XXII Giornata Mondiale del Malato

-le parole del Cardinale Sepe

Cari fratelli e sorelle, cari amici. Desidero innanzitutto rivolgere un cordiale saluto a tutti voi che partecipate a questa Eucaristia che è solenne anche nel senso profondo e spirituale della partecipazione alla Ventiduesima Giornata Mondiale del Malato. Saluto i cari amici degli Ordini del Santo Sepolcro e di Malta, saluto tutte le Organizzazioni che donano tanta parte della loro vita per essere compagni di viaggio dei nostri fratelli e sorelle ammalati.
Un saluto speciale va ai miei cari sacerdoti che si dedicano, con passione, alla loro missione di essere i padri e gli amici nei vari ospedali e nelle varie case di cura.
In questo evento così particolare siamo come una famiglia che si riunisce per chiedere al Signore, al Dio dell’amore, della misericordia e della bontà, di darci la forza dei giusti perché ognuno di noi possa compiere la sua missione nel nome dell’amore e della donazione che è parte costitutiva del nostro essere cristiani.
Nella Giornata del Malato desidero concentrare l’attenzione di voi tutti su due pilastri fondamentali della vita: la fede e la carità, ricordando quanto san Giovanni scrive nella sua prima lettera: noi, sull’esempio di Cristo, dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli. Non è solo Cristo che ci ha dato la vita, anche noi, in quanto discepoli, siamo chiamati a donare la nostra vita per gli altri.
È quello che ci insegna Gesù, attraverso le opere che ha compiuto, le sue parole, il suo Vangelo: Egli è venuto per dare, per donare, per mettersi al servizio, per incarnare l’amore di Dio, fino ad offrire il suo sangue per noi, la sua vita al servizio dell’uomo. E cos’è l’incarnazione di Dio, se non una donazione, Dio che si dona liberamente e autonomamente? Il cristianesimo è la nostra vita. Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, spogliò se stesso per assumere la nostra umanità e donarci il suo amore, il suo perdono e la sua misericordia. È questo il nostro Dio, nella Trinità: il Padre che si dona attraverso lo Spirito Santo; lo Spirito, che è effusione all’uomo e al mondo; il Figlio é Dio che si dona a se stesso e all’umanità. Noi cristiani, dunque, dobbiamo riscoprire il valore della nostra vita come dono ricevuto e offerto agli altri. Il nostro vangelo è il vangelo dei più poveri e dobbiamo, se vogliamo vivere in profondità la nostra fede, far crescere la cultura del dono.
Perché la Chiesa ci richiama a questo valore fondamentale? Perché non sempre viviamo questa dimensione del nostro esistere. Siamo condizionati da un’altra cultura che, spesso, constatiamo nell’incontro con gli altri. È la cultura dell’egoismo, dell’utilitarismo, del consumismo: agisco solo per me stesso, gli altri non esistono, degli altri non mi importa niente, soprattutto quando possono costituire un pericolo per la mia condizione. Siamo chiamati a diffondere la cultura del dono contro la cultura dell’egoismo perché si annunci il Vangelo della verità.
Cosa significa cultura del dono? Colui che è vicino a me, che giace nel mio letto ammalato, o nell’ospedale, o nelle case di cura, colui che incontro sul pianerottolo o per le nostre strade, l’altro che non ha nome e non ha volto, sostanziano la cultura del dono.
La legge dell’amore che ci ha insegnato Cristo ci dice che l’altro è mio fratello, che nell’altro, soprattutto quando si trova in una situazione di debolezza, di fragilità fisica, quando è ammalato, appartiene talmente a me che in lui vedo lo stesso volto di Gesù. Io volto di Dio, l’altro somigliante a me stesso: non è un estraneo, l’altro è me stesso, ed io agisco e interagisco con l’altro, perché mi appartiene, è parte della mia stessa umanità, appartiene, come me, alla stessa famiglia dell’uomo. L’altro, se cristiano, è unito a me dallo stesso sangue di Cristo.
Dobbiamo sconfiggere la cultura dell’egoismo, dell’edonismo, del consumismo perché la vera realizzazione dell’uomo consiste nel donarci agli altri. Tutto abbiamo ricevuto da Dio, tutto dobbiamo dare a Dio attraverso i fratelli.
Essere compassionevole non significa avere pietà, significa partecipare con passione al dolore e alla sofferenza dell’altro. Se c’è un’umanità ferita, se c’è qualcuno che soffre, quella sofferenza è nostra come il Cristo ha fatto sua la sofferenza di ognuno di noi.
Voglio ringraziarvi per la particolare missione che portate avanti con solidarietà e partecipazione e rivolgervi un accorato appello: ci sono tante Organizzazioni che hanno fatto della solidarietà il loro emblema, il loro stare insieme, e mi riferisco in particolare ai donatori di sangue, o di organi di cui c’è tanto bisogno soprattutto nel nostro territorio, in questa nostra regione; la Chiesa sempre ha benedetto queste azioni perché attraverso la donazione di qualcosa di se stesso si possa consentire una vita migliore a chi ha bisogno.
Alle Associazioni dico: sappiate che incarnate questa cultura del dono e della solidarietà, perché non solo assistete, non solo partecipate, ma diventate fratelli dei fratelli sofferenti quando si riesce a dare qualcosa del proprio corpo per metterlo a disposizione di chi ha bisogno per vivere. La cultura del dono ha questa funzione di solidarietà per l’intera società che si arricchisce quando viviamo la vita come dono e gratuità. Tutta la comunità degli uomini, la comunità di Napoli, la comunità della regione e la comunità italiana si arricchiscono ogni qual volta facciamo un gesto di solidarietà.
E allora, siamo chiamati a far crescere e maturare, attraverso il dono di noi stessi, la società civile. È quanto il Signore ci chiede di fare all’interno della Chiesa, ma anche nella società civile e nel mondo politico ed economico.
Quando l’uomo si fa bloccare dal proprio egoismo e dal proprio tornaconto o interesse, allora diventa la negazione di se stesso, la negazione del bene che per diritto umano e per diritto divino è di tutti e non di uno solo.
Accogliamo questo invito di Cristo a fare della nostra vita un dono per gli altri, perché più doniamo agli altri più riceviamo. Chi più dà più riceve. E quando avremo donato qualcosa di noi stessi agli altri il Signore potrà dirci: vieni servo buono e fedele, ricevi il premio che tu hai dato agli altri, cioè la comunione che ci inserirà nella Santissima Trinità per vivere la gioia e la letizia in questo mondo e poi nell’eternità.
Dio benedica tutti, soprattutto voi, cari fratelli ammalati, che abbraccio con l’abbraccio di Cristo! Giunga a tutti voi la sua forza perché possiate, come popolo di Dio, essere la testimonianza incarnata del Signore che ci vuole bene.
Dio è padre dolce e misericordioso, lo sa essere per noi e con noi anche e soprattutto nella sofferenza, come Cristo ci ha insegnato. Dio vi benedica e ‘a Madonna v’accumpagna!*Arcivescovo Metropolita di Napoli

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