Sacerdoti con cuore di Pastore

Relazione del Card. Beniamino Stella al Plenum del clero diocesano

 
 
 
 Riportiamo il testo integrale della relazione tenuta lo scorso 6 dicembre. 
 
Sacerdoti con cuore di Pastore: discepoli configurati a Cristo Pastore

 
 Desidero anzitutto ringraziare di gran cuore il caro “don Crescenzio” per l’invito rivoltomi a condividere con voi questa mattinata, una preziosa opportunità per permettere al nostro cuore di fare una sosta – tanto necessaria in questo tempo di Avvento – e così rinnovare le ragioni interiori della nostra vita sacerdotale. Con il Cardinale, saluto e ringrazio i Vescovi Ausiliari e tutti voi Sacerdoti diocesani e religiosi, e i diaconi qui convenuti.
 
          Quando ho pensato a questo incontro, ho subito ricordato due cose. La prima è la Visita del Santo Padre alla vostra bella Città, il 21 marzo dell’anno scorso; la prima sosta e il primo discorso di Papa Francesco avvennero in periferia, a Scampía, proprio a ricordarci che, obbedendo al dinamismo di Dio e della Sua Parola, ciascuno di noi è chiamato a “uscire dalla propria comodità e ad avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo” (Papa Francesco, Evangelii gaudium, n. 20).
 
          L’immagine del Papa che è stato subito circondato dalla calorosa accoglienza dei napoletani e si è fermato a lungo in mezzo al popolo della periferia, mi ha rimandato al nostro tema: “Sacerdoti con cuore di Pastore”; il cuore, infatti, è l’organo vitale del nostro corpo e lavora, incessantemente, per svolgere la funzione di una pompa, cioè distribuire il sangue, attraverso le arterie, a tutte le periferie dell’organismo. Dal centro alla periferia, dunque.
 
          Mi sembra una bella immagine del ministero ordinato: il centro della Buona Notizia, dalla quale siamo stati sorpresi e chiamati, e per la quale abbiamo consacrato la nostra vita e siamo stati inviati, deve diramarsi in tutte le periferie del corpo ecclesiale e da lì uscire e irrorare di vita e di speranza ogni persona.
 
Questo è il cuore di Dio: non si arrende mai, è “ostinato nell’amore”, le Sue porte rimangono sempre aperte. Gesù, Volto della misericordia di Dio, facendosi buon Pastore del gregge, ci ha mostrato il cuore del Padre come un “luogo” che batte d’amore, che pulsa di compassione e che intende raggiungere ogni uomo, in qualunque situazione si trovi, qualunque sia il percorso della sua esistenza, magari proprio laddove vive la fatica della propria periferia esistenziale. Perciò, così deve essere anche il cuore del prete configurato a Cristo: disposto a lavorare incessantemente, per far giungere a tutti la luce e la consolazione del Vangelo.
 
La seconda cosa che vorrei brevemente richiamare, invece, riguarda il Convegno sui cinquant’anni dei Decreti Conciliari Presbyterorum Ordinis e Optatam totius, che abbiamo promosso come Congregazione lo scorso anno; in quell’occasione, il vostro Arcivescovo nella Relazione che tenne ai partecipanti, ci offrì un bellissimo affresco di immagini del prete, partendo dal significativo cambiamento di paradigma teologico nel modo di sentire la Chiesa. Negli anni del grande ottimismo, della fiducia nell’uomo e nella scienza e dell’entusiasmo conciliare, siamo stati abituati a immagini di Chiesa maestose e solenni, sostenute da profonde riflessioni bibliche, come il “Corpo di Cristo” o “il Tempio di Dio”, ecc.
 
