L’otto dicembre alle ore 11, Solenne Celebrazione Eucaristica presieduta dall’ Arcivescovo Metropolita di Napoli, Don Mimmo Battaglia alla Chiesa del Gesù Nuovo.
Al termine, in piazza del Gesù, l’Arcivescovo reciterà l’atto di affidamento della città di Napoli con il tradizionale omaggio floreale all’Immacolata.
Solennità dell’Immacolata Concezione
Chiesa del Gesù Nuovo, 08 dicembre 2025
Sorelle e fratelli,
oggi la nostra città si sveglia con il volto di Maria. A Napoli l’8 dicembre non è un giorno qualunque. È la città stessa che si veste di luce. Le strade profumano di festa, le voci si intrecciano tra i vicoli, i presepi prendono forma, gli alberi di Natale si accendono nei quartieri, nei salotti, perfino nei balconi sospesi tra cielo e mare. È come se la città intera – con la sua fede antica, con la sua tenerezza e le sue ferite – volesse dire ancora una volta: “Sì, crediamo nella vita, nella speranza, nella bellezza che rinasce”.
Ma questa bellezza che oggi illumina Napoli non nasce solo dall’arte, dalla tradizione locale o dal consumismo sfrenato. Nasce da un “sì” antico e sempre nuovo: il sì di una ragazza, Maria di Nazareth. Tutto ciò che nel mondo chiamiamo Natale ha la sua sorgente lì, in quel momento segreto e infinito in cui una fanciulla ha creduto che Dio potesse entrare nella sua storia. È la festa dell’Immacolata, la donna che ha detto sì. Un sì che non fu un gesto devoto o un’adesione cieca, ma una scelta dell’anima, un’apertura totale al sogno di Dio, una decisione di stare dalla parte della Vita, senza condizioni, senza calcoli.
Maria non chiese garanzie. Non mise condizioni. Semplicemente si fidò: avvenga di me secondo la Tua Parola o Dio, disponi di me per realizzare il tuo sogno Signore, abita in me per abitare in tutti mio Creatore che oggi divieni mio figlio!
E da questa sua totale disponibilità, da questo suo sì è iniziato un mondo nuovo: Dio si è fatto carne, la grazia ha trovato casa, l’impossibile è diventato possibile. Il suo sì ha così aperto la porta a ogni luce che oggi si accende, a ogni presepe che nasce, a ogni bambino che sorride davanti al mistero della vita. Chi accoglie Dio, come Maria, impara a sognare e a lavorare per un mondo nuovo. Non a parlarne soltanto. Non a commentarlo da lontano. Ma a sporcarsi le mani, a mettersi dentro le ferite del mondo, a lasciarsi attraversare dal dolore e trasformarlo in bene. Eppure, la grandezza di Maria non finisce nell’essere Madre. Dopo aver generato il Figlio, imparò a seguirlo. Fu la prima discepola: lo accompagnò sulle strade, lo ascoltò insegnare, lo vide piangere, lo vide morire. E imparò che amare Dio significa camminare dietro a Lui, anche quando non si capisce tutto, anche quando la spada trafigge il cuore. Da Madre divenne discepola, e da discepola ci insegna che la fede non è mai possesso, ma fiducia che si rinnova ogni giorno. Nel Magnificat Maria canta un Dio che rovescia, che innalza, che riempie, che non sopporta le disuguaglianze e le ipocrisie. Un Dio che entra nella storia non con il potere ma con la tenerezza. Un Dio che non ama i palazzi dei potenti, ma che cammina con i piedi della povera gente.
Oggi, in questa Napoli che si illumina e spera, anche noi siamo chiamati a dire il nostro sì. A credere nel Dio dell’impossibile, a fidarci della sua promessa dentro le nostre contraddizioni, a lasciarci generare come discepoli e costruttori di un mondo più umano. La sequela non è un sentimento, ma una scelta: è dire “eccomi” là dove la vita ci mette, nel lavoro, nelle relazioni, nei luoghi della città dove il Vangelo attende ancora mani che lo incarnino.
E per questo oggi vorrei fermarmi con voi su un aspetto dell’essere discepoli che spesso dimentichiamo: la politica! Si, perché la sequela ha anche un volto politico.
Non nel senso dei partiti, ma nel senso alto e nobile della parola, quello che Paolo VI chiamava “la forma più alta della carità”. Perché amare Dio davvero significa amare la città, occuparsi del bene comune, difendere la dignità di chi non ha voce, costruire ponti invece di muri. Seguire Cristo, oggi, a Napoli, significa anche questo: avere il coraggio di credere che la fede non si chiude in sacrestia, ma scende nelle strade, nei quartieri, nelle scuole, negli ospedali, negli uffici pubblici, nei mercati, dove la vita si mescola e attende segni di speranza.
La prima politica, quella sacra su cui si regge la nostra città, è la politica della povera gente.
