“Sorelle e fratelli carissimi,
anzitutto permettetemi di dirvi grazie per il vostro essere qui, nella nostra città partenopea, in questa
chiesa cattedrale per lodare il Signore insieme al popolo di Dio che è in Napoli! Grazie, di cuore grazie,
per aver scelto di abitare in questi giorni la nostra terra, con la vostra presenza e con il desiderio sincero di
mettervi in ascolto dello Spirito sempre operante nella Liturgia e nella vita del mondo. Grazie per aver
scelto Napoli non solo come luogo fisico, ma come grembo di storia, di fede popolare, di contraddizioni
e di bellezza, come cattedra viva da cui lasciarci interrogare e dalla cui fede genuina e fresca lasciarsi
contaminare.
Un grazie particolare al Cardinale Parolin, per la sua presenza, per quanto ci condividerà nel suo
intervento e anche per il suo impegno costante nel tessere trame di pace in un mondo abitato da troppi
devastanti conflitti. Grazie anche ai fratelli Vescovi che hanno voluto essere qui quest’oggi per avviare in
comunione con tutti voi le riflessioni e i lavori di questa assemblea. Grazie a tutti i fratelli presbiteri, ai
religiosi/e, ai diaconi, ai seminaristi, ad ognuna e ognuno di voi.
Sorelle e fratelli, siamo qui, insieme, come pellegrini di speranza, convocati da un’unica Parola, e
radunati attorno a un’unica mensa. In questi giorni, cammineremo fianco a fianco, come discepoli sulla
strada di Emmaus, lasciando che il Risorto ci apra il senso delle Scritture e ci arda il cuore. Che questo
tempo sia per tutti noi occasione di rinnovata conversione e di profondo ascolto. Che la luce che in questi
giorni si accenderà nei nostri cuori non resti chiusa tra queste mura, ma possa riflettersi nelle nostre
comunità, nei nostri territori, nei nostri gesti quotidiani di amore, nella nostra capacità di silenzio e
contemplazione. Si, il silenzio. Quanto è importante il silenzio, quel silenzio che come un varco misterioso
si apre ogni volta che come popolo di Dio ci raduniamo, ogni volta che celebriamo, ogni volta che il tempo
dell’uomo si lascia attraversare dalla bellezza dell’Eterno. Una bellezza che resta dentro, che trasforma il
cuore, che si traduce in gesti interiori ed esteriori capaci di dar vigore alla speranza. Quella vera. Quella
che non delude. Si, se oggi siamo qui, nel cuore di questo giubileo della Speranza, è proprio perché
crediamo che anche la Liturgia è e può esser sempre più culla di speranza! E questo perché la Liturgia non
è un orpello antico, non roba da iniziati, non è un rito freddo. Anzi, è un incendio. È la memoria viva di
un Amore che ha attraversato la morte, che l’ha vinta, e che ogni giorno continua a risorgere nei frammenti
della nostra vita. Si, la Liturgia, è il grembo in cui si genera la fede, la mensa su cui si nutre la carità, la casa
dove abita la speranza. Una speranza che non si compra, non si fabbrica, ma si riceve come dono, come
respiro, come promessa fedele.
E questa speranza ha un volto. Ha il volto del Crocifisso Risorto. E ha anche il volto di chi, come
S. Gennaro, ha testimoniato fino alla fine che l’amore è più forte della violenza, che la mitezza è più ostinata
del potere, che il sangue versato in nome di Cristo è seme e non la fine. Napoli lo sa. Napoli lo porta nel
cuore, nel grembo, nel petto. Perché il sangue del suo vescovo non è solo reliquia, ma parola che continua
a parlare, che continua a scuotere, che chiede ancora oggi: “Per chi dai la vita? Per cosa sei disposto a
sanguinare?”.
Il vescovo e martire Gennaro ci insegna che esiste anche una Liturgia del corpo che si spezza e del
sangue che si dona. Pur avendo poche notizie della sua vita, possiamo davvero immaginare che seppur in
modo e forma diverse dal nostro tempo, Gennaro abbia vissuto la mensa eucaristica e la preghiera come
una vera Liturgia della vita, in cui ogni gesto era offerta, ogni respiro sacrificio, ogni giorno una comunione.
