«Sogno la Chiesa che sogna Gesù.
E sogno cristiani che sappiano profumare di Vangelo
prima ancora che parlare di Vangelo»
“Carissimi fratelli e sorelle,
compagni di strada in questa nostra amata Chiesa di Napoli,
abbiamo tutti bisogno dell’altro e dell’Altro, consapevoli che il sogno di Dio per l’umanità è la comunione.
Proprio la sfida della comunione tra di noi e con il Signore mi ha sempre animato e spinto a mettermi sui passi degli ultimi e a provare a non lasciare mai indietro nessuno, a non escludere mai nessuno dalla gioia che la fede in Gesù ci dona.
Il bisogno degli altri è già una testimonianza di fede. La Scrittura canta questa necessità impellente del fratello. Così Caino, la cui mano si arma contro il fratello Abele, ha bisogno di suo fratello per scoprire i sentimenti che ha nel cuore. Sentimenti di vendetta, di odio. Così Saul avrà bisogno di Davide per far uscire dal suo cuore invidia e gelosia, quando Davide si mostra un guerriero forte e più valoroso di lui.
Si tratta del bisogno dell’altro per scoprire se stessi. Ma l’altro è necessario anche perché il bene possa spandersi. Così Paolo ha bisogno di Barnaba che lo presenti e lo raccomandi alle prime comunità cristiane, ancora impaurite dal “convertito” sulla via di Damasco. Così i due ladroni, crocifissi accanto a Gesù, hanno bisogno l’uno dell’altro: il primo ha il compito di provocare la domanda, di suscitare la fede, di permettere la bella professione del fratello malfattore che riconoscerà la regalità di Gesù; il secondo che, rispondendo alla provocazione del primo agli indirizzi di Gesù, in qualche modo, indirettamente, risponde anche al compagno di malefatte col suo «Gesù, ricordati di me». È un “me” che diventa “noi”.
Così anche la dolce testimonianza di una coppia, Aquila e Priscilla, manifesta il bisogno dell’altro. Entrambi hanno necessità del confronto con Paolo. Quante volte Paolo li avrà aiutati nel loro rapporto di coppia! Ma quante volte l’amore degli sposi Aquila e Priscilla sarà servito a Paolo per dire che «l’amore non è invidioso, non si gonfia, non manca di rispetto. Tutto copre, tutto crede, tutto scusa, tutto sopporta».
Questo bisogno, tuttavia, non è solo degli altri. Ma anche dell’Altro. È il bisogno che la Chiesa delle origini avvertiva per il dono dello Spirito. Maria, che aveva visto i discepoli di suo Figlio allontanarsi nel momento peggiore e, addirittura, tradirlo, diventa il seme di una comunione possibile tra di loro. È Lei, la Madre della Chiesa, che convoca in unità. Una unità e una comunione che possiamo imparare solo da Dio.
È in nome del Signore che noi stiamo insieme. Lui al primo posto, noi a seguire.
Proprio come gli apostoli si lasciarono invadere dal fuoco della Pentecoste che li abilitava a lingue nuove, a carismi inesplorati, a orizzonti assolutamente insperati. Così, il bisogno dell’Altro diventa il perdono della superbia di Babele. Lì gli uomini avevano voluto arrivare fino a Dio: con i nostri sforzi, la confusione di una terribile Babele; con lo Spirito di Dio, il riannodare un filo che si era spezzato.
Tutto è interconnesso. Il bisogno degli altri, il bisogno dell’Altro. Un’autentica spiritualità di comunione. Una sicura rotta tracciata verso il sogno di Dio per l’umanità e verso il sogno per la Chiesa di Napoli.
Sapete bene che nulla è più incarnato di una vera spiritualità, nulla più vero di una profonda vita interiore. Da queste pagine, vorrei anche richiamare tutti – laici, famiglie, presbiteri, giovani, consacrati/e – alla bellezza del continuo dialogo personale con il Signore. Solo da Lui, nostra fonte e sorgente, può nascere qualsiasi progetto pastorale per l’annuncio del Vangelo.
Paolo agli Efesini, parlando del «corpo ben compaginato e connesso», ci dà la cifra qualificante di ogni nostro percorso. Come scrive l’apostolo, è chiaro che il corpo discende da Cristo. Solo da Lui noi possiamo imparare uno stare insieme nella fede che ci dà gioia e un progetto concreto che trasformi la spiritualità in programma di Vangelo diffuso, avventura missionaria che chiama alla festa dei figli di Dio.
