“Custodire la Luce”

Omelia nella Festa della Presentazione al Tempio di Gesù. Primo anniversario dell'ingresso in Diocesi.
02-02-2022

Sorelle e fratelli carissimi,

quella di oggi è una festa colma di luce, in cui il Cristo, bambino, viene presentato al tempio. La liturgia ci narra di quest’evento non come la semplice memoria di un adempimento religioso compiuto ma come l’ingresso nel tempio del Grande Sacerdote che ci libera dal peccato, dalla morte, dalla schiavitù. Il Bambino manifesta così il suo orientamento totale e amorevole al Padre e, quando avrà 12 anni, ai genitori, meravigliati di trovarlo nel tempio, dirà: ma non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio? Mi viene da chiedermi e da chiedervi: la nostra vita ha un orientamento o siamo disorientati? Se sei orientato a Dio, sei nella luce. Perché Dio è luce. Senza Gesù ci spegniamo e spegniamo ogni cosa. Con Lui ci illuminiamo e illuminiamo ogni cosa. Senza luce ci si smarrisce. Le cose, i volti, si smarriscono. I loro contorni, le loro identità precipitano nel buio. Così noi, senza la luce che è Cristo smarriamo noi stessi, non sappiamo più chi siamo e che cosa facciamo. Nella sua luce invece ritroviamo la nostra vera dignità, la nostra essenza. Se tu hai la luce dentro, e se hai un po’ di luce dentro lo si capisce, tu illumini tutto.

Esaminiamo per questo, oggi, il nostro orientamento. Non basta essere qui, è il tuo cuore che deve essere rivolto. Grazia sognata che il tuo cuore diventi come il cuore di Simeone e di Anna, che tu Cristo l’abbia preso nelle tue braccia. E il racconto di Luca, il racconto della presentazione del Signore al tempio, è ricco di allusioni e apre una infinità di fessure. Tutti ricordiamo la prima presentazione: a chi viene presentato nel suo ingresso al mondo? Viene presentato a dei pastori, gente scomunicata. Ora, Luca lo fa entrare in Gerusalemme, la grande città, e nel tempio. Ma che cosa ha di solenne questo ingresso di Gesù? Che cosa avremmo visto noi, se ci fossimo nascosti a spiare la scena in un angolo appartato e silenzioso del tempio? Avremmo visto un uomo e una donna portare un bambino, il loro bambino, uno come tanti, non annunciato, uno come lo portavano tutti. E non accadeva nulla nel tempio. O meglio, nulla nelle coreografie, nei riti canonici, nessun inceppo nella macchinosità delle liturgie. Via uno, ecco un altro. Ed ecco lui, ecco il bambino di Maria e Giuseppe. E via lui, ecco un altro. Il rito imperturbabile continuava, senza sussulti.