Come ricorda il Concilio Vaticano II: “La Liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e,
insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù” (Sacrosanctum Concilium, 10). Da quella fonte,
Gennaro ha attinto la forza per la sua testimonianza. Non ha separato il culto dalla vita, ma ha fatto della
sua vita un culto. Il martirio non è stato un’improvvisazione eroica – non lo è mai -, ma il compimento
naturale di una esistenza fatta dono. In lui, la preghiera si è fatta sangue, la fede si è fatta carne, l’amore si
è fatto dono, resistendo al male, all’insignificanza, alla disperazione di un potere che può uccidere il corpo
ma non può nulla sul cuore, sull’anima.
Vedete, in questo tempo così materialista e individualista, davvero la Liturgia ci insegna l’arte del
saper sostare e al contempo quella di imparare a resistere alla tentazione della rassegnazione disperata. Ce
lo insegnano i fratelli e sorelle che celebrano e pregano tra le macerie di Gaza, come quelli che cantano tra
le sirene assordanti che avvolgono il cielo e i monasteri delle città ucraine e di tutti i paesi devastati dalla
guerra. Per tutti loro, come per noi, la Liturgia, l’assemblea celebrante, è la fonte a cui attingere per resistere
alla disperazione, per alimentare e custodire la certezza che anche nell’ora più oscura, Dio non si è ritirato.
Che nel buio di ogni Venerdì Santo, c’è già la luce della Pasqua e che per questo, seppur tra tante
preoccupazioni, possiamo celebrare il Risorto, il cui dono di pace avrà l’ultima parola sulla nostra vita e
sulla vita del mondo. In questo senso amiche e amici, la Liturgia è fonte di pace interiore, ed è sosta
necessaria per alimentare la pace nel mondo e cambiare tutto ciò che in questa società non rispetta la
sacralità dell’uomo e del creato.
E allora, in questa 75ª Settimana Liturgica Nazionale, dobbiamo ancora più riflettere sulla Liturgia
come occasione per rifornirci di speranza, e per imparare a condividerla con tutti, soprattutto con coloro
che fanno fatica a ritrovarla. Si, con tutti coloro che sono feriti dalla vita, con i poveri, gli scartati, gli ultimi,
perché se non facciamo questo vuol dire abbiamo celebrato invano, che non abbiamo compreso il senso
del Pane spezzato e del Calice versato. Perché, come spesso amo ripetere alla mia gente, il vero prodigio
non è solo il sangue che si scioglie in una teca, ma il cuore che si scioglie nell’amore. Il vero miracolo è
una Chiesa che ogni giorno si fa Eucaristia per il mondo, che sa alzarsi da tavola come il Maestro e chinarsi
sui piedi feriti della storia.
E allora il mio augurio è che ognuno di noi, lasciando Napoli, al termine di questa esperienza possa tornare
in ogni parrocchia, in ogni comunità, in ogni angolo di questa nostra Italia spesso confusa e affaticata, per
celebrare non come chi assiste, ma come chi partecipa pienamente al mistero di speranza che è la Pasqua
di Cristo!
Sorelle e fratelli, la Liturgia non è un alienante rifugio dalla realtà, ma è scuola di realtà. È lì che
impariamo a sperare non per illuderci, ma per costruire. Non per dimenticare, ma per ricordare che la
storia ha ancora un senso. Che la vita ha un destino. Che il dolore non è l’ultima parola. Che ogni uomo è
atteso, ogni donna è accolta, ogni ferita può guarire.
Abbiamo bisogno come non mai della Liturgia, di una Liturgia che ridesti la speranza assopita, che
la distribuisce come pane buono in ogni angolo della vita. Una Liturgia che infonde coraggio, che consola
senza addormentare, che forma cuori capaci di restare fedeli nel dolore, di custodire la gioia nel tempo, di
ricominciare ogni giorno. Questo è il nostro compito: spargere semi di speranza nel campo del mondo,
essere lievito nascosto che fa nuova la vita. Custodire il sole di Pasqua anche quando l’inverno sembra
regnare.
Sì, perché Dio non si è stancato di noi, non ha smesso di cercarci tra le pieghe della storia, e ogni
volta che celebriamo, il suo amore ci si fa vicino come un respiro silenzioso, sussurrando al cuore di
ciascuno e della comunità cristiana: “Non temere, perché io sono con te; non smarrirti, perché io sono il
tuo Dio.” (Isaia 41,10)”

