LA SPERANZA CHE BUSSA ALLA NOSTRA PORTA

III Lettera di Quaresima 2021

Mariarita cara,
grazie per la condivisione dell’altra sera…ascoltarti e ascoltare la tua fatica e cogliere in essa la bellezza
della tua fede è stato ed è motivo di forza anche per la mia vita.
Era una di quelle sere in cui il peso delle responsabilità, le difficoltà, la delusione, mi arrivavano come
giudizi duri su me stesso. Rassegnazione, senso di smarrimento, tristezza. A un tratto è arrivata la tua
telefonata. Non ti conoscevo. Mi sono sentito chiamare per nome. Tu, con la tua fatica, con la tua vita,
nella tua povertà, bussavi alla mia porta. In un momento mi sono sentito tirato via dal mio ripiegamento
su me stesso, ricollocato nel dono, nell’evento. Alla fine della nostra conversazione ho sentito il bisogno
di andare nella mia cappella e ringraziare. È stato in quel momento che ho capito che la mia speranza
quella sera aveva bussato alla mia porta, alla porta del mio cuore!
Mariarita, siamo tutti chiamati a cercare la verità e il bene costruendo insieme una società più giusta,
inclusiva, un mondo più ospitale, relazioni autentiche, una Chiesa più povera, in uscita, in ascolto degli
ultimi, e capace di richiamare le Istituzioni alla cura del bene comune. È tempo di rinunciare a
trincerarsi dietro il muro dell’abitudine, del potere, dietro il tempio sacro della rassegnazione e
dell’indifferenza.
Siamo diventati restii a riconoscere nella presenza dell’altro un dono, nella presenza del povero la
salvezza, nel servizio il vero privilegio, nella comunità la sfida di una solidarietà necessaria.
Sempre però, la Parola di Dio interpella la nostra libera responsabilità, sempre ci indica la via della vita
piena e vera, della prossimità gratuita che si incarna nella preferenza del debole.
La liturgia della prossima domenica, terza di Quaresima, ci mette di fronte a un gesto di Gesù, che
quasi ci scandalizza. Il vangelo di Giovanni lo pone all’inizio del suo ministero. Gesù si costruisce una
sferza e con un gesto violento caccia via i mercanti dal tempio, gente che ha trasformato il sacro in
calcolo, in mercato, la presenza di Dio in potere, commercio e sopruso.
Potremmo non sentirci provocati a pensare perché nelle nostre chiese non ci sono tavolini per cambiare
denari, per vendere colombe ai poveri, pecore e buoi ai ricchi, da offrire a Dio. Potremmo anche essere
convinti che questa Parola sia per i pochi che oggi frequentano ancora le chiese, oppure per i preti e i
religiosi che devono guardarsi dalla tentazione del potere e delle ricchezze. Ma essa giunge a noi per
aprire i nostri orecchi.
L’ascolto della realtà concreta, degli ambienti in cui operiamo, l’ascolto dell’altro, della Parola, è
efficace in noi come la pioggia e la neve che scendono dal cielo e fecondano la terra. Apre varchi in noi
per smascherare le nostre ipocrisie, per rompere i nostri silenzi colpevoli, per abbattere i tentativi
nascosti di salvare noi stessi e i nostri interessi, per decostruire le nostre esposizioni dottrinali lontane
dalla vita delle persone, per rovesciare i banchi dei nostri baratti e dei nostri adultèri, per spezzare le
catene che legano l’altro ai nostri pregiudizi, ai nostri vantaggi materiali e spirituali.
Impariamo a fare il bene, ad accogliere il perdono gratuito di Dio, perché i nostri occhi vedano,
attraverso la sincerità del nostro cuore, possibilità di bene dentro di noi e intorno a noi. Non facciamo
del servizio e della cura un luogo di mercato, una spelonca di ladri! Carrierismi, poteri e privilegi, non
c’entrano nulla con la chiamata a servire oggi il Signore nell’umano.
Spesso noi preti siamo impressionati dalle assemblee domenicali sempre meno numerose e pensiamo
a strategie per attirare; spesso i laici avvertono l’esigenza, pur bella, di essere accompagnati ma restano
ancora troppo legati al compiacimento dei sacerdoti, nel chiuso di un tempio senza tempo, senza
iniziativa, sempre meno aperto alle fatiche di uomini e donne che cercano di servire Dio nel difficile
campo della politica, nella complessità dei nuovi problemi che segnano il sociale. Una sorta di eccessiva
preoccupazione attraversa tutti e può fuorviare da ciò che il Signore veramente chiede. Siamo tutti
chiamati a discernere le vie per una comunione possibile che abbia il sapore della reale condivisione
della vita. Solo la ricerca di giustizia, sui passi di un amore simile a quello di Cristo, si fa profezia!
La Chiesa, nella sua visibilità, nella sua struttura di corpo, ha bisogno più che mai di persone che
