“Caro Feliciano, caro Marco, caro Nicola, caro Salvatore,
ci sono sere in cui le parole sembrano troppa cosa, e sere in cui sembrano troppo poco. Stasera, davanti a questo mistero che vi avvolge e vi supera tutti e quattro, vorrei che le mie parole avessero la stessa timidezza delle cose sante, lo stesso pudore dei gesti che tra poco compiremo su di voi. Vorrei parlarvi mettendomi accanto, come un compagno di strada che condivide la fatica del camminare e lo stupore dell’orizzonte. Siete in quattro, storie diverse, volti unici, ma stasera uniti in un unico “sì” che vi consegna a Cristo e alla Chiesa.
Guardo le vostre mani. Tra poco quelle mani, così umane, così simili alle nostre, segnate dalla storia personale di ciascuno di voi, riceveranno il Crisma. Un olio profumato, denso, che penetra nella pelle e non va più via. Ma non pensate, cari amici, che quell’olio vi separi dalla terra, che vi renda uomini “distanti” o “recintati” in uno spazio di sacralità astratta. Il pericolo più grande per noi preti è l’illusione di una purezza che non si sporca con la vita, il rischio di abitare i presbiteri come se fossero isole felici, lontane dalle tempeste e dai dubbi degli uomini.
L’unzione non è un guscio protettivo. È, al contrario, un’esposizione.
Essere unti con il Crisma significa essere consacrati per essere consumati. Significa che da oggi il vostro profumo non vi appartiene più: appartiene alle stanze dei malati, alle strade polverose dei giovani smarriti, ai confini delle esistenze ferite che incrocerai tu, Feliciano, nei tuoi passi; che incontrerai tu, Marco, nel tuo servizio; che raccoglierai tu, Nicola, nei tuoi dialoghi; e che sosterrai tu, Salvatore, con la tua dedizione. L’olio che vi consacra è lo stesso olio che il Buon Samaritano ha versato sulle piaghe dell’uomo mezzo morto sulla strada di Gerico. Non dimenticatelo mai: il vostro sacerdozio sarà fecondo solo se manterrà questo profumo di prossimità, questa fragranza di consolazione che non sa di incenso da sacrestia, ma di vita condivisa, spezzata e donata per la comunità.
Il Vangelo di questa domenica, ci porta proprio dentro questo sguardo di prossimità. Matteo ci racconta di Gesù che, «vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore che non hanno pastore».
Fermatevi su questa parola: compassione. Non è un vago sentimento di pietà intellettuale. Non è lo sguardo di chi osserva dall’alto di un campanile o dall’alto di una dottrina ben strutturata e dice: “Povera gente, come si è ridotta male”. Lo sguardo di Gesù è uno sguardo che si lascia ferire. È un movimento profondo delle viscere. Gesù vede le folle “stanche e sfinite”. Che immagini tremende, eppure quanto drammaticamente moderne! Se vi guardate intorno, nel nostro tempo, in questo anno 2026 che scorre così veloce tra ansie di futuro, solitudini digitali e guerre che continuano a ferire e insanguinare la terra, troverete esattamente questa stessa umanità: stanca e sfinita.
Troverete genitori sfiniti dal peso di un lavoro che manca o che assorbe ogni briciolo di energia; troverete giovani stanchi di promesse mai mantenute o sfiniti da un’ansia da prestazione che toglie loro il respiro e la gioia del presente; troverete anziani sfiniti dalla solitudine, che attendono solo che qualcuno giri la maniglia della loro porta per un saluto.
Ecco, il Vangelo di stasera non vi chiede di essere manager dell’assoluto, né perfetti risolutori di tutti i problemi sociali e burocratici del nostro tempo. Vi chiede semplicemente di vedere. Vi chiede di non passare oltre. Vi chiede di lasciarvi ferire dalla stanchezza degli altri.