Quando dico povera gente non penso a chi non ha nulla, ma alla gente che non ha potere, nessun potere economico, istituzionale, di forza, nessun potere da far valere, nessun “lei non sa chi sono io” da poter dire.
Mi riferisco a quella gente semplice che abita la città senza clamore, che non appare nei telegiornali e non parla nei talk show, ma che ogni giorno tiene in piedi Napoli con le proprie mani, con la propria onestà, con la propria fede silenziosa. Gente che non ha smesso di credere che il bene, anche se piccolo, può cambiare le cose. Gente che rinuncia alla logica del potere, al dominio, alla furbizia che schiaccia. È su questa gente che si regge la città. Senza di loro tutto crollerebbe.
Sono le madri che ogni mattina si alzano prima dell’alba, gli operai che nonostante lo stipendio basso non smettono di fare bene il proprio lavoro, gli insegnanti che credono nei ragazzi anche quando nessuno ci crede più, i medici e gli infermieri che non si abituano al dolore, i preti, le suore, i volontari che non si stancano di credere che l’altro è un dono, anche quando è difficile da amare.
C’è una politica che nasce proprio da questa povera gente. Una politica che non si scrive nei programmi elettorali, ma nelle cucine, nei condomìni, nelle scuole di periferia, negli ambulatori, nei centri di accoglienza, nelle strade dove la vita vera bussa ogni giorno. È la politica dei gesti piccoli, quella che non si vede ma costruisce. Una visita a un anziano solo, una spesa lasciata davanti a una porta, una parola buona detta al momento giusto, una mano che accarezza invece di giudicare. E questa, lasciatemelo dire, è la politica che salva: quella feriale, delle mani tese, dello sguardo che non si volta. È la politica dell’attenzione alla porta accanto, della fedeltà al quotidiano, della tenerezza come forma di resistenza. Perché è la tenerezza, oggi, il gesto più rivoluzionario. È la fedeltà al bene, la vera ribellione. E forse la nostra città sarà davvero nuova solo quando torneremo a imparare da questa povera gente: da chi non cerca applausi, da chi non si arrende al male, da chi continua a credere che amare sia l’unico modo per governare il mondo.
Fratelli e sorelle, vi è poi una politica che si esercita pacificamente per la strada, nei luoghi di lavoro, ed è la politica di chi non tace. Perché nasce dal coraggio di chi non sopporta più di assistere al dolore come se fosse normale. Dal coraggio di chi non accetta che la violenza diventi abitudine, che la camorra diventi destino, che la guerra diventi notizia da dimenticare dopo il telegiornale.
La politica di chi non tace è quella di chi alza la voce pacificamente, non per apparire, ma per indignazione. Di chi protesta non per distruggere, ma per costruire un mondo più giusto. Di chi grida pace non come slogan, ma come preghiera incarnata. È la politica degli affamati di giustizia, quelli di cui parla il Vangelo: non santi perfetti, ma uomini e donne che sentono il dolore del mondo come ferita propria. Sono i giovani che scendono in piazza con cartelli fatti a mano e occhi pieni di sogni. Sono le ragazze che non accettano più la violenza contro le donne, i ragazzi che non vogliono essere complici del silenzio, gli studenti che difendono la terra, l’ambiente, il futuro. Sono loro, spesso, a ricordarci che l’indifferenza è la più grande forma di povertà. Il loro grido – anche se non lo sanno – è un’eco del Magnificat.
È Maria che ancora canta attraverso di loro la bellezza di un Dio che rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili, che riempie di beni gli affamati e rimanda i ricchi a mani vuote. Ogni volta che un giovane chiede giustizia, ogni volta che una voce denuncia la corruzione, ogni volta che qualcuno dice “basta” alla camorra, è come se il Magnificat tornasse a vibrare tra le strade di Napoli. La città ha bisogno di queste voci. Che non possono essere etichettate come scuse per saltare scuola o lavoro. La città, il paese, il mondo ha bisogno di chi rompe il silenzio, di chi non si adatta al “così è sempre stato”, di chi ha il coraggio di sognare un mondo nuovo. Perché è da quel grido che può rinascere la speranza. Dal grido di chi soffre e da quello di chi non si rassegna.
C’è infine una politica che nasce da una chiamata. Ed è la politica che sogniamo, quella in cui crediamo, e per cui preghiamo. È la politica di chi sceglie di rappresentare gli altri non per elevarsi, ma per chinarsi. Di chi entra nelle istituzioni con il desiderio di essere ponte, non trono; voce, non eco. Perché essere rappresentanti del popolo non è un privilegio, ma una ferita aperta nel cuore: è portare sulle spalle il peso delle storie degli altri, è custodire le attese e le lacrime di chi non ha voce, è tenere lo sguardo fisso sui volti, non sulle correnti. È ricordarsi, ogni giorno, che dietro ogni decisione ci sono persone, non numeri; famiglie, non statistiche; bambini, non grafici di bilancio.
