“Accogliere, discernere e integrare” i verbi di una rinnovata pastorale familiare. Cosa è cambiato a quasi dieci anni dalla pubblicazione di Amoris Laetitia?”

Intervento all'inaugurazione dell'Anno Giudiziario dei Tribunali Ecclesiastico Interdiocesano e Metropolitano di Appello
06-03-2025

“Saluto con affetto le Eccellenze presenti, gli Officiali, l’Esimio P. Marco, Relatore di questa nostra giornata, fratelli e sorelle, convenuti per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2025.

Il tema scelto, per riflettere insieme sul valore pedagogico dei nostri due Tribunali ecclesiastici, è “Accogliere, discernere e integrare” i verbi di una rinnovata pastorale familiare. Cosa è cambiato a quasi dieci anni dalla pubblicazione di Amoris Laetitia?”

Il titolo completo del capitolo Ottavo dell’ Amoris Letitia che si occupa di spiegare questi verbi ha un termine fondamentale per la comprensione della scelta fatta da Papa Francesco: la fragilità. Senza questa parola non si può entrare nel vivo dell’Esortazione Apostolica. Il nostro sguardo si posa sui volti segnati dalla sofferenza di tanti nostri fratelli e sorelle che vivono il loro matrimonio con grande difficoltà fino a sperimentare la solitudine di scelte gravi tali da cambiare nuovamente la loro vita. La fragilità è la condizione di tanti che bussano alla nostra porta per essere accolti, ascoltati e sostenuti in un momento decisivo della loro esistenza. Il desiderio di una nuova possibilità di vita si intreccia con tanti sentimenti contrastanti che hanno bisogno di essere espressi perché possano nuovamente sperimentare la pace.

Quanti nostri fratelli e sorelle si mostrano con i segni della debolezza? Non nascondono l’ansia, il dolore, la poco autostima di chi si sente fallito e incapace di riprendere in mano la propria vita. La rottura produce uno stato interiore di fragilità emotiva e, di conseguenza, possono essere ostaggi delle loro stesse paure. Ecco il valore dell’accoglienza, dell’accompagnamento e del discernimento necessario per comprendere come poterli aiutare.

Papa Francesco, facendo suo un principio pedagogico espresso da San Giovanni Paolo II, ci suggerisce che ogni situazione deve essere giudicata attraverso la legge della gradualità. Un principio che i Padri della Chiesa hanno sempre rispettato non solo nel proclamare il Vangelo in situazioni avverse, ma soprattutto nel campo della morale. La gradualità esprime fiducia nella creatura. Mette al primo posto la consapevolezza che l’essere umano «conosce, ama e realizza il bene morale secondo tappe di crescita» (Papa Francesco, Amoris Letitia, 295). Non possiamo dimenticare questo criterio di giudizio, quando siamo dinanzi a persone che hanno smarrito la rotta della loro vita. La gradualità, come afferma il Papa, è un vero e proprio esercizio prudenziale che fa di ciascuno di noi credenti, conoscitori profondi delle sofferenze dei nostri fratelli e sorelle, sorreggendoli nel difficile cammino di ricostruire la loro vita. L’esercizio prudenziale ci fa entrare nell’ esistenza altrui, senza un giudizio perentorio, ma capaci di comprendere e pronti ad accompagnarli con quella discrezionalità propria di chi sa amare con libertà interiore.

Papa Francesco sottolinea che spesso possiamo stare dinanzi a persone che «non sono in condizione di comprendere, di apprezzare o di praticare pienamente le esigenze oggettive della legge». Allora è tempo di applicare la legge della gradualità per rispettare la persona che «avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio e delle esigenze del suo amore definitivo ed assoluto nell’ intera vita personale e sociale dell’uomo» (Papa Francesco, Amoris Letitia, 295). La gradualità fa essere più umano chi deve dare un giudizio; fa sperimentare la pazienza a chi sa aspettare il figlio che ritorna dopo una vita dissoluta (Lc 15). In coloro che provano il dolore della vita, la gradualità fa comprendere non solo l’errore compiuto, ma anche fa provare la gioia di essere nuovamente accolti per non cadere più nella stessa difficoltà. Il principio della gradualità, allora, serve ad entrambi le parti che si confrontano su rotture insanabili per trovare soluzioni condivise e possibili da vivere.

Se la legge della gradualità ci fa comprendere che le persone fragili devono essere accompagnate per ristabilire un nuovo equilibrio nella loro vita, la logica della misericordia pastorale, così come l’esprime Papa Francesco, ci fa stare con i piedi a terra, vivendo fino in fondo il ministero della misericordia, dell’unzione dello Spirito che versa vino e olio sulle ferite dell’anima.