Penso alle nostre liturgie, che possono procedere solenni, vuote ormai di un’attesa, come una spenta routine. Quell’uomo e quella donna con il loro bambino passano inosservati. Gli uomini del tempio hanno occhi vuoti, vedono entrare il Messia, la gloria del loro popolo, la luce delle nazioni, e continuano imperterriti i loro riti, come se nulla accadesse. Che la salvezza fosse in braccio a una madre, in un bimbo senza parola, era cosa quasi incredibile in un mondo non è così diverso poi dal nostro. Il bambino taceva o forse solo piangeva. E gli occhi videro la salvezza. La solennità di questa presentazione e, starei per dire, la solennità di ogni vera presentazione del Signore, trova senso negli occhi, o, se volete, nell’anima, dei veri credenti e non negli apparati: siamo introdotti al volto di Simeone e di Anna, due volti veri, volti scavati dalla vecchiaia, ma veri, ancora capaci di attendere. Non si erano ancora arresi alla monotonia delle cose, alla tentazione di spegnere, alla sera, i sogni accesi al mattino, perché tanto – si dice – non cambia niente. Simeone non ha dato le dimissioni prima: “Ora”, dice. “Ora puoi lasciare, Signore, che il tuo servo vada in pace, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza”. E anche Anna non aveva lasciato prima. A ottantaquattro anni era ancora là, di giorno e di notte, tra quelli che attendevano la venuta del Redentore. Quanta luce nei loro occhi, in loro che non appartenevano alle gerarchie del tempio. Teneva in braccio il bambino, Simeone. Il vecchio e il bambino, gli estremi della vita, dentro la salvezza. Il vecchio salutava la salvezza in quel bimbo e benediceva Dio. Pensate quante cose gli occhi di quel vecchio avevano visto lungo il corso della sua lunga vita. Quegli stessi occhi, mossi da un cuore aperto allo Spirito, videro in quel giorno la salvezza. È una questione di occhi. Tutti vedono la stessa scena, gli stessi personaggi, c’è chi non vede oltre, non vede altro. C’è chi scopre oltre, chi scopre altro. “Beati i puri di cuore, vedranno Dio”. Simeone e Anna vedono Dio. Rappresentano tanta gente dalla fede semplice che, in tutti i popoli di tutti i tempi, vive con la fiducia riposta in Dio. Sono persone che non hanno nulla, solo la loro fede in Dio. Non pensano alla loro fortuna né al loro benessere. Aspettano solo da Dio la “consolazione” di cui ha bisogno il popolo, la “liberazione” che vanno cercando generazione dopo generazione, la “luce” che illumina le tenebre in cui vivono i popoli della terra. Ora sentono che le loro attese si compiono in Gesù. E lo sentono perché “mossi dallo Spirito”. È un’immagine che potrebbe interrogarci: “Da che cosa sono mosso?”. Ed è domanda che potrebbe svelare tante cose, anche della vita. Chiediti: “Da che cosa sono mosso? Cosa mi spinge a mettermi in cammino, ad attendere e cercare?”

Può sembrare strano che siano due vecchi a riconoscere in quel Bambino l’incarnazione di Dio, il suo volto d’Amore, ma la loro attesa era sorretta dalla grandezza dei loro sogni e la loro ricerca generata dal vento sempre giovane dello Spirito. Sogni e Spirito. Due cose che vanno insieme, come leggiamo nel libro del profeta Gioele: “Io effonderò il mio spirito/ sopra ogni uomo/ e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie/ i vostri anziani faranno sogni/ i vostri giovani avranno visioni”. (Gl 3,1). Spesso, purtroppo, si è presentata la religione come il contenimento del desiderio. No, al contrario, è la dilatazione del desiderio, è il posto della profezia, dei sogni, delle visioni. Se il desiderio è spento non c’è incontro vero né con Dio né con nessuno. Tocca a noi oggi riconoscere la luce di Gesù, come fa Simeone, e portarla ad ogni uomo e donna, come fa Anna. A ciascuno di noi. Attingi la luce e portala sino a far vibrare ogni volto. Portala. Questa festa era chiamata un tempo “candelora”. Per me rimane, ancora oggi, colmo di fascino il momento in cui ognuno nella celebrazione ha nelle mani una piccola candela e ci si passa l’un l’altro l’accensione e la chiesa diventa uno sciame di luci. Ci rimanga negli occhi questo passare di luci, non importa se piccole, fanno la bellezza del mondo. In fondo che cos’è la Chiesa, se non una comunità in cui la luce dell’amore, della fede, della speranza non viene trattenuta o nascosta ma condivisa, donata, mano a mano, attraverso i passaggi quotidiani della prossimità, del camminare l’uno accanto all’altro? E cos’è un presbiterio o una comunità religiosa, se non una fraternità capace di custodire la luce evangelica e di vegliare affinché mai si spenga la sua fiamma tra le mani e nei cuori della gente, dei fedeli, dei poveri, dei piccoli. Quando ero parroco e in questo giorno, oppure nella notte di Pasqua, c’era la processione con le candele, magari a qualcuno per un respiro più forte o uno spiffero di vento, la candela si spegneva. E c’era sempre qualcun’altro pronto ad offrire la sua di candela, condividendone la fiamma, affinché il cero spento riprendesse luce. A volte era un piccolo ministrante, altre una vecchietta, ma la qualità dello sguardo era data dall’attenzione, dall’attenzione agli altri. Ecco: che lo Spirito muova i nostri cuori e ci aiuti a sognare un futuro luminoso soprattutto per coloro che si sentono avvolti dalle tenebre; che ci doni l’attenzione vigile di chi, custode della luce, è attento a fare in modo che mai venga meno nella vita degli altri; che mai si spenga la fiamma di Cristo nel cuore di chi lo segue e di chi lo cerca, anche senza saperlo.