Il prete secondo il cuore di Cristo è un uomo che ha gli occhi spalancati sul mondo e il cuore vulnerabile. Se un giorno, per difendervi dal dolore e dalla fatica del mondo, deciderete di chiudere le finestre della vostra anima e di non sentire più il gemito della vostra gente, quel giorno – anche se continuerete a celebrare messe splendide e a fare discorsi dotti – il vostro sacerdozio comincerà purtroppo a spegnersi. Rimanete vulnerabili! Permettete al Crisma che portate sulle vostre mani di impastarsi quotidianamente con le lacrime di chi busserà alla porta della vostra casa.
E poi c’è quella frase di Gesù che sembra quasi un paradosso, un contrasto stridente con la desolazione della folla: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!». Davanti a una folla sfinita, chiunque di noi avrebbe visto solo un enorme problema, un deserto arido, una crisi ecclesiale e sociale irreparabile. Gesù, invece, vede una messe. Vede un raccolto pronto, biondeggiante, che aspetta solo di essere raccolto. Dove noi vediamo il fallimento o la fine della cristianità, il Signore vede un inizio, un terreno pieno di possibilità inedite, una semina invisibile che sta finalmente per dare frutto. Che stupendo e rivoluzionario ribaltamento di prospettiva!
Il prete non è un profeta di sventura che piange nostalgicamente sulle rovine di un passato che non torna. Il prete è l’uomo dello stupore, colui che sa scorgere il grano che cresce silenzioso anche tra le crepe dell’asfalto delle nostre città.
Subito dopo questa constatazione, Gesù compie un gesto fondamentale che dà senso a tutto il racconto: convoca i suoi. Chiama i dodici apostoli per inviarli, per farli diventare prolungamento delle sue braccia e del suo cuore. Nel testo evangelico troviamo i loro nomi, uno per uno, con le loro storie, i loro difetti e le loro differenze. C’era Pietro con i suoi slanci e le sue paure, Andrea suo fratello, Giacomo e Giovanni i figli del tuono, Filippo e Bartolomeo, Tommaso con i suoi dubbi legittimi e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda. Uomini deboli, eppure scelti.
Mi commuove sempre questo elenco. È una sfilata di povertà. Ci sono pescatori, c’è un pubblicano che riscuoteva le tasse per gli occupanti romani, c’è persino Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradirà.
Gesù non convoca un’accademia di santi impeccabili. Chiama persone reali, con le loro biografie accidentate, i loro caratteri spigolosi, le loro ambizioni e le loro paure.
E stasera, in questa liturgia solenne e intima, mi piace pensare che la penna dell’evangelista continui a scrivere quel lungo elenco, e che lo Spirito Santo aggiunga quattro nuovi nomi a quella lista di operai della messe. Oggi l’elenco continua e dice: e con loro inviò anche Feliciano, inviò Marco, inviò Nicola, inviò Salvatore. Non siete stati scelti perché perfetti, ma perché amati nella vostra unicità. Ciascuno di voi quattro porta un colore diverso a questo ministero, una sfumatura diversa dell’unico volto di Cristo Pastore. Questa varietà è la ricchezza della Chiesa, custodite la grazia specifica che il Signore ha deposto in ciascuno di voi.
Gesù non sceglie i perfetti. La grazia dell’ordinazione non cancella la vostra umanità, la consacra. Rimanete voi stessi! Sarete preti santi se saprete rimanere uomini veri, trasparenti, capaci di amicizia.
E ricordate: Matteo li elenca a coppie. Il ministero non è mai un’avventura solitaria. Diffidate dei preti navigatori solitari, che fanno tutto da soli, che si sentono i salvatori della patria. La Chiesa è comunione o non è. Camminate insieme tra di voi quattro, sostenetevi nelle sere di solitudine, quando la stanchezza busserà alla porta del vostro presbiterio. Camminate insieme a tutti i sacerdoti, vostri fratelli, credendo nella comunione presbiterale. E camminate insieme ai laici. Il prete non è sopra la comunità, è nella comunità. Sarete pastori se saprete ascoltare il gregge, se saprete che a volte il popolo di Dio ha un fiuto più affilato del nostro per trovare le strade del Vangelo.
