Prima dello “spread” pensare ai poveri

Il tradizionale discorso del Papa al Corpo Diplomatico pone l’accento sulla pace e sulla questione sociale

Dio è il grande artefice della Pace, e la pace senza la carità, l’amore è solo vuoto suono di parole. Unisce gli insegnamenti di due Pontefici Benedetto XVI e li legge nella chiave che più gli è propria, quella della ricerca e della accettazione della verità. Il grande appuntamento di inizio d’anno con il Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede è il momento in cui il Papa traccia la linea politica della Santa Sede. Una politica che ovviamente non può prescindere dal Vangelo.
È, come sempre, un bilancio in chiaroscuro, ma è sempre un messaggio fiducioso, come a proposito di quello che resta uno dei nodi cruciali del sistema degli equilibri mondiali:
«Gerusalemme, diventa ciò che il Tuo nome significa! – dice il papa in francese, la lingua della diplomazia -. Città della pace e non della divisione; profezia del Regno di Dio e non messaggio d’instabilità e di contrapposizione!».
Gerusalemme simboleggia qui tutti i problemi dell’area medio-orientale, ma anche dell’Africa, che Benedetto XVI passa puntualmente in rassegna: «In un mondo dai confini sempre più aperti, costruire la pace mediante il dialogo non è una scelta, ma una necessità».
Nello stesso tempo – il riferimento è al Nordafrica e alle tendenze islamizzanti, ma vale a tutto campo – «è prioritaria la collaborazione di tutte le componenti della società e a ciascuna deve essere garantita piena cittadinanza, la libertà di professare pubblicamente la propria religione e la possibilità di contribuire al bene comune».
La libertà religiosa – lo ribadisce costantemente il Papa – è la base delle libertà e dunque della pace. Realistica nell’analisi infatti e misurata nelle iniziative, oltre che riservata (non c’è nessun accenno all’Estremo Oriente nel discorso pontificio), la diplomazia del Papa guarda però sempre avanti, e sempre all’essenziale.
Così a proposito del circuito necessario tra “la verità, la giustizia e la pace”, che insieme si tengono, perché «la pace non sorge da un mero sforzo umano, bensì partecipa dell’amore stesso di Dio».
In questo senso la rinnovata, precisa e circostanziata condanna del fondamentalismo, come falsificazione della religione stessa, si accompagna alla precisa rivendicazione della libertà religiosa, perché «è proprio l’oblio di Dio, e non la sua glorificazione, a generare la violenza ». Sia quella virulenta ed esplicita contro i cristiani, ricordata con parole esplicite e dolenti, che le violenze civili, che le più sottili violenze ideologiche. Infatti, «soprattutto nell’Occidente, vi sono numerosi equivoci sul significato dei diritti umani e dei doveri ad essi correlati. Per essere autentica, la difesa dei diritti deve, al contrario, considerare l’uomo nella sua integralità personale e comunitaria».
Ecco le parole a difesa della vita, le parole ferme sull’aborto e l’eutanasia, l’appello all’impegno per l’educazione, a tutti i livelli, per la qualità personale, per cui «è urgente formare i
leaders, che, in futuro, guideranno le istituzioni pubbliche nazionali ed internazionali».
Spiccano così anche le parole sulla giustizia sociale: «Anche l’Unione Europea ha bisogno di Rappresentanti lungimiranti e qualificati, per compiere le scelte difficili che sono necessarie per risanare la sua economia e porre basi solide per il suo sviluppo. Da soli alcuni Paesi andranno forse più veloci, ma, insieme, tutti andranno certamente più lontano! Se preoccupa l’indice differenziale tra i tassi finanziari, dovrebbero destare sgomento le crescenti differenze fra pochi, sempre più ricchi, e molti, irrimediabilmente più poveri. Si tratta, insomma, di non rassegnarsi allo “spread del benessere sociale”, mentre si combatte quello della finanza». E anche su questo c’è molto da fare.

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