“UNTORI DI VANGELO”

Omelia del Cardinale Don Mimmo Battaglia alla Santa Messa del Crisma. Gli Olii Santi portano le essenze di due terre: una parte dell’olio proviene da Capaci, il crisma è profumato con il bergamotto di Locri.

S. Messa del Crisma

Chiesa cattedrale, 1 aprile 2026

 Al centro della liturgia, la benedizione degli Olii Santi, che verranno poi distribuiti alle parrocchie della diocesi per accompagnare la vita sacramentale delle comunità lungo tutto l’anno: l’olio dei catecumeni, usato nel rito del Battesimo; l’olio degli infermi, amministrato nel sacramento dell’Unzione; il crisma, olio profumato utilizzato nei momenti più solenni della vita cristiana: il Battesimo, la Confermazione, l’Ordinazione sacerdotale e la dedicazione delle chiese e degli altari.

Quest’anno gli Olii Santi portano le essenze di due terre: una parte dell’olio proviene da Capaci, il crisma è profumato con il bergamotto di Locri. La Messa Crismale è anche l’occasione per il rinnovo delle promesse sacerdotali, momento in cui il presbiterio, radunato attorno al proprio Vescovo, riafferma la fedeltà a Cristo e il servizio al popolo di Dio.

Ecco il testo dell’omelia:

Carissime, carissimi,

è bello ritrovarci insieme, nel cuore di questi giorni santi, come pastori, consacrati/e, laici convocati dal Signore, seduti intorno a un’unica mensa. Una mensa antica. Una mensa che ci aspetta da sempre. Una mensa che porta memoria, e promessa. E ci rimanda al mistero di quei giorni santi che sono il fondamento della nostra fiducia e della nostra speranza.

Non siamo qui per un appuntamento formale. Non siamo qui per riempire un calendario liturgico. Siamo qui perché c’è una memoria viva che ci precede e ci sostiene. Ogni volta che ci raccogliamo attorno a questa mensa, il tempo cambia voce: il passato non resta fermo dietro di noi, ma torna a pulsare come una sorgente; il futuro non è più soltanto attesa, ma promessa affidabile, già accesa di compimento.

E noi, così come siamo, con i desideri che ci abitano e le fragilità che ci segnano, siamo dentro una storia che non abbiamo iniziato noi e che non finirà con noi. E ci siamo non come un dettaglio superfluo, ma come tessere necessarie, uniche, preziose.

Persino quando le trame di questa storia si fanno oscure, quando prendono il volto della sfiducia, del tradimento, della disillusione, della disperazione, ciascuno di noi conserva ancora la possibilità di opporre qualcosa al male. Forse piccolo. Forse nascosto. Ma vero. Un gesto. Una parola. Una fedeltà. E a volte basta quello. Basta una fedeltà vera per strappare un lembo di notte al buio.

In fondo è proprio questo il lascito del nostro Signore e Maestro, la cui sequela, in questi giorni santi, ci conduce alle soglie della notte. Della sua notte. E insieme, della notte del mondo.

Il Vangelo mette sulle labbra di Gesù parole forti: «Questa è la vostra ora, è l’ora delle tenebre». E colpisce che Gesù non neghi l’oscurità. Non la addolcisca. Non la travesta. Non la spiritualizzi. La guarda. La riconosce. La chiama per nome. Perché c’è un’ora — e può valere per la vita personale, per quella di una comunità, per quella di una città, per quella del mondo — in cui il male sembra prevalere, l’ingiustizia sembra vincere, la violenza e il tradimento sembrano avere l’ultima parola.

È l’ora delle tenebre. È l’ora della paura. È l’ora in cui tutto sembra cedere. L’ora in cui l’anima vacilla. L’ora in cui si ha l’impressione che il bene sia troppo fragile, troppo lento, troppo disarmato per reggere.

E oggi questa notte del mondo non è un’immagine letteraria. Ha volti concreti. Ha il volto delle guerre che continuano a ferire i popoli, il volto di città umiliate, il volto di bambini a cui viene rubata l’infanzia, il volto di chi vive sotto il peso della paura e dell’impotenza. E il rischio più grande, forse, non è solo il male che avanza. È l’abitudine. È il momento in cui ci si assuefà. Quando la ferita del mondo diventa rumore di fondo. Quando il dolore degli innocenti smette di inquietarci davvero.