E qual è il primo compito che Gesù affida prima ancora di inviare gli operai? Il Vangelo è chiarissimo e tagliente: «Pregate dunque il Signore della messe, perché mandi operai nella sua messe». Prima del fare, prima del camminare, prima del parlare, c’è il pregare. E qui tocchiamo il cuore segreto del ministero presbiterale. La preghiera, cari Feliciano, Marco, Nicola e Salvatore, non è l’adempimento burocratico di un dovere, non è la recita frettolosa del Breviario incastrata tra una riunione pastorale e un appuntamento. La preghiera è lo spazio del vostro respiro. È il luogo dove andate a depositare la stanchezza della folla che vi è stata affidata. È il bacio del Padre la sera, quando siete stanchi e vi sentite svuotati. È il silenzio del mattino, quando il mondo ancora dorme e voi avete bisogno di ricordare a voi stessi di chi siete.
Nella preghiera voi imparate a guardare la storia con gli occhi di Dio. Cogliete ogni giorno l’importanza delle pause, dei silenzi, del non assecondare la fretta che tutto divora. Avrete agende piene, sarete rincorsi dalle scadenze, dalle riunioni, dalle emergenze pastorali. Proprio per questo dovrete custodire gelosamente i vostri spazi di silenzio. Imparate l’arte della sosta. Pregare, per un prete, significa prima di tutto presentarsi davanti a Dio nudi, senza paramenti, senza ruoli. Significa deporre i panni del “pastore d’anime” e riscoprirsi semplicemente figli, bisognosi di tutto, bisognosi di misericordia. È lì, nel silenzio della vostra stanza o davanti al tabernacolo, che potrete consegnare al Signore le fatiche della giornata, i volti delle persone che avete incontrato, le gioie che vi hanno confidato e i dolori che vi hanno ferito.
Ma c’è anche un altro aspetto della preghiera che vorrei raccomandarvi: la preghiera come ascolto della Parola. Non leggete la Scrittura solo per preparare l’omelia per gli altri. Lasciate che la Parola ferisca prima voi, che giudichi la vostra vita, che converta il vostro cuore. E ricordate sempre che la preghiera del prete non è mai una preghiera solitaria; è una preghiera densa di nomi, di storie, di lacrime e di speranze. È un fare spazio all’Altro perché sia Lui, il vero Padrone della messe, a operare là dove le nostre povere forze umane si fermano. Cercate, sempre, e custodite, l’intimità con Lui. Avvolti nel suo abbraccio.
E poi, Gesù, dopo aver chiamato i Dodici, li manda. “Andate”, dice.
Ecco la fede: uno sguardo che diventa strada. Andate verso le pecore perdute. Andate ad annunciare che il Regno dei cieli è vicino. Andate a guarire, a risollevare, a liberare, a scacciare il male.
Non è una missione astratta. È concreta. Guarire significa fasciare una ferita. Risollevare significa restituire speranza a chi si sente finito. Liberare significa aiutare una persona a non essere più prigioniera della paura, dell’odio, della solitudine. Scacciare il male significa non lasciargli l’ultima parola nelle case, nelle città, nei popoli.
E infine, quella perla che deve diventare la bussola d’oro del vostro cammino quotidiano: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».
Qui sta la radice profonda del Crisma che oggi vi consacra. La grazia non si compra, non si baratta, non si merita in base ai propri sforzi. Tutto in voi è puro dono. La vostra stessa chiamata non è il premio per la vostra bravura scolastica, né il coronamento di una carriera o di un percorso di perfezione morale. È un mistero di elezione assolutamente gratuita. Siete stati amati per primi, cercati per primi, perdonati per primi.
La gratuità è forse l’unico linguaggio che l’uomo d’oggi riesce ancora a comprendere veramente, perché è l’unico linguaggio che la società dei consumi non sa e non può produrre da sola. Viviamo in un mondo dove tutto si paga, dove ogni gesto ha un prezzo, dove persino le relazioni affettive spesso seguono la logica spietata del profitto, del tornaconto e dello scambio utilitaristico. Entrare in questo mondo come preti significa portare lo scandalo salutare della gratuità. Significa dare il vostro tempo senza calcolarlo con il cronometro, offrire il vostro ascolto senza pretendere risultati immediati, voler bene alle persone senza la pretesa che cambino subito per darvi ragione o per riempire le panche della chiesa.