Il contesto storico, culturale, sociale e religioso, però, è notevolmente cambiato negli ultimi decenni. E’ venuta meno la fiducia sconfinata nel progresso, abbiamo assistito alla caduta di miti e ideali che offrivano in qualche modo un’interpretazione della vita e della realtà, sono tramontate le utopie, le speranze collettive e le fedi, sia religiose che laiche. Oggi, abbiamo davanti un’umanità delusa, ferita, talvolta disorientata e smarrita e, perciò, si esige una nuova immagine di Chiesa: “In questa situazione – affermò il Cardinale Sepe – non basta più pensare alla Chiesa maestra, depositaria di una dottrina divina immutabile…Si addice meglio alla tipologia dell’uomo contemporaneo l’immagine di Chiesa usata dal Santo Padre come “ospedale da campo”. Essa suggerisce una dimensione d’emergenza, qual’ è richiesta dalla situazione di disagio e disorientamento dell’uomo postmoderno, senza più utopie che lo sorreggono, senza più fiducia nemmeno in se stesso”.
 
L’immagine dell’“ospedale da campo” richiede ovviamente un ripensamento dell’identità e del ministero del Sacerdote. Quando diciamo “discepoli configurati a Cristo Pastore”, intendiamo indicare un cammino, che tutti dobbiamo iniziare a percorrere, utile a superare alcune immagini tradizionali, in cui è stata pensata e strutturata la figura del prete, e che oggi risulterebbero quantomeno parziali; l’ora presente, ispirata dal Magistero di Papa Francesco, ci invita a recuperare uno spirito evangelico, a fissare come fonte e simbolo del nostro essere Sacerdoti, gli elementi caratterizzanti il cuore di Cristo e la Sua missione: la compassione, la gratuità, la misericordia e l’anelito missionario.
 
In una Chiesa “ospedale da campo”, insomma, c’è bisogno di samaritani attenti e misericordiosi, che scendono lungo le strade della vita, capaci di mostrare che il vero culto al Dio della Nuova Alleanza si traduce nell’esercizio della carità evangelica e non si esaurisce, quindi, nello spazio sacro; ministri col cuore di Cristo, che si fermano, si fanno prossimi, si chinano sulle ferite dei fratelli e li accompagnano, versando su di essi l’olio della consolazione e il vino della speranza.
 
Potremmo dire, dunque: un cuore che pulsa verso le periferie esistenziali e che si offre, nella compassione, come locanda o rifugio, in cui vengono accolte, accompagnate e curate le ferite dei fratelli.
 
È la strada indicata al nostro ministero sacerdotale dal Buon Pastore inviato a cercare chi è perduto, dal buon samaritano venuto a soccorrere e rialzare l’umanità; essere configurati a Lui, come discepoli missionari, significa interpretare e vivere la propria vita e il proprio servizio ecclesiale come Pastori in mezzo al popolo, con un cuore che cerca, che accoglie, che include, che è capace di “vedere dentro”, nelle profondità dell’essere umano, di discernere e di accompagnare. E, ancor più, un cuore che sa commuoversi entrando nelle vicissitudini della vita del popolo, e che renda il prete sensibile, capace di coinvolgersi e di piangere; non a caso, Papa Francesco ci ha ammoniti circa la “malattia dell’impietrimento mentale e spirituale” che ci fa “perdere la sensibilità umana necessaria per piangere con coloro che piangono e gioire con quelli che gioiscono” (Papa Francesco, Discorso alla Curia Romana per gli auguri natalizi, 22 dicembre 2014).
 
Se ci fermiamo brevemente a contemplare il Cuore di Gesù buon pastore, possiamo cogliere l’aspetto fondamentale: è un “Cuore che cerca”, che si muove ostinato nella direzione delle pecore, che “va in cerca di quella perduta (Lc 15,4), senza farsi spaventare dai rischi; senza remore si avventura fuori dei luoghi del pascolo e fuori degli orari di lavoro” (Papa Francesco, Omelia Giubileo dei Sacerdoti, 3 giugno 2016). Quello di Gesù è un Cuore che si muove dal centro alle periferie, cioè è espressione e simbolo per eccellenza del viaggio di Dio Padre verso l’uomo, congiungendo entrambi.
 