credano nella comunione fraterna, nella reciprocità e nella diversità di vocazioni, sciogliendo conflitti,
reticenze, allontanando ogni ricerca dei primi posti, di privilegi e riconoscimenti personali. La Chiesa
ha bisogno di ritrovare al suo interno l’essenzialità, la capacità di riflettere insieme, la gratuità della
formazione della coscienza e del discernimento del bene, la verifica del proprio operato, il suo essere
corpo, sacramento di salvezza.
Come vorrei che ci rendessimo conto di più che il rinnovamento parte davvero da ciascuno di noi, dal
nostro coraggio, dal nostro impegno, dalla qualità della nostra presenza e della nostra preghiera. Non
sviliamo la speranza, non rendiamo vana la croce di Cristo!
Ci è chiesto di ripartire dalla comunione che forse avvertiamo zoppicante, dalla fraternità che sentiamo
ingabbiata da errori, chiusure, contese. Ci è chiesto di affidarci vicendevolmente, di porre la nostra
fiducia in Dio e di credere nell’uomo, nella sua capacità di vedere il bene.
Il tempio di cui parla Gesù è la casa del Padre, è il suo corpo, è il compimento della comunione tra
Dio e l’uomo: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. La casa del Padre è il segno
e il dono di una comunione che non finisce, che resiste: luce, vita, cammino possibile di fratelli. È il
luogo della presenza di Dio che ci viene incontro, ci accoglie come siamo, non chiede nulla in cambio,
luogo in cui la nostra parola, l’ascolto e l’agire possono farsi preghiera, adorazione, celebrazione. Tutto
si rivela dono, tutto ci è dato perché altri possano vivere, non per spadroneggiare, facendoci grandi sui
bisogni altrui. Spogliamoci di ogni paura.
Chiediamo l’umiltà di uno sguardo capace di interpretare la storia dalla parte del Signore, della sua
misericordia, perché possiamo riconoscere la sua presenza nella sete di autenticità, di infinito, di
compimento, che è presente in ogni uomo.
La vera preghiera è offrire possibilità di riscatto. Non buoi, pecore o colombe, non ornamenti. La
salvezza non si compra, non si baratta. La si accoglie insieme.
La presenza del povero ci ricorda che non è il tempo delle conclusioni ma del nuovo inizio. È il tempo
di organizzarci, di progettare la speranza. È il tempo della semina. Ed è il povero, Mariarita, che ci tira
via dalla pretesa dei frutti, dalla disperazione dei risultati insufficienti, dai numeri delle statistiche
economiche. È il povero che ci libera dall’efficacia immediata di una comunione che è più che altro
gratificazione di noi stessi, come risucchiati da un “consumismo spirituale”, dalla necessità di risultati
visibili. Il volto del povero ci ricorda la speranza della nostra chiamata, ci restituisce la gioia di poter
dare e la gratitudine per avere ricevuto.
Grazie, Mariarita, perché attraverso di te, il Signore, ancora una volta, mi ha fatto comprendere che nel
povero l’amore di Cristo si fa presenza visibile e privilegiata; il suo farsi ultimo ci converte a lui.
Dalle ferite del tuo Signore, mia Chiesa, dalla sua debolezza, possa tu riacquistare la forza e la sapienza
di chi sa chinarsi, di chi sa occupare gli ultimi posti, di chi sa opporsi alle logiche di peccato senza
tristezza, smarrimento o lagnanze. La vera povertà è dare la propria vita in questa storia, fermento di
cambiamento e di risurrezione!
Quante volte abbiamo guardato il povero fuori dalla porta, pensando che sono altri che devono
occuparsene? Facciamo entrare il povero, permettiamogli di entrare nel “tempio”. Lasciamoci abitare
dall’inquietudine, condividiamo il sogno di Dio che non si stanca di voltarsi verso di noi, di attirarci a
lui: introduci in casa, vesti, dividi il pane…
I poveri sono soggetti di evangelizzazione, segno di affidamento e attesa. Profezia di Dio!
La preghiera del povero sale a Dio. Lasciamo che il suo appello ci scaldi il cuore, ci cambi e converta
la nostra preghiera. Speriamo e auspichiamo il rinnovamento di una solidarietà che coinvolga davvero
tutti responsabilmente. Lasciamoci condurre alla beatitudine del regno presente!
Faccio mie le parole di San Paolo: vi supplico, in nome di Cristo, lasciamoci riconciliare con Dio!
Torniamo a lui perché possa dimorare presso di noi. Possa farci sentire la potenza della sua debolezza,
del suo amore speso senza riserve fino alla croce e risorto! La speranza torni a bussare alla vostra porta,
come ha bussato alla mia, e ci conduca alla lode e al ringraziamento.

03-03-2021
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