“LEGALITÀ, SOLIDARIETÀ: GIUSTIZIA”

Prolusione all'apertura dell'anno accademico della PFTIM alla presenza del Presidente della Repubblica
27-11-2025

“Signor Presidente della Repubblica,

Eccellentissimi Confratelli Vescovi,

Reverendo Preside, Reverendi Decani,

autorità civili,

care docenti e cari docenti, care studentesse e cari studenti, amiche e amici,

questa sera non stiamo inaugurando un Anno Accademico.

Stiamo staccando la sicura.

Da fuori sembra una cerimonia: saluti, sigle, fascia tricolore, qualche foto.

Ma se si tende l’orecchio, sotto il protocollo si sente un’altra cosa: come il rumore di un cantiere che comincia. Martelli sulla realtà. Chiodi piantati nella carne viva del Paese. Polvere nell’aria.

Il titolo che abbiamo scelto – «Legalità, solidarietà: giustizia» – non è uno slogan. È un interruttore. Se lo abbassi, la sala si spegne. Se lo alzi, ti accorgi che la luce che entra non è gentile: è quella cruda delle

ferite aperte.

Guardate le parole.

C’è una virgola, poi i due punti. Non è un caso. Non lo è mai.

La virgola è un respiro trattenuto: legalità, solidarietà.

Come due soldati in attesa dell’ordine, in piedi, sull’attenti, con lo zaino in spalla.

I due punti, invece, sono una porta spalancata: giustizia.

Come se le prime due parole avessero bisogno di qualcosa che le giudichi, le superi, le metta alla prova.

Stasera, io vorrei passare da lì: da quella virgola esitante ai due punti che non concedono scampo.

Perché il mondo fuori da quest’aula non è neutrale. E neppure noi lo siamo, anche quando fingiamo di esserlo.

Fuori da qui la storia, in questo momento, ha il suono delle sirene e il colore della polvere.

In Ucraina le finestre vibrano non per il passaggio dei treni, ma per le esplosioni. Ogni bambino sa

distinguere, a orecchio, il rumore di un missile da quello del temporale. A Gaza le case non crollano

nei documentari: cadono adesso, mentre parliamo, e portano con sé cucine apparecchiate, quaderni aperti, fotografie appese con lo scotch.

Nel Sahel, in zone dell’Africa che sulle mappe dei telegiornali sono tornate bianche, le persone scompaiono tra guerre dimenticate e cambiamenti climatici che non abbiamo voluto vedere. Lì la parola “crisi umanitaria” ha smesso da tempo di essere notizia: è passata di moda.

E il Mediterraneo, quel mare che ci ostiniamo a chiamare “nostro”, continua a fare un mestiere sporco: non solo culla di civiltà, ma cimitero liquido. Un cimitero senza tombe, senza nomi, senza data di nascita e di morte. Solo numeri, coordinate, statistiche.

Noi tutto questo lo sappiamo. E lo rimuoviamo con la stessa velocità con cui scorriamo il dito sullo schermo. Venti secondi di indignazione, poi un video di gattini, una pubblicità, un meme.

Ma la teologia – se è teologia – non ha il diritto di scorrere. È chiamata a fermarsi. A guardare. A ricordare. A essere memoria ostinata delle vittime.

Altrimenti diventa un lusso: una musica di sottofondo per chi ha già tutto.

E mentre il mondo brucia, l’Italia non è esente. Non lo è Napoli. Non lo è questo Sud che potrebbe essere laboratorio di futuro e invece troppo spesso è laboratorio di ingiustizia sperimentata, raffinata, normalizzata.

Qui la parola legalità è stata per anni un tabù, una parola da convegno, da striscione, da corteo scolastico.

Nel frattempo, le organizzazioni criminali si sedevano ai tavoli buoni, firmavano contratti, erogavano “servizi”, distribuivano lavoro, regole, perfino una forma di welfare parallelo. Hanno imparato a travestirsi da sistema, da normalità. Non più solo pistole, ma penne. Non più solo minacce, ma sorrisi.