Con grande trepidazione e gioia, lo scorso anno, vi ho consegnato un progetto di speranza, sintesi e frutto del cammino sinodale vissuto insieme. Lo Spirito Santo ha voluto che, proprio in questo anno, potessimo fermarci, insieme, per riorganizzare la nostra missione; ci siamo interrogati su cosa Dio volesse da noi nell’oggi che ci è chiesto di abitare.
L’invito che, ancora una volta, vi rivolgo è quello di camminare in questo sogno con un cuore carico di speranza: tutto questo è possibile! Tutto quello che il nostro camminare insieme è stato capace di immaginare non è soltanto un’utopia intellettuale, ma è una realtà che può essere costruita con le mani e l’impegno di tutti, perché cambi in meglio la nostra storia.
Abbiamo provato a tradurre in scelte e decisioni quanto appreso nel cammino, cercando di farlo con umiltà e determinazione. Non si è trattato di distruggere per riedificare. Né tantomeno di cambiare tutto perché ogni cosa resti com’è; alleggerire quanto è diventato troppo pesante per camminare insieme. Toccare quei nodi che consentono di sbloccare alcune dinamiche sfavorevoli alla sinodalità.
Il dinamismo sinodale in cui la Chiesa vive la sua missione implica la partecipazione e la corresponsabilità di tutti i battezzati. In tal senso, gli Orientamenti Pastorali che ho consegnato e con i quali stiamo familiarizzando provano a dar voce a tutta la nostra Chiesa, soprattutto a coloro che sono ai margini e che sono i primi a non dover essere esclusi: ci siamo resi conto che bisogna iniziare un cammino comunitario di rinnovamento.
La novità proposta è stata quella di riorganizzare la pastorale in cinque ambiti di servizio: missione, prossimità, educazione, vocazione e corresponsabilità. Cinque parole semplici, da condividere con tutti, cinque parole che sembrano poche, come i pani del Vangelo ma che messe nelle mani di Dio diventano grazia sovrabbondante.
L’orizzonte che si apre davanti a noi non è quello di un programma da eseguire, ma di un cammino da inventare insieme, riga dopo riga, passo dopo passo, lasciandoci guidare da due coordinate fondamentali: la profezia e la mistica. Non pensiamo a parole astratte. La profezia non è l’arte di indovinare il futuro, ma la capacità di leggere il presente con gli occhi di Dio. È il coraggio di dire la verità, di denunciare l’ingiustizia, di scorgere il germoglio del Regno là dove tutti vedono solo macerie. E la mistica non è fuga dal mondo, non è isolamento spirituale. La vera mistica è l’immersione totale nella realtà, è la capacità di toccare il Mistero dentro le pieghe della storia, è lo sguardo contemplativo che sa riconoscere il volto di Cristo nel volto del fratello.
Missione
Una Chiesa che esce per incontrare: la missione non è proselitismo, è lo stile di chi ha incontrato una Bellezza e non può fare a meno di sporcarsi le scarpe nel fango delle periferie per portarla agli altri. Essere in missione significa abitare le strade, non i recinti. Significa che la nostra proposta di fede deve avere il coraggio di essere “aria fresca” che entra nelle case, che parla il linguaggio della vita quotidiana e non quello delle certezze incrollabili. Dobbiamo essere cristiani che sanno sostare sulle soglie, pronti a trasformare ogni incontro in un’occasione di risurrezione. La missione è l’incontro verso l’Altro e verso gli altri, con braccia allargate pronte ad accogliere, con gambe forti per mettersi in cammino, con cuori grandi che abbiano a cuore tutti. La mistica della missione sta nella capacità di uscire dai nostri recinti sacri per andare a cercare le tracce di Dio laddove nessuno pensa di trovarle; la profezia della missione ci chiede invece di abbattere i muri delle nostre autoreferenzialità.
Prossimità
Curare le ferite con il balsamo del noi: l’ambito della prossimità è il cuore pulsante del nostro progetto. Prossimità significa farsi vicini a chi è invisibile: a chi è in carcere, a chi è ammalato, a chi ha una disabilità, agli immigrati, a chi vive la solitudine come una condanna, ai poveri tutti e a tutte le povertà, vecchie e nuove. Non servono grandi strutture, ma cuori aperti. Dobbiamo imparare a sedere accanto alle madri che cercano speranza tra le macerie della vita, impedendo che i nostri fratelli perdano l’infanzia o la dignità sotto i colpi dell’indifferenza. La prossimità è avere cura, avere cura anche del modo con cui comunichiamo il Vangelo, dobbiamo sempre più educarci a un linguaggio disarmante che rompa le catene dell’odio e doni libertà e pace. La mistica della prossimità è l’icona del Buon Samaritano che vede, sente compassione, si ferma e tocca la carne ferita dell’uomo incappato nei briganti; la profezia della prossimità sta nella denuncia delle cause strutturali che generano quelle ferite.