Il nostro tempo, il nostro paese, la nostra terra ha sempre più bisogno di donne e uomini capaci di coraggio e di umiltà, di servitori che sappiano mettere da parte il tornaconto personale per restituire dignità al bene comune. E i credenti non possono sottrarsi a questa chiamata di pace e di giustizia. Perché la politica non è l’arte di vincere, ma l’arte di costruire insieme. In un tempo in cui vige la logica violenta dei “like”, quella del consenso che svuota le parole e consuma le coscienze, serve ritrovare il senso della misura, il gusto della gratuità, la forza di dire no alle scorciatoie, la capacità di fermarsi davanti a un volto e riconoscerlo come sacro. È la politica come cura.
Chi sceglie di rappresentare gli altri è chiamato a custodire la città e questa terra come una casa, non come un possesso. Perché solo chi sa chinarsi sui volti può costruire una politica che abbia un’anima. Solo chi ha il coraggio di amare senza calcoli può ridare speranza alla nostra terra. E allora, a chi ha scelto di servire la cosa pubblica, vorrei dire: non abbiate paura della verità, non abbiate paura di perdere consenso se state difendendo la giustizia. Abbiate paura solo di dimenticare i volti, di smettere di ascoltare, di rinunciare a sognare. Perché la politica vera non è potere, è amore che si fa istituzione, è responsabilità che diventa speranza, è servizio che diventa futuro.
Sorelle e fratelli miei, in questo giorno di festa in cui ha iniziato a battere nella storia il Cuore Immacolato della Donna dalle cui labbra è sgorgato il Magnificat – quel canto che è insieme preghiera, profezia e manifesto del sogno di Dio – chiediamo proprio a Lei di accompagnare la nostra città.
Chiediamole che la fede, la carità e la speranza non diventino virtù da custodire in modo intimistico, quasi oggetti preziosi da esibire solo tra i banchi delle chiese, tra una preghiera e una genuflessione, ma si traducano in vita concreta: nelle scelte quotidiane, nelle strade che abitiamo, nelle relazioni che ricostruiamo, nei poveri che incontriamo. Perché Maria non ci porta mai a ripiegarci su noi stessi: ci spalanca sempre verso l’altro, verso il Regno che cresce anche nei gesti più semplici.
E così, cammineremo con Lei: con il cuore liberato dal peso delle paure e le mani pronte a servire, certi che – anche dentro le fatiche di questo tempo inquieto – Dio continua a tessere meraviglie a partire dalla nostra piccola, umile disponibilità.
E se accadrà – perché nella vita accade – di sporcarci tra le strade polverose della fragilità o nel fango dei nostri peccati, sarà Lei a chinarsi su di noi, a rimetterci in piedi con la dolcezza che rialza, ricordandoci che l’Amore del suo Figlio ha la forza di rinnovarci ogni giorno, fino a renderci, come Lei, “santi e immacolati nell’Amore”.
Amen.
Preghiera di affidamento all’Immacolata
Maria,
Madre della gente semplice,
Donna dei giorni feriali,
tu che hai cantato la rivoluzione dell’amore nel Magnificat
e hai creduto che Dio può cambiare il mondo partendo dagli ultimi,
insegnaci la tua premura politica,
quella che non cerca potere ma servizio,
che non alza muri ma tende mani,
che non divide ma unisce.
Tu che hai custodito la vita nel silenzio,
donaci la sapienza di chi opera nel nascondimento,
di chi non cerca applausi,
di chi fa il bene per amore del bene.
Madre dei poveri e dei miti,
insegnaci la sobrietà che libera,
la povertà che illumina,
la fedeltà che resiste.
Fa’ che non ci stanchiamo di credere nella bontà della nostra gente,
nella forza del bene che cresce piano,
nell’umile seme che trasforma la terra.
Maria,
Serva del Signore e Madre premurosa,
tu che hai corso verso Elisabetta per portarle il tuo abbraccio,
corri anche oggi verso la nostra città.
Accarezza con il balsamo del Vangelo le ferite della nostra Napoli,
quelle di chi è solo, di chi è stanco, di chi ha perso fiducia.
Tocca il cuore di chi governa,
perché scelga la via del servizio, della cura, e mai del privilegio.
Sostieni i giovani che cercano giustizia e pace,
perché non si spengano le loro voci e i loro sogni.
Rendici, come te, custodi attenti e appassionati della vita,
capaci di compassione e di coraggio,
uomini e donne che non tacciono davanti al male,
che non fuggono davanti alla croce,
che sanno restare anche quando tutti scappano.
Maria, Madre del Magnificat,
Madre della tenerezza che si fa resistenza,
insegnaci la politica del cuore,
quella che comincia dalle mani,
che serve senza vantarsi,
che ascolta prima di parlare,
che prega prima di decidere.
E così, sotto il tuo sguardo immacolato,
questa nostra città impari ancora ad amare,
a rialzarsi, a perdonare, a ricominciare.
Perché dove tu passi, Maria,
la vita fiorisce,
la pace torna a respirare,
e anche la politica diventa un atto di fede.
Amen.