Siate preti gratuiti. Non tenete i registri dei vostri sacrifici personali. Non rivendicate diritti o privilegi. Quando spezzerete il pane eucaristico sull’altare, ricordatevi che la vostra stessa vita deve essere spezzata con la medesima gratuità. Se sarete gratuiti, sarete profondamente liberi. E non c’è nulla di più affascinante per gli uomini di oggi di un uomo veramente libero, che non deve difendere continuamente la propria immagine o il proprio ruolo, ma che vive esclusivamente per far respirare e risorgere gli altri.
Il Crisma sulle vostre mani diventerà allora il segno visibile di questa trasparenza. Non lasciatevi mai abbagliare dalle sottili tentazioni di qualsiasi forma di potere, dalle seduzioni del prestigio sociale o del ruolo istituzionale. Il prete non è un uomo di potere; è l’uomo del servizio umile, colui che sa stare all’ultimo posto, colui che sa “perdere tempo” per ascoltare l’ultimo della parrocchia che ha semplicemente bisogno di sfogare il proprio dolore.
Cari Feliciano, Marco, Nicola e Salvatore, tra poco vi sdraierete a terra, l’uno accanto all’altro, durante il canto solenne delle litanie dei santi. Quel gesto di prostrarvi sul pavimento non è un segno di umiliazione o di annullamento, ma di totale, fiducioso abbandono nelle mani del Padre. È il vostro dire alla terra che le appartenete, che siete fatti della stessa polvere di tutti gli altri uomini vostri fratelli, ma è anche il vostro dire al Cielo che vi fidate totalmente di Colui che vi ha chiamati per nome.
Quando vi rialzerete da terra, troverete le mani del Vescovo e dei confratelli pronte a stringervi in un abbraccio di comunione fraterna, e troverete l’olio profumato del Crisma che consacrerà i vostri palmi. Custodite intatto questo giorno nel cuore, specialmente quando verranno i giorni inevitabili della nebbia, quando la stanchezza busserà anche alla vostra porta, quando vi sembrerà che la messe sia troppo grande e le vostre forze troppo piccole o inadeguate. In quei momenti di prova, ritornate col pensiero e col cuore a questa sera. Ritornate allo sguardo di compassione di Gesù che vi ha guardati, vi ha scelti e vi ha detto: “Fidatevi, venite con me”.
Vi accompagniamo tutti insieme con la nostra preghiera affettuosa, trepidante e colma di speranza. Camminate con passo leggero, cari amici. Non caricatevi di pesi inutili. Portate con voi solo la freschezza del Vangelo, il profumo inconfondibile del Crisma, la forza sorgiva della preghiera e un amore immenso per questa umanità stanca ma bellissima, che il Signore vi affida stasera. La vostra unica ricchezza sia il Signore Gesù e l’affetto della gente che vi è affidata. Conservate sempre il profumo dell’olio di letizia. Guardate la messe con gli occhi colmi di speranza di Gesù. E trovate sempre, ogni giorno, il tempo per sostare, per pregare, per respirare in Dio.
La Vergine Maria, la donna del silenzio e dell’ascolto, colei che ha saputo gioire per le grandi cose operate dall’Onnipotente nell’umiltà della sua vita, vi accompagni in questo ministero. E lo Spirito Santo vi renda, ogni giorno di più, preti secondo il cuore di Dio.
Maria, madre dei passi discreti, ti affidiamo questi nostri fratelli, giunti oggi alla soglia del mistero.
Guarda le loro mani profumate di crisma: non siano mai mani levate per giudicare, ma dita aperte per medicare le ferite, palmi pronti a sollevare chi è caduto, segni vivi di una carezza che viene da lontano.
Insegna loro la sosta attorno all’altare: non come funzionari di un rito sacro, ma come mendicanti di senso e di stupore. Lì, su quella pietra nuda, imparino a spezzare la propria vita, fondendosi con la fame e la sete della gente.
Maria, donna del silenzio e dell’ascolto, conserva in loro il profumo dell’unzione. Fa’ che non dimentichino mai la terra da cui sono partiti, e rendili capaci di camminare, liberi e leggeri, accanto a ogni uomo e a ogni donna di questo tempo.”