La dottrina sociale della Chiesa, quando parla di strutture di peccato, parla esattamente di questo: male che non ha più solo il volto del singolo, ma si incarna in circuiti, consuetudini, linguaggi. È il “così fan tutti” che diventa legge non scritta. È il “è sempre andata così” che diventa giustificazione universale.

Allora, diciamolo con chiarezza:

la legalità non è ossessione da magistrati, non è fissazione da professori, non è mania da prefetti.

La legalità è la grammatica minima del vivere insieme.

È il coraggio di dire che la legge non appartiene ai furbi, ma ai fragili. Non è recinzione dei forti, è protezione dei deboli.

Ma non basta fare l’elogio della legalità. Sarebbe troppo comodo.

Perché anche la legge può essere ingiusta. Sappiamo bene che ci sono pagine di codici che hanno umiliato la dignità della persona, spesso nel silenzio assordante delle istituzioni e, talvolta, anche delle Chiese.

Per questo la tradizione cristiana, quando parla di legalità, non si inginocchia davanti a ogni norma. Sa che l’ultima parola spetta alla coscienza.

E sa che ci sono momenti in cui la fedeltà a Dio chiede la disobbedienza alle leggi degli uomini.

Non basta “rispettare la legge” per essere dalla parte giusta della storia.

Si può violare la giustizia rispettando ogni comma.

Si può essere perfettamente in regola e profondamente ingiusti.

Però c’è un’altra parola, dopo la virgola: solidarietà.

L’abbiamo addomesticata. L’abbiamo ridotta a scatola con il logo, a foto sul giornale, a evento benefico di Natale.

Solidarietà è diventata la parola buona per lavarsi la coscienza. Si fa una colletta, si organizza un concerto, si raccolgono coperte: il tutto, possibilmente, documentato con cura sui social.

Ma la dottrina sociale della Chiesa da tempo ci ha spostato l’asse:

la solidarietà non è emozione stagionale, è principio strutturale.

Non è un “di più”, è l’ossatura di una società giusta.

Quando parliamo di disuguaglianze, non stiamo parlando di grafici. Stiamo parlando di persone che lavorano a tempo pieno e rimangono povere. Di ragazzi che nascono in quartieri che non sono periferie: sono condanne. Dove la scuola è stanca, il lavoro è nero, la sanità è lontana, lo Stato è un ricordo sbiadito.

Solidarietà, allora, non è solo la mano che si tende.

È la politica che si fa carico.

È l’economia che si lascia giudicare.

È la cultura che smette di raccontare la favola che “se vuoi, ce la fai”, come se la partenza non contasse nulla, come se non esistessero pendenze verticali, muri invisibili, porte chiuse.

Esiste una solidarietà da selfie, e va smascherata.

Esiste una solidarietà che non tocca i privilegi, e va convertita. Esiste una solidarietà che regala spiccioli e difende patrimoni, e va denunciata.

Il Vangelo non conosce questo trucco.

Quando Gesù dice: «Ero straniero e mi avete accolto», non sta parlando di una campagna di sensibilizzazione, ma di vita quotidiana, incrociata, mescolata, complicata.

L’accoglienza vera costa: tempo, spazio, conflitti, correzioni, fatica.

E la solidarietà che non costa niente, quasi sempre, non vale niente.

E poi i due punti.

E dopo i due punti, la parola che tiene insieme tutto e tutto rovescia: giustizia.

I profeti ce lo ricordano: la giustizia non è un tribunale astratto, non è una bilancia perfetta disegnata nei codici. È il modo concreto con cui un popolo decide chi conta e chi no, chi può alzare la voce e chi deve tacere, chi ha diritto a un futuro e chi può essere sacrificato.

Quando la Scrittura parla della giustizia di Dio, parla di un Dio che prende posizione. Non è neutrale.