Vorrei fermarmi proprio su questi due poli, cioè sul cuore del prete attratto da Dio e dall’uomo, meravigliosamente e drammaticamente sospeso tra Dio, il Dio di Gesù, e il popolo di Dio, da amare e da servire. Il primo aspetto fonda la nostra spiritualità presbiterale, mentre il secondo può offrirci alcuni spunti pastorali.
 
1. Un cuore rivolto a Dio
 
Mentre esce per le strade come Buon Samaritano dell’umanità, Gesù stesso ci spiega il senso della sua venuta e della missione: è stato mandato per radunare il popolo e condurlo al Padre. Lo sguardo fisso di Gesù è sulla volontà del Padre: che nessuno vada perduto e che la gioia dei suoi figli sia piena. Come “buon Pastore”, perciò, egli chiama per nome le sue pecore, cerca quelle perdute, le raccoglie tutte nell’ovile perché questo è ciò che il Padre desidera, che nessuna di esse si perda.
Gesù può svolgere questa missione perché il Suo cuore rimane stretto a quello del Padre; perché Egli, pur immergendosi nelle ferite del popolo, si ritira sul monte  per tuffarsi nel cuore di Dio; perché con il cuore del Padre è una cosa sola. Solo così egli diventa il buon Pastore “chiama le pecore” una per una,  e “va in cerca di quelle perdute”.
Vorrei che ci soffermassimo un momento su questo aspetto per rimarcare l’importanza fondamentale della spiritualità del prete: Gesù ha il cuore del Pastore che cerca l’uomo, solo perché rimane continuamente nella ricerca del Padre e della Sua volontà.
Possiamo avviare una verifica per la nostra vita di preti, in particolare sull’atteggiamento interiore e sulla spiritualità che coltiviamo, la quale rappresenta l’ispirazione del nostro ministero e la possibilità che esso si realizzi in modo efficace.
Penso che ogni giorno, soprattutto nella preghiera, dobbiamo fermarci e rivolgere a noi stessi alcune domande: sono un prete in ricerca? Sono aperto a Dio e alle Sue novità e attese, anche quando interferiscono con le mie comodità e rovesciano o disturbano i miei progetti?
Quando stava per iniziare il Giubileo dell’Anno 2000, l’attuale Pontefice, allora Arcivescovo di Buenos Aires, scrisse una Lettera ai Sacerdoti commentando l’espressione “Aprite le porte al Signore”; il Cardinale Bergoglio si soffermò sul fatto che la gente, quando parla del prete, e vuole dire una cosa bella e positiva, generalmente afferma: “E’ un prete aperto”.
Ovviamente, questa espressione può essere intesa in molti modi, anche superficiali o non corretti, ma coglie e centra un atteggiamento fondamentale che è tipico del Pastore: avere un cuore accogliente e ospitale.
Come si può essere preti aperti? Nella stessa Lettera, il futuro Pontefice afferma: “L’apertura verso gli altri va di pari passo con la nostra apertura al Signore. Lui è il solo, con il suo cuore aperto, che può aprire uno spazio di pace nel nostro cuore, di quella pace che ci rende ospitali nei confronti degli altri”. (Card. Bergoglio, Lettera ai Sacerdoti, Buenos Aires, 1° ottobre 1999).
Il prete che si apre a Dio e rimane in ricerca, ha un profilo preciso. Si tratta di un Sacerdote che non pretende di essere arrivato, perché non sente di aver raggiunto un traguardo definitivo, ma rimane in cammino, come un discepolo alla sequela del Maestro. Giorno dopo giorno, imparando a uscire da se stesso, lasciandosi plasmare dall’intima relazione con Dio ma anche dagli avvenimenti quotidiani e dalla vita del suo popolo – è ciò che chiamiamo la spiritualità diocesana – e interroga in profondità se stesso, cerca di uscire dall’immagine di prete che si è fissata dentro di lui negli anni, fa in modo che le sue paure o tentazioni vengano illuminate dalla Grazia.