Eppure, proprio dentro quell’ora, Gesù compie il gesto più radicale che la storia abbia conosciuto. Non reagisce con altra violenza. Non si difende cercando alleanze di potere. Non fugge. Dona. Dona non qualcosa, ma se stesso. E non per un momento, ma per sempre.

Davanti al buio del mondo, Gesù non costruisce una teoria. Accende una luce. Compie un gesto. Consegna il suo corpo. Versa il suo sangue. E da quel momento la notte non è più invincibile. L’Eucaristia, memoriale di questo dono, è e resterà sempre la fonte luminosa capace di porre un limite al male, alla notte, alla disperazione. Una luce pasquale capace di riattivare in noi la logica del dono, anche quando sembra inutile, anche quando il mondo la considera perdente, anche quando tutto ci suggerisce di trattenere, difendere, chiudere.

Carissimi presbiteri, questa luce infinita del dono pasquale di Cristo viene continuamente messa nelle nostre mani. E noi siamo chiamati non a possederla, ma a lasciarla passare. A custodirla senza imprigionarla. A farla brillare attraverso la nostra vita, prima ancora che attraverso le nostre parole.

Fratelli presbiteri, più questo tempo si fa incerto, più il mondo si contorce tra tensioni e smarrimenti, più può insinuarsi, silenziosa e corrosiva, una domanda nel nostro cuore di pastori: a che serve? A che serve restare, quando tutto sembra sgretolarsi? A che serve seminare, quando il terreno appare arido? A che serve parlare di speranza, quando le parole sembrano cadere senza eco? A che serve parlare di Dio a un mondo che sembra non volerne sapere niente?

Sono domande vere. Domande che a volte arrivano la sera. Quando si rientra stanchi. Quando si chiude una porta. Quando il silenzio di una canonica sembra più grande del cuore. Quando si ha la sensazione di aver parlato tanto e toccato poco. Di aver dato tutto e raccolto quasi nulla.

Non siamo ingenui. Conosciamo il peso delle giornate vuote, delle comunità stanche, delle relazioni che si consumano. Conosciamo quella fatica sottile che non fa rumore, ma scava dentro: la sensazione di essere inutili, fuori tempo, persino di troppo. È una tentazione antica, sì. Ma oggi ha un volto nuovo: quello dell’indifferenza e dell’irrilevanza percepita. Il volto di un tempo che sembra aver imparato a vivere anche senza Dio. O peggio: come se Dio fosse un accessorio, non una sorgente.

Eppure è proprio qui che si gioca la verità della nostra vocazione. Perché il Vangelo non è mai stato efficace secondo i criteri del mondo. Non ha mai avuto bisogno di numeri per essere fecondo. Non ha mai cercato il consenso per essere vero. Non ha mai preteso di vincere per dominare. Ha scelto di salvare amando.

Allora forse il punto non è sentirsi utili. Il punto è restare veri. Restare quando tutto invita a fuggire. Restare quando la stanchezza domanda resa. Restare quando il cuore si assottiglia. Restare quando l’anima non sente più il gusto dei giorni. Restare non per abitudine, non per inerzia, non per orgoglio. Restare per fedeltà. Restare per amore. Restare come resta Dio, che non se ne va nemmeno quando l’uomo se ne va.

Fratelli miei, noi non siamo chiamati a salvare il mondo. Siamo chiamati ad abitarlo. A starci dentro evangelicamente. Con il dono della vita, con la pazienza delle relazioni, con la tenacia mite di chi continua a esserci anche quando non accade nulla di eclatante. Il nostro ministero non è il mestiere dei risultati. È il sacramento della prossimità. Ve lo dico con il cuore in mano e con animo grato: siete preziosi. Preziosi per la Chiesa. Preziosi per il mondo. Preziosi per questo tempo. Anche quando non ve ne accorgete. Anche quando nessuno ve lo dice. Anche quando tornate la sera con la sensazione di aver fatto poco o niente.

