Ai sacerdoti e ai religiosi

Lettera ai sacerdoti

Carissimi sacerdoti, figli e fratelli miei,

scrivo a voi quest’oggi, pensandovi mentre vi state preparando a vivere questa domenica che precede il Tempo della Quaresima. Penso a voi che domani incontrerete la vostra gente e spezzerete con loro il Pane e la Parola; e penso a me che vi accompagnerò dalla mia camera nell’impossibilità di uscire a causa della positività al Coronavirus.

Sento, innanzitutto, il bisogno di ringraziare ognuno di voi per quello che siete, per quello che fate in questa nostra Chiesa; la vostra vita, offerta e spesa, è segno concreto dell’amore di Dio che continua a donarsi. E sento di ringraziarvi anche per la vicinanza con la quale, in vari modi, mi state accompagnando in questo tempo. Un tempo difficile che si fa, però, occasione per immergermi sempre più in quella particolare chiamata che il Signore fa alla mia vita. Un tempo sofferto che si fa offerta.

Vi chiedo perdono se quanto mi sta accadendo ci costringe a rimandare gli incontri di conoscenza che avevamo programmato insieme. Ma ci incontreremo presto. E cresce dentro di me il desiderio di potervi conoscere ad uno ad uno, di camminare concretamente accano a voi, miei cari fratelli: si, siete i miei fratelli!

Diversi di voi mi hanno contattato per chiedermi informazioni sulle mie condizioni di salute. Proprio ieri ho iniziato la cura da protocollo. Tutto sta procedendo per il meglio e con lievi sintomi anche se sento forte il senso di spossatezza e di debolezza fisica. Non vi nascondo la paura dinanzi all’incertezza che questo virus provoca ma, al tempo stesso, è forte l’affidamento e l’abbandono in Dio. Questo Dio che, come ci viene raccontato nel Vangelo di domani, non si stanca di avvicinarsi a me, a te, a ciascuno di noi, e di toccarci, di toccare la nostra vita, per risanarla e risollevarla.

Il lebbroso di cui parla Marco, sembra narrare il periodo che stiamo vivendo. L’impossibilità di avvicinarci, di toccarci, di abbracciarci, ci fa sperimentare la solitudine e l’emarginazione, le stesse a cui è condannato il lebbroso, e ci fa vedere l’altro come una minaccia piuttosto che come un dono e un’opportunità. Quanta meraviglia sento nel cuore guadando a Gesù che non si ferma davanti alla Legge ma guarda all’uomo, si avvicina e lo tocca.

E provo tenerezza nell’immaginare la scena tra i due. “Se vuoi, puoi guarirmi.” Il lebbroso chiede se vuoi. Il lebbroso sono io, sei tu, siamo noi, quando ci chiediamo che cosa vuole veramente Dio dalle nostre lacrime, dalla nostra carne ferita, da questa nostra fragile storia. Ed è una domanda che obbliga Gesù ad esporsi, a compromettersi con le piaghe di quel lebbroso, con le nostre piaghe. Se vuoi, puoi guarirmi. Se vuoi.

Quanti volti, quante storie, quante vite, in questo lungo anno, sono state segnate dal dramma del virus. Ho provato a stare accanto a quanti mi hanno confidato la loro fatica, ho provato ad asciugare tante lacrime, ad ascoltare il grido di dolore di chi ha perso una persona cara senza poterle dare l’ultima carezza.

Molti di voi hanno già vissuto la fatica del contagio e diversi la stanno vivendo in questo momento. Molti hanno perso persone care. Molti di voi si sono esposti al rischio del contagio pur di non lasciare solo il fratello ferito. Come Gesù, avete toccato la carne del fratello. Come Gesù, vi siete lasciati toccare dalla loro sofferenza condividendone il peso. Per questo, benedico il Signore. Perché nel vostro esserci, nel vostro stare accanto, nel vostro spendervi per l’altro, io vedo il Dio di Gesù, il Dio del Vangelo, il Dio della vita.

E mi colpisce questo Gesù che si commuove, che prova compassione, prova dolore per il dolore dell’uomo. E si avvicina. E tocca. Ogni volta che si commuove, Gesù tocca. In Gesù, Dio si avvicina, tocca, guarisce. Non con un decreto. Con una carezza. Una carezza che non si insegna nelle scuole di teologia, ma che si impara alla scuola del Vangelo. E ci contagia di vita.

E anche te, fratello mio, chiedo una carezza per ogni fratello che ti è affidato, per ogni tuo confratello che sta sperimentando la fatica e la sofferenza. Per chi è solo. Per chi si sente abbandonato. Per chi pensa di non poter più dare nulla. Ti chiedo di prenderti cura, insieme a me, della nostra fraternità sacerdotale. Ti chiedo di toccare senza paura l’altro, di toccare il fratello.

Penso, in questo momento, ai sacerdoti, ai religiosi, alle religiose che stanno vivendo questa fatica, che è la fatica di attraversare il deserto da soli, perché contagiati, con tutto quello che questo comporta… per loro la nostra preghiera e la nostra carezza, facendoci vicini, facendoci sentire. Incoraggiandoci. Abbiamo tutti bisogno di parole che diano coraggio. Anche una parola che dona coraggio, che solleva è… toccare.

Penso a quei nostri confratelli che in questi giorni hanno perso un familiare… anche per loro la nostra preghiera e la nostra vicinanza. Concreta. E sento il bisogno di ricordare i sacerdoti, i religiosi, le religiose, morti per Covid. Ognuno di loro un volto, una storia, un cuore. Ognuno di loro è dono di Dio… ad ognuno di loro la nostra gratitudine e la nostra preghiera, il nostro ricordo. Per non dimenticare.

Grazie, fratello mio. Dio ti benedica. Grazie del dono bellissimo della tua vocazione. Lasciamoci toccare da Gesù, ogni giorno. Le persone piene di Gesù fanno miracoli.

Ma lasciati anche toccare da tuo fratello. Permetti all’altro di avere bisogno di te. Permetti a te stesso di avere bisogno dell’altro. Ogni vita muore se non è toccata, muore di silenzi. Il cuore può morire per assenza di incontri.

Ti prego, aiutami perché anche io possa toccare la tua vita. E, con la tua vita, ricordami che anche io ho bisogno di te. Fratello mio.

don Mimmo

PS. Avrei dovuto scriverlo all’inizio, ma volutamente te lo chiedo adesso: Tu, come stai? Sei parte di me, ho bisogno di saperlo.

13-02-2021
FacebooktwitterredditpinterestlinkedinmailFacebooktwitterredditpinterestlinkedinmail