Vivendo costantemente in cammino, questo prete ha i suoi ritmi e tempi, nei quali si intrecciano eventi di grazia e momenti di stanchezza; si tratta di mettersi sempre e nuovamente “in marcia”, un po’ come il popolo di Israele, per incontrare il Signore e rinnovare l’Alleanza con Lui, attraversando anche il deserto, quello del proprio cuore e quello della realtà che lo circonda, e di un ministero pastorale talvolta difficile. Nel deserto egli può vivere una lotta spirituale nella quale impara a discernere sia i movimenti del proprio cuore che quelli della realtà pastorale a lui affidata.
Sarà anche abbastanza normale che un prete così corra alcuni rischi; non bisogna spaventarsene: è preferibile sporcarsi le mani e anche ferirsi per aver accesso all’unzione sacerdotale che investe tutta la nostra vita, piuttosto che restare preti “da laboratorio”, con la scorza del cuore dura e impenetrabile e che si accomodano in ciò che hanno già sperimentato. Piuttosto che aggrapparci alle sicurezze del passato, siamo chiamati ad affidarci alle promesse inattese, quelle della fede, del Signore, che alimentiamo con una vita di preghiera e di contatto con la Parola di Dio.
In sostanza, per avere un cuore che cerca, come quello del Buon Pastore, abbiamo anzitutto bisogno di restare disponibili alla relazione con Dio e docili alle sorprese del Suo Spirito, in un atteggiamento di accoglienza, di abbandono e di fiducia. Così facendo, diventiamo flessibili, perspicaci, attenti, capaci di osservare la realtà in tutti i suoi particolari, cioè diventiamo capaci di “cercare il popolo”: non presentiamo risposte preconfezionate, non etichettiamo le persone, non le classifichiamo dentro uno schema, e diventiamo Pastori capaci di cogliere le sfumature e le singolarità di ogni volto.
2. Un cuore rivolto al popolo
Il cuore aperto a Dio viene in qualche modo forgiato e plasmato dalla misericordia, dalla tenerezza e dall’amore del Padre; lentamente, è un cuore che diventa rivolto al popolo, desideroso di coglierne i battiti, le attese e le speranze e disponibile a condividerne le ferite con compassione. Possiamo osservare questo, guardando da vicino la missione di Gesù: è così aperto al Padre e in perfetta comunione con il Suo amore, da diventare Egli stesso amore che si spezza e si dona per la vita dei fratelli.
Troviamo Gesù quasi sempre in cammino, “in uscita” verso i villaggi e le città, con lo sguardo rivolto agli uomini e alle donne del suo tempo. La sua missione inizia nella Sinagoga di Nazareth, dove Gesù apre il rotolo della Parola per annunciare che essa deve uscire dal Tempio per ungere i poveri, liberare i prigionieri e risanare i cuori affranti. Non si tratta soltanto di “fare qualcosa” ma, anzitutto, di guardare l’uomo con gli occhi di Dio; così è lo sguardo di Gesù: “Egli vide una grande folla, ebbe compassione per loro, perché erano come pecore senza pastore” (Mc 6,34).
