Contro le mafie, il potere dei segni

Le parole dell'Arcivescovo don Mimmo Battaglia al Forum sui beni confiscati
01-04-2022

“Contro le mafie, il potere dei segni

Fra venti giorni saranno trascorsi ventinove anni dalla scomparsa di quel grande profeta di pace che fu don Tonino Bello, vescovo di Molfetta. C’è un passaggio dei suoi scritti che io porto scolpito nella mente e nel cuore per la profondità di quelle parole e per il loro significato sempre estremamente attuale.

Sulle murge baresi da cui provengo – scriveva don Tonino – ho visto passare cingolati, carri armati di media stazza: tre miliardi l’uno. Si costruirebbero caseggiati con trentacinque alloggi per ospitare trentacinque famiglie senza tetto. Non ci sarebbe bisogno degli episcopi per tamponare. Qualcuno mi dice: ma che fai? Metti gli sfrattati nell’episcopio? Ma sono tanti gli sfrattati!!!

Vedete, noi come credenti ma anche come non credenti non abbiamo più i segni del potere. Se noi potessimo risolvere tutti i problemi degli sfrattati, dei drogati, dei marocchini, di tanta povera gente, dei disoccupati, allora avremmo i segni del potere sulle spalle. Noi non abbiamo i segni del potere, però c’è rimasto il potere dei segni”.

Certo. La tentazione è di fermarmi a riflettere sulla drammatica attualità della guerra che anche oggi come allora (don Tonino parlava ai tempi della Guerra nei Balcani) attraversa le nostre giornate e sconvolge i nostri animi; la tentazione è di gridare forte, oggi come allora, che la corsa agli armamenti è un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio anche semplicemente per quel fiume di soldi che nello stesso tempo vengono sottratti ai bisogni quotidiani di tanta povera gente.

Ma sono altre le parole forti e significative di quello scritto che io continuo a portarmi dentro e che oggi consegno alla mia e alla vostra riflessione: “i segni del potere e il potere dei segni”.

La terra dalla quale io arrivo, la Calabria, e questa nella quale oggi vivo hanno purtroppo in comune due importanti consorterie mafiose che da sempre hanno affermato la loro presenza non solo con il rumore delle armi, ma anche con le modalità espressive dei loro brutali omicidi, con il significato rituale delle loro appartenenze, con i messaggi attraverso cui intimidire la gente, con la consegna del silenzio, con l’imposizione dell’omertà: tutti segni che dicono di un potere violento e incontrastato.

Lo sfarzo e il lusso di cerimonie con cui festeggiano momenti della loro vita privata non è un segno con cui ostentano il loro potere? L’eclatante appariscenza di certi immobili più simili a ville hollywoodiane che a normali abitazioni non è la prepotente affermazione della loro presenza? Ma anche la stessa condizione dismessa e fatiscente nella parte esterna di tante abitazioni, dalle mie parti, in Calabria, come voi ben sapete, non è un preciso messaggio, anche quello, di potere che si vuole lanciare a quei territori?

Ecco perchè quando poi arriva una legge come la Rognoni-La Torre del 1982 sulla confisca dei beni ai mafiosi, e successivamente la Legge 109 grazie a quel milione di firme raccolte nel 1996 da Libera che chiedeva l’utilizzo sociale dei beni confiscati, non si può non pensare che seppure la lotta alla mafia è ancora lunga da combattere, tuttavia questa stessa lotta attraverso quelle leggi si è dotata di uno strumento che di certo è stato e continua ad essere uno dei più efficaci.

E penso proprio per quello che rappresenta nel linguaggio dei segni: perché, come voi mi insegnate, possiamo anche lanciare anatemi e proclami contro i mafiosi ma non li smuoviamo neanche di un centimetro, se però mettiamo le mani nelle loro tasche allora si arrabbiano, e non solo perché vengono aggrediti tesori e patrimoni che sono il cuore della loro esistenza, ma perchè nello stesso tempo intacchiamo i segni del loro potere, quelli che danno loro visibilità, quelli sui quali costruiscono la loro immagine e in fondo anche il loro consenso.

Ed invece, trasformare la villa di un boss in una scuola pubblica o in una caserma dei carabinieri, far nascere una cooperativa di giovani con lavoro vero e pulito al posto di un’azienda che una volta era sinonimo di sfruttamento e di lavoro schiavo, celebrare i sacramenti come in molte Diocesi ormai si fa da anni con l’olio che viene da quei terreni dove un tempo si celebravano solo battesimi di morte, tutto questo significa dire ad un territorio intero, come è accaduto in tutti questi anni, che quel potere non c’è più, che si sta sgretolando pezzo per pezzo, che la mafia non è invincibile, e che a quei segni che un tempo dicevano oppressione, violenza e morte, si sta contrapponendo una forza di ribellione e di rinascita che non ha bisogno di grandi discorsi ma parla da sola, perché parla attraverso il potere di segni che raccontano, e contengono in se, una libertà ritrovata ma soprattutto uno sviluppo che non è solo economico ma soprattutto sociale e culturale.

La forza dirompente dei tanti segni disseminati in tutti questi anni dallo Stato e da tante Associazioni e Istituzioni in Italia è stato il contraccolpo peggiore che le mafie hanno dovuto sopportare.

