Veglia di preghiera per i Cristiani perseguitati

Chiesa di S.Pietro Martire -Omelia del Cardinale Sepe

In queste ultime settimane si susseguono immagini di dolore dei cristiani e di altre minoranze nel Nord dell’Iraq. Non sempre è facile soffrire con chi è lontano, come la gente profuga nella piana di Ninive, o intrappolata sulle montagne del Sindjar, o rifugiata in Kurdistan. Si tratta di una grande sofferenza. 

 Papa Francesco, rivolgendosi alle Nazioni Unite, ha scritto: “È con il cuore carico e angosciato che ho seguito i drammatici eventi di questi ultimi giorni nel Nord Iraq, dove i cristiani e altre minoranze religiose sono stati costretti a fuggire dalle loro case e assistere alla distruzione dei loro luoghi di culto e del patrimonio religioso…Gli attacchi violenti che stanno dilagando lungo il Nord dell’Iraq non possono non risvegliare le coscienze…” (Lettera a Banki-Moon, Segretario Generale)Volti di bambini, donne, uomini innocenti e indifesi ci interpellano e ci scuotono, nel cuore di questa estate, mostrandoci la tragedia della persecuzione;  tantissimi sono in fuga dalla piana di Ninive, colpiti a Mosul, Qaraqosh e in tanti villaggi, cacciati e umiliati dalla violenza di un totalitarismo che vuole cancellare le tracce della presenza millenaria di minoranze cristiane antiche. Colpiti insieme ai cristiani sono anche gli Yazidi, ferocemente assaliti sul monte Sindjar, lì dove essi stessi protessero i cristiani armeni e siriaci durante lo sterminio del 1915-1918. Colpiti pure i musulmani, sciiti e talvolta sunniti, che dall’Isis e da altre forze terroristiche ultraradicali sono percepiti come diversi. Per questo ci raccogliamo in preghiera: la Chiesa, come madre, geme di fronte a tanta folle brutalità. E innalza forte la preghiera per la salvezza dei cristiani e di tutti i perseguitati. Il loro dolore e la loro dignità hanno colpito tanti. Non cercano vendetta: attoniti, volgono lo sguardo alle loro terre, che forse non potranno più rivedere. Piangono le vittime, la distruzione delle Chiese, lo svuotamento dei loro villaggi. Mentre si impone con tragica urgenza la necessità di soccorrere, prevenire altre violenze e proteggere, torniamo uniti nella preghiera, innanzi al Signore Gesù.  

 
Nel cuore dell’ultima cena a Gerusalemme, Egli aveva confidato ai Dodici Apostoli: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me…Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi…Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato”.

L’ora è drammatica. La violenza omicida, in nome di un credo violento, blasfemo e totalitario sembra realizzare le parole di Gesù:“Viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò perché non hanno conosciuto né il Padre, né me”.È attualità tragica, che lacera in Mesopotamia il tessuto millenario, ove cristianità antichissime hanno vissuto accanto ad altre minoranze e a popolazioni musulmane, per secoli. Abbiamo amato e conosciuto tanti, fra questi nostri fratelli: varie volte ho incontrato, agli Incontri di preghiera per la pace, il vescovo siro ortodosso Mar Gregorios, assieme al vescovo greco ortodosso, Paul Yazigi, ambedue sequestrati in Siria da più di un anno e dei quali non si hanno più notizie. È una fraternità che ci lega  e lega Caldei, Assiri, Siro Ortodossi, Siro Cattolici, armeni che si trovano fra Iraq, Siria, Turchia. Parte di questa cristianità orientale ha trovato il suo primo alveo nei dintorni di Mosul, di fronte alla Ninive biblica. La tradizione vuole che sia una terra toccata dalla predicazione di Pietro, Tommaso e Taddeo, e da Bartolomeo, Natanaele, che in Mesopotamia del Nord avrebbe subito il martirio. S. Isacco di Ninive è uno dei  figli spirituali di questa tradizione, divenuto fonte di saggezza per tanti. È grazie a questa cristianità e alla sua spinta missionaria che il Vangelo si diffuse in tutto il continente asiatico, nelle Indie, in Persia, in Arabia, nel Golfo Persico e si espanse dal Mediterraneo Orientale alla Cina tra VI e XIII secolo.Che sarà di queste Comunità, spogliate di tutto, povere nel presente e ricche di storia? Un grido angosciato sale da queste popolazioni, oggi così umiliate, e chiede futuro. Quel futuro che si è immaginato nel Kurdistan Iracheno, ora minacciato ad Erbil stessa e in tutta la piana di Ninive. Come potranno ancora portare frutto e come potrà questo frutto rimanere nelle terre da cui vengono violentemente e forzatamente espulsi? In queste ore, il comandamento del Signore Gesù impegna noi e tutti i credenti nel Vangelo: “che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato”. Amare questi fratelli come il Signore ha amato tutti: fronteggiando la potenza della morte con una preghiera incessante, senza dimenticare, senza distrarsi, suscitando e promuovendo la solidarietà attiva. Pregare conservando nel cuore i volti. Nella assoluta e inspiegabile differenza di condizione fra noi, che siamo raccolti qui, e questi fratelli in balia del male; non possiamo dimenticare di essere una sola famiglia. Per questo chiediamo al Signore di custodirli, di muovere i cuori e le menti delle Nazioni per salvare le loro vite. E per noi chiediamo di saper amare senza cedere alle suggestioni dell’impotenza, che ci vorrebbe rassegnati alla logica del conflitto, così come follemente vuole l’aggressore. Oggi più di ieri, in maniera più decisa cerchiamo, animati dalla fede, di incontrare, soccorrere, costruire ponti di dialogo. Oggi più che mai, sentiamo l’imperativo a uscire dalla tiepidezza delle nostre opzioni di amore, di fronte a queste vite sradicate e ferite. Questa preghiera ci renda vulnerabili al loro dolore, rechi speranza e forzi la pace.Giunga infine – come ha promesso Gesù – il Consolatore, lo Spirito di verità che procede dal Padre e gli dà testimonianza: spieghi ancora la bellezza di un mondo ove è possibile vivere gli uni accanto agli altri. Converta i cuori resi crudeli dalla cecità e intrappolati in progetti di male e di morte. Pieghi ciò che è rigido, scaldi ciò che è freddo, raddrizzi ciò che è contorto. Ci aiuti a ribellarci alla morte, facendo della nostra vita una testimonianza di amore che non si spezza. E portando nel cuore la sofferenza dei cristiani nostri fratelli e nostre sorelle in Iraq e di tutti i perseguitati, preghiamo con le parole di Geremia: «sono rimasto lontano dalla pace, ho dimenticato il mio benessere. E dico: “è sparita la mia gloria, la speranza che veniva dal Signore”. Il ricordo del mio vagare è come assenzio e come veleno. Ben se ne ricorda e si accascia dentro di me la mia anima. Questo intendo richiamare alla mia mente, e per questo voglio riprendere speranza. Le misericordie non sono finite, non è esaurita la sua compassione…Mia parte è il Signore e per questo in lui voglio sperare» (Ger 3,17-24). Con Maria, ai piedi della croce, noi diciamo al Signore: Proteggi questi tuoi figli, nostri fratelli, dal male della guerra, dell’odio e della violenza e dona loro la tua pace. Amen

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