Si schiera. Con la vedova, con l’orfano, con lo straniero, con il povero. Guarda la storia dal bordo, dalla periferia, dal basso.

Se vogliamo essere sinceri, questo è lo scandalo: noi continuiamo a immaginare Dio in alto, sopra, lontano. La Scrittura ce lo restituisce sistematicamente in basso, sotto, vicino. In ginocchio accanto a chi è per terra.

E allora siamo onesti:

una Chiesa neutrale è una Chiesa infedele al proprio Dio.

Una Chiesa che tace di fronte alla corruzione, alla violenza, alla discriminazione, alla tortura, alle guerre spacciate per “operazioni speciali”, alle frontiere che diventano trappole mortali, non è prudente: è complice.

Una teologia che osserva tutto questo con il distacco dello studioso non è neutra: è schierata dalla parte dello status quo.

Giustizia, oggi, vuol dire avere il coraggio di nominarlo:

ci sono sistemi economici che uccidono, politiche migratorie che uccidono, comportamenti individuali che uccidono. E non solo il corpo. Uccidono speranze, parole, possibilità. Uccidono la fiducia, che è la linfa di ogni democrazia.

E noi, qui, questa sera, chi siamo in tutto questo?

Una Facoltà teologica. Nel Sud d’Italia. A Napoli. Potremmo pensare di essere un dettaglio marginale.

Io credo, invece, che qui si giochi una partita seria. Perché teologia, in questi tempi, dovrebbe voler dire una cosa molto concreta: pensare Dio con le ferite del mondo sul tavolo.

Non in un angolo. Non in un paragrafo finale intitolato “attualizzazioni pastorali”.

Sul tavolo. Al centro. Accanto alla Bibbia, ai Padri, ai testi del Concilio, alle grandi encicliche sociali.

Una cristologia che non venga attraversata dalle croci della storia diventa retorica.

Una ecclesiologia che non ascolti i silenzi delle comunità ferite diventa esercizio di stile.

Una morale sociale che non si misuri con l’evasione fiscale “normale”, con la corruzione “scontata”, con il razzismo “ironico”, con il maschilismo “tradizionale”, con il populismo “di pancia”, è teoria innocua.

E noi non possiamo permetterci teorie innocue.

Il Vangelo non è stato dato alla Chiesa per tranquillizzare i benpensanti, ma per disarmare le ingiustizie.

Qui entra in gioco la responsabilità di questa casa.

A voi docenti voglio parlare con franchezza.

Avete in mano uno strumento esplosivo: la parola.

Ogni concetto che spiegate, ogni testo che commentate, ogni esame che preparate, può diventare tranquillante o detonatore.

Vi chiedo di non addomesticare la dottrina sociale della Chiesa.

Non relegatela a corso opzionale, non trattatela come allegato, come appendice, come “extra” per i pochi interessati. Fatene un orizzonte, una lingua, un sottofondo che attraversa i trattati: Dio, Cristo, Chiesa, sacramenti, morale, tutto.

Ogni sacramento ha un volto sociale.

Ogni pagina di teologia ha una conseguenza politica.

Ogni definizione suona, là fuori, nella vita concreta delle persone.

Quando spiegate cosa sia la coscienza, pensate alle obiezioni coraggiose e a quelle comode.

Quando parlate di libertà religiosa, pensate alle Chiese perseguitate e anche alle Chiese che perseguitano.

Quando affrontate il tema del peccato, non dimenticate i peccati delle strutture, non solo degli individui.

A voi studenti, studentesse, vorrei dire solo questo:

non siate spettatori.

Non vivete questi anni come parcheggio in attesa della “vera vita”.

Lasciate entrare qui dentro i volti che avete incontrato: quello del detenuto che avete guardato negli occhi la prima volta, quello della donna sfruttata, quello del senzatetto steso davanti alla vostra parrocchia, quello del ragazzo straniero seduto in fondo all’aula che capisce la metà delle parole.