Ecco perchè è importante questo “Forum” che oggi ha inizio, ed ecco perché io, che parlo a nome di una comunità di fede che ha fatto dei “segni” il memoriale perpetuo di una Vita che ha sempre l’ultima parola sulla morte, su ogni tipo di morte, non posso che incoraggiare il vostro lavoro e ringraziarvi per i segni di speranza ai quali in questi giorni darete visibilità.

Lasciate però che concluda questo mio saluto con un’ulteriore speranza.

A quarant’anni dalla legge Rognoni – La Torre (13 settembre 1982) e a trent’anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio (maggio e luglio 1992) nell’assumerci ancora di più la responsabilità e il peso dell’eredità che quegli uomini importanti e quei martiri della giustizia ci hanno lasciato, se da un lato siamo chiamati a ricordare e a sottolineare come sia stato importante e determinante confiscare alle mafie i loro patrimoni, io penso che ancora più importante e ancora più decisivo sarà per noi continuare ad impegnarci a togliere alle mafie un altro bene per loro supremo e prioritario: i loro affiliati, i loro uomini. Penso che la grande eredità di quelle stragi consista proprio nel portare avanti con sempre più coraggio e sempre più rinnovata convinzione la grande intuizione che ebbe Falcone: “confiscare” alla mafia le persone che fanno la mafia.

Certo, l’idea di Giovanni Falcone si muoveva sulla linea dell’azione giudiziaria ed è incontestabile che i fatti gli abbiano dato ragione: penso che non ci siano dubbi sul fatto che in questi trent’anni l’istituto della “collaborazione con la giustizia” sia stato fondamentale nel disarticolare alle radici storiche organizzazioni mafiose, che era l’obiettivo ultimo di Falcone. Nello stesso tempo però c’è una dimensione etica che si è incrociata a quella giudiziaria e che si è intrecciata ad essa in modo altrettanto decisivo per l’obiettivo che si vuole raggiungere; voglio dire, cioè, che mentirei a me stesso e non renderei onore alla dignità umana se non vi dicessi sulla scorta della mia esperienza personale di prete e ascoltando chi quotidianamente accompagna in silenzio i percorsi tormentati e faticosi di non pochi di questi ex mafiosi, che l’Istituto giuridico della collaborazione con la giustizia a suo modo contiene ed esprime un potere non quantificabile da nessuna sentenza giudiziaria, da nessuna inchiesta giornalistica e da nessuna analisi sociologica: il potere di contribuire alla rinascita di tante persone.

Certo, tutto questo al netto dei furbi e degli opportunisti, ma io non posso non dirvi – ripeto, sempre dal mio osservatorio privilegiato di chi guarda l’anima, si confronta con i sensi di colpa, accompagna le risalite dall’inferno – che non sono pochi gli uomini e le donne che anche grazie a questa legge – o forse soprattutto grazie a questa legge – hanno ripreso in mano le loro esistenze, si sono guardati dentro, hanno messo in discussione il loro passato di morte e hanno iniziato un nuovo percorso di vita. Ultimamente un prete che da anni segue uno degli autori delle stragi di trent’anni fa mi confidava che un giorno quel collaboratore di giustizia gli disse: “se io oggi sono un’altra persona lo devo a quella legge che mi ha concesso una nuova opportunità”.

Insomma, è quello che succede con i patrimoni che una volta confiscati vengono riutilizzati per giuste cause e per il bene comune: in tutti questi anni quante vite confiscate alle mafie, che un tempo erano segni visibili e riconoscibili di un potere mafioso, si sono trasformate, e oggi ci parlano del potere della vita; una vita alla quale se tu le offri nuove opportunità, si prende sempre una rivincita sulla legge della morte.

Io lo so che questo è un tema spinoso e complesso, e so anche che quando si parla di mafia e di mafiosi il terreno nel quale ci si muove non è mai bianco e nero ma è composto da una miriade di sfaccettature e di confini invisibili, penso però – tornando alle parole di don Tonino – che sta qui la differenza fra i segni del potere e il potere dei segni. Se le mafie per affermarsi hanno bisogno di porre segni che dicano della loro supremazia, lo Stato da parte sua – e quando parlo di Stato parlo di tutti noi, ognuno per la propria parte – deve avere sempre di più il coraggio di rispondere con la potenza di segni che dicano vita, e dicano una nuova vita non solo per le cose ma anche per le persone.

Se permettete, io non posso non attingere al pozzo inesauribile del Vangelo il mio non volermi rassegnare all’idea di una società che si debba costruire sulla logica di segni di morte che si contrappongono fra di loro come in una sorta di legge del taglione istituzionalizzata. Penso piuttosto che il grado di civiltà di una comunità democratica lo si misuri solo ed esclusivamente sulla capacità di costruire continuamente e per tutti percorsi di vita. Ecco perché ritengo che non ci sia sfida più affascinante che quella della confisca, perché per me, in questa ottica, confiscare non vuol dire solo “togliere” ma “trasformare” e far diventare vita ciò che fino a ieri voleva dire morte.

E se questo alla fine riguarda anche le persone allora vuol dire che questa battaglia la vinceremo noi.”

 

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