiani di Corinto, afferma: “Cosa è mai Apollo? Cosa è Paolo?… Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere”.
 Chi, pertanto, è inviato ai fratelli come ministro, non è mandato a spadroneggiare, a farsi signore del gregge a Lui affidato, ma a servirlo, a farsi modello di Cristo (cfr. I Lettera di S. Pietro). È questo il senso della parola di Gesù: chi riceve un mandato – diacono, presbitero o vescovo – o è servo veramente o non è apostolo. La dimensione del servizio è parte della sua identità. Egli appartiene al suo Signore e non può che essere semplicemente suo servo.
 Questa, cari Ordinandi, presuppone un rapporto di altissima “fiducia” in Gesù, cioè una fede autentica, profonda, che vada al di là di ogni dubbio o incertezza. È quando comincia a mancare o a indebolirsi questa fede, che anche l’apostolato diventa insignificante o dannoso. La consacrazione, che tra poco riceverete, è un dono dello Spirito che, come scrive Paolo al suo discepolo prediletto Timoteo, non è uno “Spirito di timidezza ma di forza, di amore e di saggezza” (1,7). È lo Spirito che è alla radice di quella forza, amore e saggezza che rendono possibile la testimonianza, anche nei momenti di difficoltà o di scoraggiamento.
 Signore, aumenta la nostra fede! È l’invocazione che sale a Dio dal cuore di tutti noi perché il Signore mandi su questi nostri ordinandi diaconi il suo Spirito che li rafforzi nella fede, sostenga la loro speranza e alimenti la loro carità in modo da custodire il dono loro affidato e trasmettere la verità del Vangelo a tutti gli uomini.
 Proprio questo richiamo forte e costante al grande valore della carità e della speranza ci spinge, oggi più che mai, a ricordare i tanti, cari fratelli che, in questi giorni, hanno perduto la vita nelle acque del Mediterraneo, vittime di una gravissima tragedia del mare che ha reso cupo e luttuoso il loro viaggio verso la libertà, verso il lavoro, verso la vita, spegnendo sogni e sacrifici.
 Nella assurda e vergognosa indifferenza dell’Europa, morti si aggiungono a morti, tragedie a tragedie, colpe a colpe di quanti, a disprezzo di ogni forma di solidarietà umana e della dignità come dei diritti di ogni persona di questa terra, si tengono ben lontani dallo sporcarsi le loro mani, che sono macchiate viceversa dal sangue di quelle tante vittime innocenti del destino e dell’egoismo dell’uomo.
 In questo sacrificio eucaristico vogliamo pregare per questi tanti fratelli che hanno imboccato una via senza ritorno, per le loro famiglie che restano ancora di più in una povertà che non è solo economica ma è anche affettiva. Vogliamo pregare per i tantissimi volontari e per gli addetti ai servizi di accoglienza che con tanto altruismo e spesso anche con eroismo hanno cercato e sempre cercano di salvare vite umane.
Anche questo, cari Ordinandi, fa parte di quello statuto del servizio che oggi la Chiesa vi consegna. Conservatelo per tutta la vita, impegnandovi ad attuarlo confidando solo nella potenza misericordiosa di Dio: solo Cristo è il motore della nostra vita e della nostra storia; il centro e il fine del nostro servizio apostolico. Quando avremo portato a termine il compito assegnatoci, continueremo a ripetere: siamo servi inutili.
  Il Signore benedica i vostri propositi
   e ‘A Maronna v’accumpagna

 
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