Educazione
Seminare futuro nel bene organizzato: educare è un atto di speranza, una scommessa sulla luce che abita in ogni ragazzo di questa città. Soprattutto, attraverso il Patto Educativo, vogliamo creare una rete che coinvolga scuole, parrocchie e istituzioni per formare coscienze libere. Educare significa contrastare la “mentalità camorristica” e la cultura dell’illegalità con il “bene organizzato”. Non si tratta solo di trasmettere nozioni, ma di generare processi di liberazione che permettano a ogni sognatore di gridare al mondo: “Io valgo”. I bambini, ragazzi e giovani sono il presente della nostra Diocesi e della nostra Città di Napoli e il loro futuro ci interroga e ci impegna in scelte coraggiose, in scelte concrete per far sì che la speranza diventi strada concreta. La mistica dell’educazione esige una profonda pazienza contemplativa: saper attendere i tempi dell’altro, rispettare i suoi silenzi, accogliere le sue ribellioni senza giudicare; la profezia dell’educazione si esprime invece come emergenza e responsabilità civile.
Vocazione
Risvegliare il fuoco del cuore: l’icona dei discepoli di Emmaus ci ricorda che la vocazione è un fuoco che arde mentre camminiamo insieme. Dobbiamo riscoprire la chiamata di Gesù in ogni stato di vita: nel presbiterato, nella vita consacrata, nel diaconato, ma anche nella bellezza della famiglia e nel protagonismo dei giovani. La vocazione è il superamento di ogni clericalismo e individualismo per approdare a una ministerialità diffusa, dove anche la voce delle donne trovi lo spazio e il respiro che il Vangelo le riconosce. La mistica vocazionale è l’ascolto sottile del desiderio profondo che abita il cuore di ogni uomo e di ogni donna; la profezia sta nello sfidare una cultura individualista e performativa, che valuta le persone solo in base alla loro produttività o al loro successo economico.
Corresponsabilità
Abitare la profezia del noi: l’ultimo ambito, la Corresponsabilità, è la sfida più grande: passare dall’io al noi. Significa che la Curia, i Decanati e le Parrocchie non sono piramidi di potere, ma laboratori di partecipazione. Ogni operatore pastorale è un costruttore in questo grande cantiere della speranza. La corresponsabilità ci chiede di non avere fretta, di camminare al passo di chi è più stanco, affinché nessuno resti indietro. Solo nell’unità possiamo davvero offrire al territorio la profezia della fraternità. La mistica della corresponsabilità risiede nella teologia del Battesimo: siamo tutti uguali in dignità, tutti partecipi dell’unico sacerdozio di Cristo; la profezia della corresponsabilità si traduce in una prassi sinodale trasparente, audace nello spirito del Vangelo. Significa attivare organismi di partecipazione reale, dove si decide insieme, si programma insieme e si risponde insieme della vita del territorio.
Gli Orientamenti Pastorali non hanno esaurito certamente tutta la riflessione possibile. Per esempio, nel Documento Sinodale Parrocchia e territorio: una Chiesa discepola per la missione si tracciavano linee di un percorso che dovrà trovare, nei prossimi anni, importanti sviluppi. La revisione dei territori, in particolare la riflessione sulle parrocchie (più grandi, medie e più piccole), è una sfida sempre più urgente.
Nel pieno spirito sinodale, a settembre 2025, vi consegnavo un testo con una dimensione orientativa, ma aperto alla progettualità. Ora, è il tempo di scommettere su questa sfida progettuale. Come già detto allo scorso Convegno Pastorale Diocesano, tutto l’anno pastorale 2026/27 sarà dedicato al discernimento e alla scrittura del Progetto Pastorale Diocesano che, a giugno 2027, sarà poi presentato, con un orizzonte pluriennale e con proposte sempre più concrete per annunciare il Vangelo nella nostra Napoli.
Tutto l’anno pastorale prossimo, in vista della progettazione pastorale, sarà animato dal tema generare e trasmettere la fede.
Per aiutarci nel cammino condiviso, allego a questo mio messaggio la strada tracciata per il lavoro comune nei Decanati e negli Ambiti, la Roadmap dalla quale vogliamo lasciarci sollecitare e provocare per un continuo cammino comune e di rinnovamento pastorale.