Siete preziosi quando ascoltate in silenzio una sofferenza che non fa notizia. Quando benedite una vita ferita. Quando entrate in un ospedale e non portate una formula, ma una presenza. Quando attraversate il dolore senza violarlo. Quando visitate un carcere e lì, dove tutti vedono una colpa, voi cercate ancora una persona. Quando abitate le periferie dell’anima e quelle della città. Quando restate mentre altri se ne vanno. Quando non vi difendete dalla miseria del mondo, ma la lasciate entrare abbastanza da poterla portare davanti a Dio.

C’è un bene che passa attraverso di voi e che non vedrete mai del tutto. C’è una grazia che vi attraversa e vi supera. C’è un Vangelo che germoglia in silenzio, senza chiedere il permesso alle statistiche. E spesso le cose più grandi del Regno accadono così: senza rumore, senza scena, senza trionfo. Accadono nella fedeltà umile di un prete che continua a spezzare pane, ad ascoltare ferite, a custodire nomi, a vegliare notti, a credere anche quando tutto intorno sembra aver smesso.

Vi prego: nel rinnovare stasera le promesse, non misuratevi con i numeri. Non pesatevi con i risultati. Non giudicate la vostra vita con i criteri di questo mondo. Il Signore continua a fidarsi di voi. Perfino quando voi fate fatica a fidarvi di voi stessi. Per questo non cedete allo scoraggiamento. Non lasciate che la stanchezza diventi cinismo. Non permettete alla delusione di spegnere la tenerezza.

Perché quando un prete perde la tenerezza, perde il Vangelo nel punto in cui il Vangelo brucia di più. Si può continuare a fare tutto. A celebrare. A organizzare. A parlare. E intanto essersi svuotati dentro. Si può perfino continuare a stare in mezzo alla gente, senza esserci più davvero. E questa è una delle sconfitte più dolorose: non cadere, ma indurirsi. Non andarsene, ma spegnersi.

Tornate spesso alla sorgente. Ricordate il giorno in cui avete detto il vostro “sì”. E per Chi avete scelto di vivere. E se oggi quel “sì” vi sembra più fragile, più povero, più stanco, non abbiate paura. È proprio lì che può diventare più vero. Più nudo. Più libero. Più pasquale. Meno appoggiato su di voi, più consegnato a Dio. E allora andate avanti. Con umiltà e con coraggio. Perché, anche se non sempre lo vedete, la vostra vita continua a generare Vangelo. E io, e la nostra Chiesa, vi siamo grati per questo.

Sorelle, fratelli, tutti noi — vescovi, presbiteri, diaconi, laici, consacrati/e — siamo un unico popolo in cammino nel tempo. E questo tempo, lo sappiamo, è complesso. È il tempo del torchio, che con durezza preme e spreme le olive nel frantoio. Lo sentiamo addosso. Lo respiriamo. Lo vediamo.

C’è una durezza diffusa nell’aria, nelle parole, nei rapporti. I cuori si irrigidiscono. Le relazioni si spezzano. La compassione si affatica. La tenerezza viene trattata come debolezza. La misericordia viene sospettata. Viviamo giorni in cui si rischia di abituarsi al dolore degli altri, di scivolare nell’indifferenza, di perdere il cuore.

Ed è una cosa seria. Più seria di quanto sembri. Perché una civiltà che non sa più piangere è una civiltà che si sta svuotando. Una società che non trema più davanti al dolore innocente è una società già ferita nel suo centro. E noi lo vediamo: nelle guerre che continuano a bruciare ai confini e dentro le coscienze, nelle povertà che diventano paesaggio, nei ragazzi lasciati senza orizzonte, negli anziani dimenticati, nelle solitudini che nessuno intercetta. Non stiamo perdendo solo equilibrio. Rischiamo di perdere il cuore.

Ma proprio dentro questo tempo la Chiesa si affida a un segno semplice e potentissimo: l’olio. L’olio che nasce dalla premitura. L’olio che sgorga quando la durezza sembra schiacciare tutto. L’olio che viene fuori dal torchio. L’olio, cioè, che ha attraversato una ferita.

