“Sorelle e fratelli miei, buon giorno e buona festa.
Vi confesso che oggi, davanti a questo cielo splendido di agosto, sento un forte contrasto nel cuore. Festeggiamo Maria Assunta in cielo, la terra che tocca il paradiso, la bellezza della nostra carne che viene glorificata in Dio. Eppure, basta abbassare lo sguardo, basta aprire un giornale o guardarsi intorno nelle nostre città e nelle nostre periferie, per accorgersi che la terra su cui camminiamo sanguina. È rigata dalle lacrime delle guerre, dalle macerie di conflitti che non sembrano finire mai, dalla violenza silenziosa che logora le nostre famiglie, dal cinismo che spegne la speranza dei nostri giovani.
Davanti a tutto questo, il rischio più grande è vivere questa festa come un’anestesia. Pensare a Maria che sale in cielo come a una fuga da questo mondo ferito, come se lei avesse voluto voltarsi dall’altra parte per non vedere il nostro dramma. Ma non è così. Maria non scappa. Maria sale in cielo portando con sé le stimmate della terra, i dolori di ogni madre, le attese di ogni povero. L’Assunzione non è una separazione: è il sigillo di Dio su una vita che ha saputo farsi grembo di pace.
La prima lettura di oggi, tratta dal libro dell’Apocalisse, ci spalanca davanti una visione potente, drammatica, straordinariamente attuale. Ci parla di un grande segno nel cielo: «Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle». È l’immagine della Chiesa, è l’immagine di Maria. È l’immagine dell’umanità come Dio l’ha pensata: luminosa, regale, rivestita della luce stessa del Creatore.
Ma questa donna non si trova in una bolla protetta. Questa donna grida per le doglie del parto, è nel travaglio del dare alla luce la vita. La bellezza, nella Scrittura, non è mai una questione estetica, pacifica o immobile. La bellezza di questa Donna è una bellezza che lotta, che soffre, che genera la vita nel dolore.
E davanti a lei, ecco apparire l’altro segno: un enorme drago rosso. Ha sette teste, dieci corna, una forza spaventosa. È l’immagine del male strutturato, dell’arroganza del potere, delle logiche di morte che pretendono di dominare la storia. Il drago si pone davanti alla donna per divorare il bambino appena nato. È la scena che si ripete ogni giorno sotto i nostri occhi: la ferocia che vuole divorare l’innocenza, la logica delle armi che vuole soffocare sul nascere ogni germoglio di pace, l’economia che uccide e che sacrifica la carne dei poveri sull’altare del profitto e del potere.
Sorelle e fratelli, diamo un nome a questo drago oggi. Il drago ha il volto della guerra, della follia bellica che distrugge popoli interi e ruba il futuro ai bambini. Il drago ha il volto dell’indifferenza, di chi vede il fratello affogare nel mare o morire di fame e si gira dall’altra parte. Il drago ha il volto della camorra, dell’illegalità, dello spaccio che divora le vite dei nostri ragazzi nelle nostre strade. Il drago è tutto ciò che calpesta la dignità umana, che semina divisione, che dice che la pace è un’utopia per ingenui.
Ma guardate la meraviglia di questa pagina biblica. Il drago è enorme, fa paura, fa rumore con le sue sette teste. Eppure, non vince. Il bambino viene rapito verso Dio, la donna trova rifugio nel deserto, dove Dio le ha preparato un posto.
Cosa ci dice questo? Ci dice che il male, per quanto possa sembrare onnipotente, ha il fiato corto. Il drago ha le ore contate. La violenza non ha l’ultima parola sulla storia. La Donna vestita di sole, Maria, assunta nella gloria del cielo con il suo corpo, è la prova che il Drago ha già perso. La forza più grande del mondo non è il fuoco del drago, non sono i missili, non sono le bombe, non è la violenza del più forte. La forza più grande è l’amore disarmato, la fedeltà alla vita, la capacità di resistere custodendo la speranza.
E come ha lottato Maria contro il drago nella sua vita terrena? Non ha usato spade, non ha cercato alleanze con i potenti del suo tempo. Ha lottato cantando. Ha lottato profetizzando un mondo nuovo attraverso le parole del Magnificat, che abbiamo ascoltato nel Vangelo.
Il Magnificat non è una nenia spirituale per rassicurarci. È il manifesto di una terra capovolta. Ascoltate bene le sue parole, lasciate che vi graffino l’anima: Dio «ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi… ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote».
Questa è la vera pace, carissimi. La pace di Dio non è una tregua firmata sotto la minaccia delle armi. Non è il silenzio dei cimiteri. La pace di Dio si chiama giustizia, si chiama condivisione, si chiama fraternità. Maria ci dice che la pace comincia quando i troni dell’orgoglio umano vengono rovesciati: il trono dell’egoismo, il trono del razzismo, dell’indifferenza, di ogni violenza, il trono di chi si crede padrone della vita degli altri.
Se vogliamo essere figli di questa Donna vestita di sole, non possiamo scendere a patti con il drago dell’ingiustizia. Non possiamo rassegnarci all’idea che il mondo debba andare per forza così.
Celebrare l’Assunzione significa fare nostra la stessa fretta di Maria.