Che il tuo sacerdozio, che la tua consacrazione religiosa sia un custodire la luce che il Signore, con spreco di generosità, ripone nel tuo cuore e nelle tue mani! Che sia un continuo uscire da te stesso, volgendo lo sguardo alle mani e ai cuori degli altri, condividendo, moltiplicando, donando questa luce e illuminando il mondo! Ed è per questo che ti ringrazio per il dono del tuo sacerdozio, della tua consacrazione. Grazie per la tua vita spesa dietro a Colui che è la sorgente della luce e dietro il quale vediamo sempre la luce, anche in mezzo alle notti del nostro tempo! Viviamo un momento delicato in cui non è scontato pensare il futuro come ricostruzione, rinnovamento, in cui non è scontato rendersi conto che non sarà semplicemente un riprendere a fare le cose di prima. Sappiamo che le nostre comunità sono segnate dal disagio lavorativo, economico, sociale. È una sfida grande per la Chiesa, un tempo in cui fare esperienza nuova dell’amore di Dio che non viene meno e a cui rispondere concretamente oggi, con il nostro sì. Anche nel cammino pastorale c’è una trasformazione da operare, prima di tutto in termini di disponibilità al cambiamento, ad una conversione da vivere nella trasparenza delle scelte, nelle finalità condivise. Questo tempo ha fatto emergere con più evidenza tutte le problematiche pastorali, teologiche e spirituali con cui la Chiesa si confronta da decenni. Spesso sento ripetere: è tutta colpa della pandemia. La pandemia di colpe ne ha e tante, ma non diamo alla pandemia colpe che non ha. Chiediamoci insieme come proporre un nuovo incontro con il Vangelo, come aiutare a superare le rassegnazioni, a riconoscere i passi possibili insieme, a rinnovare il tessuto comunitario delle nostre parrocchie mettendo al centro la Parola di Dio e vivendo la bellezza dell’Eucarestia; lasciandoci guidare dalla Sua luce. I fedeli vanno cercati uno per uno, con discrezione, ma anche con delicatezza, premura, attenzione sincera. Abbiamo bisogno di riscoprire la bellezza delle relazioni all’interno delle nostre comunità.

Cari presbiteri, cari religiosi e religiose, mi rendo conto, come non mai, di quanto tutto questo sia faticoso e stancante e per questo, proprio oggi, vi invito a contemplare le “fatiche del Signore”. Anche il Signore si è affaticato, e in questa fatica trovano posto tante stanchezze della nostra gente. Ma trovano posto anche le nostre fatiche di presbiteri, di consacrati; la tua, la mia stanchezza: penso al tuo donarti quotidiano e al peso che a volte senti perché non c’è alcun riconoscimento o sostegno; penso, ancora, a quella stanchezza e allo scoraggiamento in rapporto alla missione. C’è poi il peso della strada percorsa che si fa sentire nelle gambe e soprattutto dentro al cuore… il peso degli incidenti di viaggio, il peso delle delusioni, delle incomprensioni, il peso dei fallimenti, il peso, a volte, di certe persone… il peso di un ambiente inadeguato, il peso dell’ingiustizia, dell’ipocrisia. Il peso della sfiducia. Tutto ciò e altro ancora, si accumula, e più che schiacciarti ti intorpidisce, ti appanna la vista, ti svuota della tua sostanza, ti prosciuga le energie. Ti ritrovi come spento. Ti fa male. E dentro, come un continuo tormento, tuonano parole: “Basta così. Non vale la pena. Non è il caso di insistere. C’è ancora un senso a tutto ciò? Non vale la pena lottare. Meglio mettersi tranquilli. Non ce la faccio. Si è scavato il vuoto attorno a me. E si è scavato il vuoto dentro di me.” E gridi dentro di te, ma, il più delle volte, è un grido silenzioso. Quante volte abbiamo vissuto questi momenti!?! E chissà quante altre volte li vivremo ancora… Allora, vai alla ricerca di un pozzo che possa placare e saziare la sete e la stanchezza; un pozzo magari da cui ripartire. Ma non sempre hai voglia di cercare quel pozzo. Dovrei essere io ad accorgermi di quel tuo momento, ma non sempre ci riesco. E per questo ti chiedo scusa. Causa di molta stanchezza è la fraternità ferita. È per questo che invito sempre alla comunione, a dare valore alla fraternità sacerdotale, sincera, leale, autentica. Per questo sono importanti i nostri incontri di fraternità. Ne abbiamo bisogno come il pane. Perché la fraternità vera è grazia. Lo so, il cammino è lungo. La comunione è un dono di Dio, e dobbiamo chiederla ogni giorno, ma credendoci. E come vorrei che ognuno di noi vivesse l’esperienza del Sinodo diocesano proprio come una risposta a questo bisogno di fraternità, a questa necessità di ricucire antiche ferite, di porre ponti concreti verso l’altro, fatti di dialogo, condivisione, intimità, perdono. Sinodalità infatti non è solo progettare insieme e compiere i medesimi passi ma è anche esercizio di fiducia, di quella fiducia che rende possibile, proprio nei momenti di maggiore stanchezza, il poggiarsi l’uno all’altro per riposare insieme nel cuore del Signore. Dobbiamo imparare ad ascoltarci, ad ascoltarci nel profondo, là dove le sterili etichette e i pregiudizi con cui guardiamo gli uni agli altri vengono superati per riscoprire che nel fondo del cuore di ciascuno abita la stessa sete di amore e il medesimo bisogno di amare: sete e bisogno che sono il segno del nostro essere plasmati da Dio!