Mi fa sempre pensare questo passaggio dell’Esortazione, perché sia di stimolo al nostro ministero e ai nostri uffici. Papa Francesco così scrive:

«Comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione. Ma credo sinceramente che Gesù vuole una Chiesa attenta al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità: una Madre che, nel momento stesso in cui esprime chiaramente il suo insegnamento obiettivo, «non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada». I Pastori che propongono ai fedeli l’ideale pieno del Vangelo e la dottrina della Chiesa devono aiutarli anche ad assumere la logica della compassione verso le persone fragili e ad evitare persecuzioni o giudizi troppo duri e impazienti. Il Vangelo stesso ci richiede di non giudicare e di non condannare (cfr Mt 7,1; Lc 6,37). Gesù «aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza. Quando lo facciamo, la vita ci si complica sempre meravigliosamente» (Papa Francesco, Amoris Letitia, 308).

Non possiamo non fermarci a riflettere e contemplare la bontà di nostro Signore per ciascuno di noi, desiderosi della sua misericordia per le nostre povere vite. È più facile essere inflessibile, persone che nel nome della giustizia pongono pesi sulle spalle di chi non riesce a portarli. È più facile nascondersi dietro la legge, diventare dei “legalisti”, ma noi siamo chiamati ad essere dispensatori della misericordia di Dio, perché ci è versata nel grembo «una buona misura, pigiata, scossa e traboccante, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio» (Lc 6, 38). Dobbiamo avere l’occhio attento che guarda lontano, che ha a cuore il bene della persona, aiutandola a comprendere che anche nella difficoltà il Signore dona la grazia necessaria per andare avanti.

Fermiamoci su questa verità affermata dal Papa: «Gesù vuole una Chiesa attenta al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità». Quando non giudichiamo in maniera spersonalizzante, allora ci accorgiamo che lo Spirito Santo opera proprio nelle fragilità. San Paolo ci insegna che «dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia di Dio» (Rom 5, 20). La legge ci fa prendere consapevolezza dell’errore commesso, ma la grazia ci fa superare lo stato di peccato per diventare santi. Una Chiesa che è già perfetta, non potrebbe comprendere chi sta in situazioni difficili. La Chiesa è sempre in uno stato di conversione; è sempre soggetta al rinnovamento operato dallo Spirito Santo. Papa Francesco così contempla la realtà della Chiesa: «Come può essere santa una Chiesa fatta di esseri umani, di peccatori? Uomini peccatori, donne peccatrici, sacerdoti peccatori, suore peccatrici, Vescovi peccatori, Cardinali peccatori, Papa peccatore? Tutti. Come può essere santa una Chiesa così?… La Chiesa, che è santa, non rifiuta i peccatori; non rifiuta tutti noi; non rifiuta perché chiama tutti, li accoglie, è aperta anche ai più lontani, chiama tutti a lasciarsi avvolgere dalla misericordia, dalla tenerezza e dal perdono del Padre, che offre a tutti la possibilità di incontrarlo, di camminare verso la santità» (Papa Francesco, Udienza generale, 2 ottobre 2013). Il cammino da intraprendere tutti è quello della santità di vita, godendo della misericordia di Dio tutti. La benevolenza di Dio si mostra nei tratti dell’umanità di Gesù Cristo che insegna ai suoi discepoli ad essere più umani, profondamente umani per essere santi e immacolati nell’ amore.

Chi si è bloccato nel cammino di fede ha bisogno di ripartire. Come non pensare che anche le persone venute nei Tribunali si incamminano verso il Regno? Sono discepoli di Gesù Cristo che vuole far sperimentare l’amore del Padre. Mi domando: come poterli aiutare, perché si possano incamminare sulla via della santità? Il Tribunale non può essere considerato solo come un posto di passaggio per avere qualcosa, ma un momento, in cui questi nostri fratelli e sorelle ritrovino una Chiesa che li faccia sentire parte della sua vita. Allora non può non esserci un collegamento forte con le parrocchie di provenienza. In questo modo poter interagire con quelle comunità, perché possano accogliere questi nostri fratelli e sorelle.

Siamo nell’ anno giubilare; siamo pellegrini di speranza. Credo che i nostri tribunali ecclesiastici si debbano distinguere, per far sentire la forza della speranza a coloro che hanno perso il senso della vita. Siamo tutti in cammino verso il Regno, impegnandoci a realizzarlo già tra di noi divenendo più magnanimi, più giusti, più operatori di pace. Dare speranza è proprio l’atteggiamento necessario per far sentire la Chiesa vicina. Il nostro impegno è sempre quello dell’evangelizzazione, cioè realizzare il Vangelo di Gesù Cristo nelle diverse e variegate circostanze della vita delle persone che si rivolgono a noi.

Essere dispensatori di speranza è compito proprio di coloro che lavorano nei Tribunali. Far guardare al domani con fiducia diventa un passo decisivo per la conversione del cuore. Nutrire speranza invoglia non solo ad andare avanti, ma anche e soprattutto a riconsiderare la propria vita in chiave cristiana.

Nell’ inaugurare l’anno giudiziario 2025 auguro a tutti i presenti un anno di grazia, un vivere come pellegrini del Regno per essere sempre più conformi alla vita di Gesù Cristo.”

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