Il Vangelo ci dice che lei «si alzò e andò in fretta» verso la regione montuosa, per andare a servire l’anziana cugina Elisabetta. La pace non è un’attesa passiva, è un cammino. È la fretta di chi si alza dalle proprie comodità, esce dalle proprie paure e va verso il fratello ferito, verso chi è scartato, verso chi grida nel silenzio.
Oggi, guardando Maria nella gloria del cielo, noi celebriamo il destino della nostra carne. Maria in cielo, con il suo corpo di donna, ci dice che ogni vita umana è sacra. Ci dice che ogni corpo martoriato dalle bombe in terra santa, in Ucraina, in Africa, in ogni angolo dimenticato del mondo, appartiene a Dio e grida giustizia. E ci dice che ogni carne abusata, ogni povero che muore di freddo o di abbandono, ha un destino di gloria eterna.
Sorelle e fratelli, il drago fa paura, fa tanto rumore, ma la Donna vestita di sole brilla più forte. La pace non è un sogno sbiadito, è l’unica realtà che rimarrà per sempre, perché Dio è pace.
Ma questa pace ora ha bisogno delle nostre mani. Ha bisogno dei nostri occhi capaci di piangere con chi piange e di sorridere a chi è disperato, imparando a stare accanto, ad accompagnare, ad esserci. Ha bisogno delle nostre parole che costruiscono ponti invece di innalzare muri. Ciascuno di noi, nel proprio piccolo, è chiamato a essere un cantiere di pace, scegliendo sempre la via dell’onestà e dell’accoglienza.
Il drago è il male che vorrebbe spegnere la luce dentro di noi. È questo scialo di morte nel mondo. La morte che è nel vitello d’oro del denaro. L’onestà umiliata e derisa. La peggior sventura di una società è quando la gente comincia a pensare che essere onesti sia inutile. L’onestà inutile è la fine di una società. Siamo chiamati ad opporci al drago. A reagire con le armi della luce. E con le armi della fiducia.
Questa grande festa mariana, mette in risalto proprio il lottare contro il male e la morte, e mette in primo piano anche il tema della dignità di ogni donna, così spesso violata e umiliata in questo nostro mondo dalle passioni tristi. La violenza contro le donne è un tema di ogni giorno. E ha tanti volti: dalla violenza psicologica, a quella economica, alla aggressioni fisiche, fino al femminicidio, alla schiavitù, alla tratta, allo sfruttamento sessuale. Nessuna giustificazione per chi chiude gli occhi, o si volta dall’altra parte.
Il drago del male porta avanti la sua guerra infinita contro l’umano. Sta a noi, opporci a questo scialo di morte nel mondo, opporci al male, ad ogni male, opporci a chi insegna a odiare, a chi bestemmia l’amore. Dio combatte per far fiorire il mondo. Ogni mattina. Mettiamoci dalla sua parte, con combattiva tenerezza. Dalla parte del Magnificat. Come scegliere? scegliete sempre l’umano contro il disumano, l’amore contro il disamore, la solidarietà contro l’interesse particolare.
Festa della speranza oggi. Per il mondo e anche per la nostra storia personale, che non finirà nel nulla, o in una terra senza volti, ma in una dimora abitata dalla bellezza di volti, di corpi e di cuori, con tutto lo splendore dell’umano. Nel vangelo di oggi profetizzano per prime le donne, due madri, gravide di vita nuova. E nel loro abbraccio respiriamo un’atmosfera che sa di vita e di futuro, sono l’emblema della speranza. “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!” Elisabetta rilancia la prima benedizione di Dio, la estende su ogni donna, su ogni grembo di donna e ogni frutto. Noi siamo benedetti, dal principio benedetti, in ogni debolezza benedetti. Per sempre benedetti.
L’anima mia magnifica il Signore! Da dove nasce il canto di Maria? Lei ha sentito Dio entrare nella storia attraverso il miracolo umile e strepitoso della vita: Maria canta perché ha capito Dio, canta per noi la notizia di un Dio innamorato, che lotta per far fiorire il mondo.
Siamo umanità dolente, ma incamminata; umanità ferita, caduta, eppure incamminata; umanità che ben conosce il tradimento, ma che non si arrende, che ama con la stessa intensità il cielo e la terra. Proprio nella nostra umana miseria, nell’esperienza che quotidianamente facciamo della nostra fallibilità, possiamo avere una sola certezza: Dio c’è, e ci sarà sempre, fedele alla sua promessa di amore e misericordia. Dio c’è al cuore delle sofferenze dell’umanità. Dio c’è in mezzo agli affamati, alle vittime dei soprusi dei potenti e dei superbi di questo mondo. Dio c’è e si serve della nostra piccolezza per continuare ad annunciare la sua misericordia perché nella nostra debolezza sta la sua forza.
E l’esultanza del magnificat nasce da qui, dal vangelo della vita: Dio viene come vita. Usciamo da questa celebrazione con il cuore pieno di luce. Guardiamo il cielo, respiriamo la bellezza di questa festa, ma teniamo i piedi ben nella storia per trasformarla in giardino.
Chiediamo a Maria, la Donna vestita di sole, la Regina della Pace Assunta in cielo, di prenderci per mano. Chiediamole di donarci il suo coraggio per non spaventarci davanti alle minacce del drago, e di contagiarci con la sua stessa fretta di amare, per far fiorire finalmente la pace su questa nostra terra benedetta e ferita.“