E, insieme, come Chiesa sinodale, sarà più facile affrontare un’altra stanchezza particolare che mi preoccupa e mi provoca: la stanchezza della speranza. Quella stanchezza che nasce quando – come nel Vangelo – il sole batte così forte da non permetterci di avanzare nel cammino; le ore sembrano interminabili e gli occhi non riescono a vedere aldilà di quel tratto di strada cocente e desolata. E ci sembra che ogni passo, ogni pensiero, ogni possibile speranza sia inutile. È quella stanchezza che viviamo quando la realtà ci sembra troppo dura da affrontare e mette in dubbio le nostre forze. È una stanchezza paralizzante che immobilizza, consuma dentro. Viene fuori dal guardare avanti e non sapere come reagire di fronte all’intensità e all’incertezza dei cambiamenti che la nostra società sta attraversando. E affiora un dubbio terribile, un dubbio atroce scava dentro di noi togliendoci il respiro: “ti sei fidato di Lui e adesso ti ha abbandonato, non è più accanto a te. Non ti rendi conto che sei rimasto solo? Non ti accorgi che ciò in cui credi non interessa più a nessuno?” E quel sospetto, quel dubbio, si trasforma in disagio; un disagio che non ci permette più di riconoscere la prova, ogni prova, come grazia.

Io credo che uno dei peccati peggiori contro gli altri, contro se stessi, contro Dio sia pensare che il Signore e le nostre comunità non hanno più nulla da dire e da dare a questo tempo. Le fatiche del viaggio arrivano e si fanno sentire. Ci sono, e non possiamo negarle. Ma, ti prego, lascia il cuore aperto al sogno di Dio! Sogna un presente diverso possibile, un futuro di amore, riempito dalla compagnia di Dio e dei fratelli. E attendi, con una pazienza incrollabile, prima di ogni decisione, di ogni scelta, senza rassegnazione. Verrà lo Spirito, esaudirà il sogno e muoverà i nostri passi come mosse quelli di Simeone e di Anna, i cui occhi erano assetati di salvezza ma anche plasmati dalla speranza. Anche noi, come loro, apriamo la porta della nostra stanca speranza per tornare senza paura al tempo sorgivo del primo amore, quando Gesù è passato per la nostra strada, ci ha guardato con generosità, ci ha chiesto di seguirlo. Continuiamo a dar credito con fiducia al suo amore che, come è stato ieri, sarà domani! Il Signore è fedele, sempre! La sua fedeltà è la nostra roccia. La speranza stanca potrà guarire ritornando al luogo del primo amore e riuscirà ad incontrare, ad incrociare, nelle periferie e nelle sfide di oggi, lo sguardo del Cristo che continua a cercarci, a chiamarci e ci invita a prendere il largo. Si, continua a cercarci. A chiamarci. Ad invitarci a prendere il largo. Oggi. Unico Signore della nostra vita.

+ Don Mimmo Battaglia

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