Portate in esame anche le notizie che vi hanno tolto il sonno. Portate qui la vostra rabbia, il vostro disincanto, la vostra stanchezza. Dio non ha paura delle vostre domande. La teologia nemmeno, se è all’altezza del suo nome.

E adesso lasciatemi usare un’immagine.

Napoli, in fondo, è una grande strada.

Una strada dove le cose non succedono “in teoria”, succedono per davvero.

Dove la legalità e l’illegalità camminano fianco a fianco, spesso sulla stessa corsia.

Dove la solidarietà si vede nei piatti di pasta condivisi, ma anche nei silenzi che coprono gli affari sporchi.

Dove la giustizia non è un concetto astratto, è la differenza tra chi torna a casa la sera e chi no.

Immaginiamo la società come una strada così.

La legalità sono i segnali: i limiti di velocità, le strisce pedonali, i semafori. Piccoli, fastidiosi, apparentemente inutili. Eppure, se spariscono, la strada si trasforma in pista di scontro.

La solidarietà è il gesto che nessun codice prescrive: rallentare perché un anziano attraversi, fermarsi quando qualcuno è caduto, caricare in macchina chi è rimasto a piedi sotto la pioggia.

La giustizia è la decisione di non accettare che esistano corsie di serie A e di serie B, marciapiedi per privilegiati e fossi per gli altri. È rifiutare l’idea che qualcuno valga meno solo perché è arrivato tardi, è nato altrove, ha sbagliato una volta.

Ora allargate l’immagine:

il mondo intero è una strada planetaria.

La percorrono convogli di armi e convogli di aiuti umanitari.

La attraversano influencer e profughi, manager e contadini, generali e infermieri.

Su questa strada si affacciano le nostre case, le nostre scuole, le nostre parrocchie, le nostre facoltà.

La domanda è semplice, brutale, inevitabile:

che lingua vogliamo insegnare a chi camminerà dopo di noi?

La lingua della paura o quella della fraternità?

La grammatica della rassegnazione o quella dell’indignazione?

L’alfabeto cinico del “salvami la vita e il resto non mi riguarda” o quello scomodo del “nessuno si salva da solo”?

Questo anno accademico che si apre può essere molte cose.

Può essere uno dei tanti, con le sue lezioni, le sue sessioni d’esame, le sue tesi rilegati in blu.

Oppure può essere – anche solo un po’ – un anno in cui questa Facoltà decide di non limitarsi a parlare di legalità, solidarietà, giustizia, ma di iniziare a parlarle con la propria vita, la propria organizzazione, le proprie scelte.

Un anno in cui la teologia, almeno qui, nel nostro piccolo, smette di camminare sul marciapiede e scende in strada.

Con tutte le cautele, certo. Ma senza più l’alibi della neutralità.

Perché una cosa, almeno, deve essere chiara:

la neutralità, oggi, non è più un’opzione innocente.

Davanti alle guerre, alle migrazioni, alle povertà strutturali, alle disuguaglianze crescenti, alle violenze di genere, alle democrazie svuotate, una teologia neutrale non è super partes: è dalla parte di chi vince sempre. Allora, nel nome del Vangelo che annunciamo, abbiamo il dovere di essere un po’ meno prudenti e un po’ più profetici. Più liberi. Più veri. Più esposti.

Affidiamo questo coraggio al Dio che rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili, che ricolma di beni gli affamati e rimanda a mani vuote i ricchi. Al Dio che chiamiamo Padre e che sogna per i suoi figli non l’obbedienza impaurita, ma la libertà dei giusti.

Che «legalità, solidarietà: giustizia» non rimanga il titolo elegante di una prolusione, ma diventi, giorno dopo giorno, lingua madre di questa casa, delle nostre comunità, delle nostre città.

Così sia.

E grazie.”

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