In questo tempo che ci si apre dinanzi, allora, siamo chiamati a coniugare questi due movimenti: lo sguardo rivolto verso l’Alto e i piedi ben piantati nella terra. Solo così la nostra pastorale smetterà di essere un’amministrazione dell’esistente e diventerà, finalmente, un’opera di rigenerazione. Per farlo, dobbiamo ripartire dal cuore della nostra fede: la dimensione contemplativa della vita. È la vita che genera la fede, non i nostri schemi. È l’incontro vivo con l’esistenza reale delle persone che feconda la nostra proposta evangelica e ci spinge verso una progettazione condivisa, coraggiosa, generata dal basso, capace di trasformare i nostri territori in laboratori di speranza. Non c’è profezia senza mistica, come non c’è mistica che non diventi profezia. Sono i due battiti dello stesso cuore, il cuore di una Chiesa che vuole essere veramente fedele al suo Signore.
A voi tutti chiedo il coraggio di sognare tutto questo. Sognate con me la Chiesa che sogna Gesù. Una Chiesa che abbia il coraggio di assomigliare sempre di più a Lui. Una Chiesa che non abbia paura delle lacrime, perché sa che sono acqua capace di far germogliare il futuro. Una Chiesa che non chieda alle persone quanto sono lontane da Dio, ma quanto dolore stanno portando sulle spalle. Una Chiesa che non si affacci dal balcone della storia per commentarla, ma che scenda nelle strade ad abitarla. Una Chiesa che non costruisca recinti per difendere i pochi, ma tavole abbastanza grandi da accogliere tutti. Una Chiesa che non perda tempo a contare chi entra, ma che si domandi ogni sera chi è rimasto fuori. Una Chiesa che non abbia paura di sporcarsi le mani, perché sa che anche le mani del Risorto conservano per sempre le ferite dell’amore. E sogno cristiani che sappiano profumare di Vangelo prima ancora che parlare di Vangelo.”
Napoli, 11 agosto 2026
Memoria di Santa Chiara
† don Mimmo Battaglia
Roadmap 2026-2027
Verso il Progetto Pastorale Diocesano
- AUTUNNO 2026: METTERE A FUOCO LE SFIDE [consultazione]
- Settembre: presentazione ufficiale del percorso in una riunione di presbiterio o di ambito e nella prima riunione del nuovo Consiglio Pastorale Diocesano.
- 1° ottobre – 10 novembre: lavoro nei Decanati e negli Ambiti. Lettura del territorio e individuazione delle vere “questioni pastorali”.
- 20 novembre: ogni Decanato e Ambito invia la sua Mappa Progettuale alla Direzione Generale Pastorale.
- Inizio dicembre: riunione di tutti i presbiteri nel Plenum diocesano per la presentazione della bozza di Pista Progettuale (la base solida su cui scrivere i progetti) e discussione per ricevere integrazioni ed emendamenti.
- 15 dicembre: la Direzione invia ai Decanati e agli Ambiti la Pista Progettuale definitiva.
- INVERNO 2027: SCRIVERE IL PROGETTO [elaborazione]
- 11 gennaio – 15 febbraio: almeno quattro sessioni di lavoro tra Presbiteri e Consigli Pastorali Decanali, nei Territori, e di Ambito, in Curia. Scrittura materiale del progetto sulla base dei criteri ricevuti.
- 20 febbraio: i Decanati e gli Ambiti consegnano i progetti elaborati alla Direzione per l’armonizzazione finale.
- 6 marzo: Meeting Diocesano per la presentazione della bozza finale del Progetto Pastorale Diocesano unitario (Decanati e Ambiti). È il momento del grande discernimento assembleare. Modifiche e integrazioni saranno recepite dalla Direzione.
- 16 marzo: Il Consiglio Presbiterale approva le ultime modifiche e consegna il testo al Consiglio Episcopale per un ultimo discernimento.
- PRIMAVERA 2027: IL DISCERNIMENTO E LA CURA [decisione]
- 28 marzo: Pasqua di Risurrezione.
- 5 – 16 aprile (Dopo Pasqua): si integrano i contributi del Meeting diocesano, del Consiglio Presbiterale e del Consiglio Episcopale e si licenzia il testo finale.
- 19 aprile – 14 maggio: tempo per elaborazione del progetto grafico
- 17-28 maggio: tempo per la stampa e la consegna del Progetto Pastorale Diocesano.
GIUGNO 2027: LA CONSEGNA ALLA CHIESA
- 17-19 giugno (giovedì-sabato, residenziale): Convegno Pastorale Diocesano, un evento “tematico” in cui presentare dettagliatamente il Progetto finito, con iniziative, slanci, programmazioni, il tutto arricchito da strumenti biblici, teologici e spirituali per partire con l’attuazione.
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