Così deve essere anche del prete. Egli è chiamato a compiere un cammino interiore, quello del discepolo che cerca il Signore nella preghiera e nella relazione intima con Lui; in questa esperienza d’amore, egli viene plasmato dallo sguardo compassionevole di Cristo e lo fa proprio, lasciandosi contagiare dalla vita e dalle ferite delle persone e dalla passione per l’annuncio consolante del Vangelo. Il cammino verso Dio lo apre al cammino verso i fratelli.
Essere Pastori, infatti, è avere, come Cristo, un cuore senza confini, che attende, spera, lotta con il popolo e ne condivide ogni passo con la luce del Vangelo. Papa Francesco ci ha ricordato che “Il Cuore del Buon Pastore è proteso verso di noi, “polarizzato” specialmente verso chi è più distante; lì punta ostinatamente l’ago della sua bussola, lì rivela una debolezza d’amore particolare, perché tutti desidera raggiungere e nessuno perdere” e, perciò, anche il prete, configurato a Cristo, “è unto per il popolo, non per scegliere i propri progetti, ma per essere vicino alla gente concreta che Dio, per mezzo della Chiesa, gli ha affidato. Nessuno è escluso dal suo cuore, dalla sua preghiera e dal suo sorriso. Con sguardo amorevole e cuore di padre accoglie, include e, quando deve correggere, è sempre per avvicinare; nessuno disprezza, ma per tutti è pronto a sporcarsi le mani. Il Buon Pastore non conosce i guanti” (Papa Francesco, Omelia Giubileo dei Sacerdoti, 3 giugno 2016).
Certamente, voi potrete dire quanto questo sia importante in una realtà come la vostra. Penso che Napoli, come tutte le grandi città, sia un affascinante concentrato di contraddizioni, che lancia diverse e interessanti sfide alla nuova evangelizzazione e al ministero presbiterale.
Da una parte, siete immersi nella singolare bellezza di un luogo ridente e ricco di storia, di arte e di pietà popolare, all’ombra del Vesuvio; circondati dal calore della gente, dalla generosità di slanci umani che aiutano a tessere relazioni vere e fraterne, da una spontaneità che sa creare, in molti ambiti, non solo religiosi, un clima di empatia, di fiducia e di festa; ma, dall’altra parte, siete tutti i giorni a diretto contatto con le periferie esistenziali dei nostri giorni, dove ancora troppe persone sono affaticate e sfinite, stanche di lottare, sfiduciate nel vedere che le cose non cambiano, ferite dai disagi provocati dalla povertà, dall’insicurezza sociale, dal lavoro che manca, dalla criminalità che spesso turba la vita dei vostri quartieri e paesi, tentando prepotentemente di affermare la logica anti-evangelica della prevaricazione e della violenza.
La tentazione di indulgere verso una pastorale di conservazione, rinchiusa in poche pratiche consolidate, incapaci di incidere nella vita e magari usate come strumento per fuggire dalle tempeste del mondo esterno, potrebbe essere molto forte; davanti alle esigenze delle parrocchie, alle fatiche quotidiane del ministero, alle attese della gente e a problemi che spesso sono più grandi di noi ed esigerebbero un intervento corale da parte di tutta la società, possiamo essere presi dalla paura, ripiegandoci su noi stessi e limitandoci a codificare la fede, in regole e istruzioni da distribuire al popolo.
Ma succede anche oggi come nel Vangelo: la gente, affaticata e stanca, segue Gesù, perché non impone pesi, non è distaccato, non giudica le persone, non ha fretta; al contrario, egli si ferma e offre la sua vicinanza compassionevole, di cui c’è bisogno per ricominciare.
Questo Cuore di Pastore rivolto al popolo ha, perciò, diversi tratti:
 

