Pakistan e solidartietà

Una riflessione del Cardinale Crescenzio Sepe

Se non ci liberiamo dall’egoismo, non solo non saremo veri cristiani, ma non potremo neppure legittimamente dirci membri della grande comunità umana. Nessuno può illudersi di salvare e tutelare il suo spazio di interessi, le sue bramosie e le sue ambizioni praticando indifferenza e individualismo.
La globalizzazione, per quanto ancora non consenta a tutti una dignitosa qualità di vita, ha abbattuto barriere, steccati e muri; ha annullato distanze; ha favorito informazione e conoscenza, mettendo in comunicazione paesi, persone, culture, affari. Diventa legittimo per ogni essere umano, pertanto, far valere il proprio diritto alla salute, al lavoro, alla istruzione, alla fruibilità di beni fondamentali.
Il mondo si salverà solo realizzando concrete condizioni di giustizia e di pace, che si possono perseguire unicamente attraverso la tolleranza, la comprensione, il riconoscimento dei diritti fondamentali della persona, il rispetto reciproco, ma anche mediante l’accoglienza del diverso e una adeguata attenzione a sciagure che portano distruzione, sofferenza e morte.
Questi canoni umanitari, però, non sempre trovano riscontro, anche dinanzi a catastrofi naturali come quella che, inesorabilmente, ha devastato una vasta area del Pakistan, peraltro  rurale e forse  la più povera del Paese, provocando un numero notevole di morti e lasciando senza casa e senza reddito milioni di cittadini, con gravi pericoli soprattutto per i bambini, i giovani e gli anziani.
Le cifre degli aiuti umanitari che nei giorni scorsi sono pervenuti alle popolazioni colpite, infatti, lasciano purtroppo interdetti, per la inadeguatezza dell’intervento solidaristico della comunità internazionale a favore di quanti sono stati ridotti nel lutto, nel dolore e nella privazione. Un dato che lascia quanto meno pensosi se non preoccupati e ha posto non pochi interrogativi, sui quali si va sviluppando anche un dibattito attraverso gli organi di informazione.
Si è parlato di egoismo e di indifferenza, ma, di là di questi atteggiamenti che purtroppo pure vengono registrati di frequente, nella generalità dei comportamenti non credo che la mano dell’uomo si faccia guidare da sentimenti impietosi: si possono pure avere deludenti e inadeguati livelli di generosità, ma sappiamo bene che la condivisione e la solidarietà sono parametri irrinunciabili dell’intera umanità. Dico questo non per giustificare alcuno, ma per le tante e continue testimonianze di condivisione delle sofferenze e del bisogno che vengono in ogni occasione e da tutte le parti del mondo.
Credo, piuttosto, che non debbano mai venire meno la speranza e la fiducia negli uomini, per cui trovo estremamente significativo e incoraggiante l’appello che il Santo Padre ha rivolto al mondo intero, perché non si facciano mancare alle popolazioni del Pakistan i necessari sostegni. Penso, in particolare, che la comunità internazionale, attraverso gli esponenti di maggiore rilievo, debba dare ragione di una globalizzazione che tende più a far prevalere alcuni su tutti, che a favorire una maggiore eguaglianza sociale mediante concreti segnali di giustizia diffusa e una maggiore distribuzione della ricchezza. In ogni uomo di buona volontà, quindi, resta l’auspicio di una maggiore attenzione e un più adeguato impegno a favore delle popolazioni povere che spesso sono abbandonate al loro destino.
Nel caso specifico, comunque, ritengo che ci possano essere state diverse cause, certamente non di natura ideologica per così dire, che hanno determinato ritardi e limiti degli aiuti. Penso innanzitutto a un possibile deficit di comunicazione circa le reali dimensioni del grave fenomeno calamitoso, le sue conseguenze e le urgenze sopravvenute. Qualcuno ha rilevato anche che le disastrose inondazioni hanno colpito il Pakistan mentre il mondo era distratto dalle vacanze, ma ritengo che questa sia la ragione ultima e anche la più irrilevante.
Credo piuttosto che l’opinione pubblica sia stata disorientata dalla concomitanza di altri gravi fatti naturali che hanno devastato la Cina, l’India, la Russia e, quindi, non si sia riusciti a far emergere tutta la portata del fenomeno atmosferico, nonché la vastità del territorio colpito e la dimensione dei danni arrecati. Forse è stata questa la vera causa distraente di cui può essere rimasto vittima anche il governo locale, che non è riuscito a far arrivare al mondo intero un allarme e un messaggio proporzionato alla entità del disastro.
Nell’immaginario collettivo, inoltre, potrebbe essere prevalsa, facendo ovviamente confusione e condizionando forse anche l’atteggiamento solidaristico, l’idea di un Paese afflitto da vecchia guerriglia e violenza terroristica, lontano e quasi dimenticato, come vengono dimenticati, purtroppo, tanti paesi e le loro guerre intestine. Ma, ahimè, non è neppure da escludere quella tentazione dalla quale talvolta si lasciano prendere alcuni che rapportano la loro attenzione e il loro intervento al ruolo, strategico ed economico, che lo Stato disastrato è in grado di esprimere, facendo prevalere, pertanto, un triste e avvilente interesse di parte, con un ragionamento sulla utilità e sul tornaconto di un atto di solidarietà umana.
Sono tutte cause e ragioni, che comunque non giustificano alcuno, persona o Stato che sia, perché bisogna sempre far prevalere sensibilità umana e disponibilità vera, soccorrendo chi si trova in difficoltà e nel bisogno, riaffermando, con  comportamenti e atti concreti, la centralità dell’uomo e la priorità della sua dignità, mettendo da parte ogni pregiudizio e ogni discorso di convenienza. Nessuno può pensare egoisticamente di salvarsi e di dare legittima cittadinanza alle proprie aspettative se non si praticano e non si realizzano giustizia e solidarietà.
 
Solo l’amore salverà il mondo. E’ questo l’insegnamento di Cristo e a questo precetto, da sempre, la Chiesa ispira la sua azione e non ha mancato di fare anche in questa occasione, attraverso l’impegno della Caritas internazionale e, naturalmente, attraverso la Caritas diocesana di Napoli, in favore delle popolazioni del Pakistan, attingendo alle risorse disponibili che trovano origine nella generosità del popolo di Dio.
Crescenzio Card. Sepe
arcivescovo metropolita di Napoli
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