È un’immagine immensa. Perché l’olio non nasce da ciò che è intatto, ma da ciò che è stato premuto. Non nasce dalla superficie liscia delle cose, ma da una pressione sopportata. Eppure proprio da lì esce qualcosa che consola, che lenisce, che illumina. È quasi una legge pasquale scritta nella materia: da ciò che è schiacciato può nascere luce. Da ciò che è ferito può nascere cura. Da ciò che sembra perduto può stillare consolazione.

Per questo questi oli non parlano soltanto dei sacramenti. Parlano di noi. Del nostro tempo. Della strada che siamo chiamati a percorrere.

Il Crisma è l’olio che consacra, ma oggi possiamo ascoltarlo anche così: è l’olio che intenerisce. Scende su un’umanità difensiva, ferita, chiusa, su cuori segnati da una sottile sclerocardia che impedisce di sentire davvero. Il Crisma è Dio che dice: lasciati toccare, lasciati ammorbidire, torna a vibrare. È l’olio che rompe le croste dell’indifferenza, scioglie la rigidità dei giudizi, restituisce al cuore la sua carne viva.

Essere unti, allora, non è un privilegio ma una responsabilità: diventare uomini e donne dal cuore tenero, capaci di commuoversi, di fermarsi, di accorgersi. Perché il mondo non ha bisogno di credenti duri, ma di credenti vivi, attraversati da un amore che li renda umani fino in fondo.

E qui la parola deve farsi limpida. Senza gridare troppo, ma senza arretrare. Ogni volta che la storia si consegna alla violenza, accade l’opposto dell’unzione. L’unzione custodisce, la violenza devasta. L’unzione sfiora la carne per dirle: tu sei preziosa. La violenza colpisce la carne come se non contasse nulla. L’unzione restituisce volto. La violenza cancella il volto.

Per questo guai a noi se facciamo della liturgia un gesto elegante e non ci lasciamo ferire dalla storia. Guai a noi se benediciamo l’olio e diventiamo incapaci di riconoscere il sangue versato, le macerie dell’umano, il tremore dei piccoli. Perché allora avremmo salvato il rito e perso il Vangelo.

Il Crisma, oggi, è anche questo: la protesta mite e irriducibile di Dio contro tutto ciò che umilia l’uomo, contro tutto ciò che ne spezza la dignità, contro tutto ciò che lo riduce a cosa, a pedina, a scarto, a costo collaterale, a nome dimenticabile.

È come se Dio dicesse: questa carne è mia. Non si tocca. Questo volto è mio. Non si cancella.

Questa vita è mia. Non si usa. Non si sacrifica. Non si calpesta.

Poi c’è l’olio dei catecumeni, l’olio dei passi fragili, degli inizi incerti, delle vite che cercano. In questo tempo, dove la fragilità viene spesso nascosta o disprezzata, questo olio è una parola controcorrente: la fragilità non è da scartare, è da ungere. È l’olio che dona forza, non la forza arrogante di chi si impone, ma la forza mite di chi resiste senza indurirsi. La forza di chi continua a credere nella pace mentre altri alimentano conflitti. La forza di chi scommette sulla giustizia quando tutto sembra piegarsi all’interesse. La forza di chi sceglie la solidarietà invece della chiusura. La forza di chi ricomincia. È l’olio degli inizi poveri, dei germogli, delle vite che bussano con domande imperfette ma vere. E la Chiesa, ungendo, dice a queste vite: non sei fuori posto, non sei sbagliato, non sei da buttare. Sei in cammino. E Dio cammina con te.

E non disprezzate questa mitezza. Non chiamatela ingenuità. In un mondo che applaude chi schiaccia, il Vangelo continua a benedire chi rialza. In un mondo che ammira chi domina, il Vangelo continua a custodire chi serve. In un mondo che si inginocchia davanti alla forza, Cristo continua a inginocchiarsi davanti alle ferite.

E infine c’è l’olio degli infermi, l’olio delle ferite. E questo tempo è pieno di ferite: nei corpi, nelle relazioni, nelle speranze. È l’olio per i malati, certo. Ma anche per i ragazzi a cui stiamo rubando il futuro, lasciandoli senza orizzonti credibili; per i giovani che cercano luce e trovano spesso soltanto confusione; per le persone sole che nessuno ascolta; per gli anziani lasciati ai margini, come se la loro vita avesse perso peso; per chi porta dentro una guerra invisibile e non ha più parole per dirla.