la compassione, cioè il camminare insieme alle persone condividendo la loro vita, ascoltando i loro gemiti, facendoci carico delle loro ferite; dobbiamo diventare esperti di tenerezza, assumere nella parola e nel tratto un tono sereno e gioioso, essere umili e pacifici e, soprattutto, imparare a prenderci cura dell’altro; Gesù, in fondo, lo vediamo prendersi cura del gregge, dei poveri, degli ammalati e, così, ci comunica che Dio ha a cuore le sorti del Suo popolo. La Chiesa può diventare il luogo in cui si diventa esperti di umanità, dove le ferite vengono reciprocamente curate, una scuola in cui si impara la solidarietà, l’accoglienza dell’altro, il superamento dei pregiudizi, la difesa del debole e tutto ciò che serve a creare un nuovo tessuto di giustizia, di cui la nostra città ha un urgente bisogno;

 

la condivisione fraterna. In questo ambito – lo sapete bene – vi sono angustie e preoccupazioni che possono rubare la pace dal cuore del nostro popolo; occorre lavorare insieme per creare quel tessuto di comunione che dalle parrocchie possa raggiungere le altre relazioni umane e le nostre famiglie, rafforzando i vincoli di fraternità e facendo sentire a ciascuno che non è solo. Quando dominano la prepotenza, la legge del più forte, l’abitudine del “lasciar correre” o quando le relazioni diventano fragili e si spezzano o, ancora, quando la povertà culturale o materiale impedisce alle persone di sentirsi parte di una comunità, la Chiesa può diventare un luogo in cui si rigenerano i rapporti sociali, uno spazio di comunione capace di sviluppare la cultura dell’incontro e una casa nella quale anche i più fragili – penso soprattutto alle famiglie ferite – possano trovare accoglienza.

 

La creatività pastorale, che ci impedisce di rimanere rigidamente chiusi nei nostri schemi o nell’orizzonte dei nostri progetti, di formule di fede standardizzate o modelli pastorali che rischiano di sembrare superati rispetto alle nuove sfide dell’evangelizzazione. Siamo il Popolo di Dio che cammina nella storia, non dimentichiamolo. Davanti alla tentazione del disfattismo, che potrebbe ostacolare il cammino del popolo, i Pastori devono essere animatori capaci di allargare gli orizzonti. Voi toccate con mano quanto a Napoli – e in generale nel Sud Italia – ci sia una grande fame di speranza che si mescola, spesso, a una sfiducia di fondo e a una rinuncia a lottare per il cambiamento. Serve la collaborazione tra i parroci e tra le parrocchie, la sinergia con le risorse umane del territorio e un impegno di evangelizzazione profetico e coraggioso per far crescere il Popolo di Dio; mentre le nostre strade diventano spesso lo scenario della povertà, dell’indifferenza, dell’illegalità, della prevaricazione sui più deboli, la Chiesa può diventare laboratorio di speranza e di profezia, andando oltre una pastorale ridotta a pratiche religiose e impegnandosi in percorsi di formazione e progetti di solidarietà, capaci di smuovere le coscienze, di orientarle e di educarle al bene comune e alla giustizia; lo aveva sottolineato anche il grande Convegno delle Chiese del Sud, svoltosi proprio in questa vostra Città, nel 2009: mobilitare tutte le risorse pastorali necessarie per superare una fede devozionale, favorire la crescita di una coscienza etica, sollecitare credenti e cittadini a collaborare per il recupero morale e spirituale del proprio territorio.

 
Mentre l’indifferenza e lo scoraggiamento possono anestetizzare il cuore e renderci “preti asettici”, incapaci di commuoverci, la Parola di Dio e il Magistero del Santo Padre ci invitano a uscire con coraggio per annunciare la gioia del Vangelo, ungendone il popolo e costruendo con i fratelli il Regno di Dio. La recente Lettera Pastorale del vostro Arcivescovo vi esorta con forza: “Alzati, Chiesa di Napoli, rivestiti di luce!”.
 
Penso che questo compito chiami in causa anzitutto i Sacerdoti: lavoriamo perché il popolo di Napoli si rialzi, perché possa tenere fissa la rotta verso il Bene, con la B maiuscola, perché possa imparare dal Vangelo e accogliere dallo Spirito il gusto della fraternità, il senso della giustizia e la bellezza della comunione con il Signore.
 
Possiamo farlo guardando a Maria Santissima, che avremo modo di contemplare anche nelle tre prossime Giornate Mondiali della Gioventù, per le quali Papa Francesco ha scelto temi mariani: le grandi cose che Dio ha operato nella Vergine può realizzarle anche in noi, se con prontezza e generosità gli offriamo il nostro “eccomi”; nel nostro lavoro, per quanto talvolta difficile, sentiremo risuonare la consolante voce del Signore che sussurra anche a noi: “Non temere, hai trovato grazia presso Dio!”. Possa l’intercessione di Maria, Madre del Buon Consiglio e dell’Unita della Chiesa, presentare al Signore i desideri, le speranze, le fatiche e le gioie di questa Chiesa di Napoli. Grazie.
 
 
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