È l’olio che si posa dove la vita fa più male. Non spiega il dolore. Non lo giustifica. Non lo risolve con frasi facili. Lo abita. Lo accompagna. Lo attraversa con una presenza fedele. Dice semplicemente: io sono qui, non sei abbandonato. Forse oggi, in mezzo a tanto rumore, questa è la parola più necessaria. Non una parola brillante. Non una parola forte nel senso mondano del termine. Una parola fedele. Una presenza che resta.

Ma anche qui bisogna essere franchi. Ci sono ferite che il mondo consuma in fretta. Dolori che durano lo spazio di un titolo. Vittime che vengono viste, commentate, archiviate, dimenticate.

No. La Chiesa non può fare così. La Chiesa non può passare oltre. La Chiesa non può diventare esperta di riti e analfabeta di compassione. Se perdiamo la capacità di piegarci davanti alla carne ferita del mondo, abbiamo perso qualcosa di decisivo del Vangelo. Se non sappiamo più sostare davanti a chi soffre, abbiamo perso il centro. Se non sappiamo più piangere, non siamo diventati forti: siamo diventati pietra.

Fratelli e sorelle, questi oli ci consegnano una missione: ammorbidire ciò che si è indurito, dare forza a ciò che è fragile, curare ciò che è ferito. E questo avverrà, giorno dopo giorno, con la ferialità della nostra vita concreta. Nella misura in cui, come unico popolo, ci lasceremo ungere dal Signore e diverremo untori di grazia e di vita per questa nostra terra, per questo nostro tempo.

Untori di consolazione. Untori di speranza. Untori di una tenerezza ostinata. Untori di Vangelo. Per questa terra inquieta e ferita. Per questo tempo che rischia di perdere il senso del limite e il gusto della misericordia. Per questo mondo che ha imparato a costruire macchine perfette e non sa più custodire il cuore.

Noi siamo mandati qui. Dentro la storia. Non per decorarla con qualche parola religiosa. Non per rendere più elegante la superficie delle cose. Ma per impedire che il mondo diventi completamente disumano. Per dire che la carne dell’uomo è sacra. Per dire che nessuno è scarto. Per dire che il dolore degli innocenti non è mai un dettaglio. Per dire che la pace non è un lusso spirituale ma il nome più concreto della giustizia. Per dire, ancora e sempre, che il Vangelo non è un rifugio per anime pie: è un fuoco acceso nella notte del mondo.”

***

Al termine della Celebrazione Don Mimmo Battaglia ha recitato la preghiera seguente:

Spirito del Risorto, versa ancora il tuo olio su di noi, olio che nasce nel segreto, nel silenzio della terra e nella ferita del frutto, olio che sgorga dal torchio, dove ciò che è stato schiacciato non muore, ma si trasforma in luce.

Come olive raccolte nella sera, anche noi passiamo attraverso incertezze e notti, ma è lì, proprio lì, che tu operi: trasfigurando ogni fatica, rendendo leggero ogni peso.

Quando il nostro cuore si indurisce, ammorbidiscilo con l’unzione del tuo amore; quando ci sentiamo fragili e smarriti, donaci la tua forza mite, che apre strade nel deserto, che sa indicare direzioni di vita anche nel disordine della storia.

Quando incontriamo le ferite di chi ci cammina accanto, rendici prossimità viva, presenza che non fugge, mano che resta, sguardo che accoglie, balsamo che cicatrizza e che rialza.

Ungi le nostre mani, perché sappiano accarezzare senza possedere. Ungi i nostri occhi, perché imparino a vedere oltre le apparenze, oltre le maschere, oltre le difese.

Ungi il nostro cuore, perché sappia amare senza misura, senza calcolo, senza paura di perdere.

E insegnaci il mistero del torchio: che anche ciò che ci comprime può diventare sorgente, che ogni pressione attraversata nello Spirito può generare olio buono, capace di guarire e illuminare e questo mondo, così affaticato e assetato, torni a respirare speranza, e a credere che dalla notte può ancora nascere luce, e dal torchio olio di consolazione.

Amen.”

condividi su